Cara Girgenti Mia, 21° puntata: "Liceali negli Anni Trenta ad Agrigento"

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Nella mattinata delle domeniche, in genere in primavera, c'erano, al campo sportivo, i tornei di calcio tra le squadre di liceo, quella dell'Istituto Tecnico e Commerciale, che vinceva quasi sempre,quella del Magistrale e quella dell'Istituto di Avviamento Professionale.

Se non c'erano partite, i più grandi tra gli studenti confluivano nel Piazzale del Purgatorio, dove, a mezzogiorno, si poteva assistere all'uscita della "noblesse girgentana" dalla Messa con la speranza di intravedere dal basso della scalinata qualche "scorcio " di caviglia o, se fortunati, di ginocchio. Tutto qui.

E del fumo? Poter fumare una sigaretta prima dei "fatidici" diciott'anni era un'impresa, come la scalata del K2 del Prof Ardito Desio: in casa era tabù, a scuola men che niente! Ricordo il Preside La Rocca (passato alla storia oltre che per la sua "bombetta" per le frasi che pronunciava gridando), allorché l'infelice studente veniva sorpreso a tirare una boccata o al gabinetto o anche nelle pubbliche vie: posto lo studente sotto la "campana delegata al segnale di inizio o di fine delle lezioni" egli, rivolgendosi al busto bronzeo di Empedocle, gridava con voce tonante: "Sputagli Empedocle".

E quella ingiunzione non era senza conseguenze, perché comportava ogni volta la diminuzione di un punto dal voto di condotta, e bastavano quattro di codeste ingiunzioni ad Empedocle, perché, col sei in condotta, si fosse rimandati al nuovo anno! Si era puniti anche se venivamo "avvistati" a fumare nelle pubbliche vie.

Ricordo che, per fumare con tranquillità una sigaretta, spesso in gruppetti andavamo in piazza Bibbirria, da dove si poteva dominare la via Bac Bac e la via Duomo. E il sesso? Avete capito che non era possibile il contatto con una ragazza o con una compagna di scuola: con esse solo sguardi ed a debita distanza…Per il sesso c'erano, per i maggiori di anni diciotto, i casini, le case di tolleranza, per dirla con termine…letterario; inutile recarvisi prima; non ti facevano neppure entrare perché le disposizione di polizia erano severissime, onde tutti aspettavamo con ansia quel giorno fatidico che sembrava non arrivasse mai. E allora?

La storica, classica gloriosa masturbazione era l'unica maniera di fare sesso, per usare l'espressione diffusa dei tempi moderni. Andava di moda in quei tempi una barzelletta, un po' spinta, ma simpatica; e, poiché si tratta di fatto…storico, la si può riferire. Un tizio domanda ad un amico: lo sai che differenza c'è tra lo studente ed un grosso banchiere? Non lo so, risponde l'amico. E il Tizio: te la dico io: non c'è nessuna differenza perché entrambi amministrano il loro capitale di propria mano. E gli studenti dell'epoca, dopo essersi masturbati, non riferivano la circostanza ma dicevano semplicemente: oggi sono un banchiere, oppure oggi sono stato in banca o altre frasi similari.

Durante le vacanze estive, c'erano i bagni di mare e bisognava andare a San Leone: cosa più che difficile. Le corse degli autobus erano soltanto tre, una al mattino, l'altra in partenza da Agrigento alle 12.30 con ritorno alle 13.30, la terza alle 17.30 con ritorno da San Leone alle 18.30. Poi più nulla. Nel 1937 ci fu un grande progresso: furono istituite due corse supplementari: una da Agrigento alle 9.30 con ritorno alle 11.30, l'altra pomeridiana, intorno alle 17.00. Delle due corse esistenti, quella delle 12.30 fu spostata alle 13.30 e quella serale fu portata alle 19.00 con rientro da San leone alle 20.00.

Fu così possibile godersi un po' di più il sole ed il mare. Lo stabilimento era tutto in legno ed era stagionale Al centro dello stabilimento c'era una pedana per il ballo con musica, ovviamente, da dischi: balli organizzati dai soliti comitati di giovani. Ma quando c'erano codeste feste, gli organizzatori dovevano preoccuparsi del rientro degli avventori in città e quindi della presenza del pullman che partiva da San Leone all'una o, al massimo, all'una e mezza del mattino, dopo aver chiamato a raccolta i ballerini a suon di clacson. Chi si attardava correva il rischio del ritorno a piedi. A San Leone, non v'erano né ristoranti né trattorie e quindi colazione al sacco per chi non vi avesse familiari o parenti.

Col progresso, (ahimé lentissimo) e comunque solo dal venti luglio all'incirca e fino al 31 agosto, qualcuno impiantava un ristorante al mare, che era però più riservato agli "stanziali" che a qualche "occasionale" proveniente dalla città e costoro, in ogni caso, erano sempre gli stessi, il Marchese Giambertoni , il Marchese Borsellino, l'Avv. Mario Bonfiglio, il dott. Antonio Cucurullo, l'avv. Alfredo Contrino e qualche altro.

Dimenticavo a dirvi una circostanza importantissima: allo stabilimento balneare non c'era promiscuità di sesso, da una parte gli uomini dall'altra le donne e, per un incontro furtivo con la ragazza, v'era solo la possibilità di andare alla "scoglio" a nuoto, a circa duecento metri dallo stabilimento.

Ricordo un giorno - eravamo nel 1939, alle soglie della guerra - in cui i giovani sanleonini, dopo il bagno, pensarono di far quattro salti in pedana da ballo al suono del radiogrammofono. Mal ce ne incolse (ero tra costoro), perché arrivò, chiamata dal gestore, nientemeno che la squadra del "buoncostume". Fu per la città uno scandalo: c'eravamo infatti permessi di ballare in costume da bagno e fummo tutti anatemati da autorità fasciste e religiose. Noi ne fummo, però, felici perché finalmente avevamo infranto un tabù. Quando fummo più grandi e diventammo universitari, le cose non cambiarono di molto, tranne che per il sesso, perché arrivarono i diciott'anni e la lontananza dal luogo natio fu "pronuba" per la conoscenza dei postriboli, un mondo nuovo, e per certi versi, inebriante.

In conclusione fummo diversi perché, per la diffusa ottima preparazione culturale,l'avvenire fu nelle nostre mani ed affidato alla nostra esclusiva capacità. Oggi questo non esiste più: la preparazione scolastica lascia molto a desiderare, onde l'accesso alle professioni liberali è divenuto spaventosamente più difficile, mentre l'esasperato sviluppo tecnologico ha chiuso le porte dell'artigianato e del piccolo commercio in faccia alla maggior parte dei giovani.

L'avvenire è così transitato dalle loro proprie mani a quelle gelide ed indifferenti dei politici, dei demagoghi, dei millantatori, dei profittatori, o, più genericamente, a quelle di un non bene identificato e perciò utopico sistema assistenzialistico, o, per quanti vi credono, a quelli della Provvidenza Divina: ne è nata una ossessionante ricerca della raccomandazione e, con questa, il devastante epilogo della delusione e dello scompaginamento umorale e volitivo.

Non eravamo molti, noi studenti degli anni trenta: oggi possiamo contarci sulle dita delle mani; i più sono scomparsi, chiamati dalla misteriosa imprevedibilità della morte; qualcuno si è immolato per la Patria (Ninì De Crescenzo, Alfonso Bajo, Lillo Graceffo); qualche altro si è trasferito (Gegè Siringo, 'Gnazio Prinzivalli, Peppe Jannuzzo, Vincenzo Tosco).

Gli altri, i "superstiti", giacenti sul luogo, osserviamo da critici o da indifferenti, da dietro i vetri, il corso della vita dei giovani d'oggi, moralmente tanto appannato e proiettato verso una gora massificata e spersonalizzante...

Codesto corso lo osserviamo certamente da una posizione di indiscutibile prestigio avendo avuto la ventura e, perché no?, la fortuna di avere vissuto in un periodo rispetto a quello attuale assolutamente diverso, per molti di noi anche elettrizzante: l'epoca fascista con l'impero e con la consapevolezza, ancorchè gratuita di appartenere ad una potenza mondiale di cui era diritto vantarsi; in cui da ariano ci si riteneva "superiori" alle altre razze; in cui ciascuno parlava l'idioma classico- quello di Dante e di Manzoni- senza ricorrere , come oggi, a termini presi in prestito dall'inglese per dire anche le cose più banali e sciocche; in un periodo di forti tensioni spirituali, in cui la religione era soltanto quella cattolica; in cui si amava la Patria, si onoravano i caduti per la libertà- quella vera-, in cui ci si toglieva il cappello in segno di deferente saluto innanzi al Tricolore, in cui ciascuno conosceva le parole dell'inno fondamentale della Patria e non si vergognava di cantarlo, in cui il rapporto fra le persone era più semplice, più genuino, più sincero.

Erano i tempi in cui Alfredo Binda e Learco Guerra trionfavano in tutto il mondo, correndo le gare ciclistiche senza doping o altre porcherie oggi di moda; erano i tempi di Combi, Rosetta , Caligaris o di Fulvio Bernardini, che giocavano gratis nella Juventus o nella Roma " per il piacere di giocare", o del nostro Mimmo Gareffa, il più famoso giocatore dell' A.S. Agrigento, quasi novantenne, ancora vivente, che giocava soltanto per "l'amore per la squadra"; erano i tempi di De Stefani e di Palmieri che calcarono i campi da tennis di tutto il mondo, allorchè codesto sport era praticato esclusivamente da "dilettanti" e qualunque compenso era proibito; erano i tempi in cui la squadra di calcio italiana, dopo avere vinto nel 1934 i Campionati del Mondo, ricevette come unica massima ricompensa, l'onore di essere ricevuta dal Duce a Palazzo Venezia...

Si, ma erano tempi diversi, facilmente si obietta: ed è vero; però la gioventù era anch'essa autenticamente diversa. Diversa- ritengo di poter affermare- perché eravamo più semplici di quanto nono lo siano i giovani d'oggi. Più schietti, più spontanei, più disponibili, meno esigenti. Più "corazzati" verso le distrazioni anche perché la disciplina fascista non consentiva che quelle... controllate dal regime.

Ma che facevate? Mi chiedono i miei nipoti, ventenni come tanti lettori di questa rivista; ma me lo chiedono anche i meno giovani.

Eccomi, adunque a Voi, non avevamo tempo... di non far nulla, essendo impegnati, come suol dirsi, dalla mattina alla sera: e in ciò consiste la differenza tra noi e i quasi ventenni di oggi. Andavamo a scuola a piedi: non c'erano motorini e non v'erano autobus urbani e quindi si usciva da casa intorno alla sette e trenta.

Ma uscire alle 7.30 esigeva la sveglia quanto meno alla 6.30; libri in borse di fibra rigida " a tracolla" per quelli delle elementari; borse a mano per i più grandi, delle medie e delle superiori. E le ragazze? Quelle uscivano dalle e case intorno alle otto, rigorosamente accompagnate dal papà, dal fratello più grande o, per i veramente ricchi, da una donna di servizio, mai sole!

Non eravamo in tanti quelli che aspiravamo ad acculturarci o che eravamo spinti a farlo; l'analfabetismo era diffusissimo; i più si fermavano alla terza elementare; i loro padri sapevano apporre soltanto la firma. Con l'avvento del fascismo tutti gli anziani del cosiddetto terzo ceto " dovettero" frequentare le scuole serali e codesta fu la prima " grande battaglia" vinta dal regime, la lotta contro il vergognoso "segno di croce" in calce ad ogni documento.

Pochi erano quelli che affrontavano le medie; pochissimi quelli delle superiori: nell'anno in cui chi scrive sostenne la licenza liceale, i candidati erano soltanto dodici. E l'unico Liceo di tutta la provincia era lo Empedocle di Agrigento.

Qualcuno di noi possedeva la penna stilografica che, però, essendo cosa pregiata, correva forti rischi di essere rubata.
Si andava a scuola con un astuccio in legno che conteneva due o tre "asticelle" e tanti pennini e con una bottiglietta di inchiostro in mano. Il lettore immagini quel che poteva accadere: nelle risse o nelle colluttazioni avanti l'atrio della scuola ( queste erano frequenti come ora e come al tempo di Orazio Coclite), il calamaio (codesto era il nome ampolloso ed elegante di quella bottiglietta spesso turata con un tappo di carta) era il primo aggeggio che veniva lanciato addosso alla controparte.

Ma il calamaio volava anche in classe: ricordo un compagno di Ginnasio , Vincenzo Calcagno che, ingiustamente rimproverato durante una lezione, lanciò il calamaio all'indirizzo del professore, colpendolo in pieno al viso, ma con il risultato di essere stato escluso per un anno da tutte le scuole del regno.

Ebbene, adunque: entravamo in classe alle 8.30 per uscirne nei giorni dispari alle 13.30 , il martedì e il giovedì alle 13.45, il sabato alle 12.30 e non -si badi bene- per farci godere un po' di più dell'ultimo giorno della settimana, quanto perchè alle 15.00 v'era d'obbligo la "istruzione premilitare", con la quale si intese, in buna parte riuscendovi, preparare le generazioni alla guerra. Nei giorni dispari dalle 16.00 alle 17.00, c'era la educazione fisica.

Educazione fisica e istruzione premilitare non erano diffusamente gradite anche se quelle rappresentavano le uniche occasioni -sia pure con non indifferenti pericoli perchè, se scoperti, c'era la sospensione dalle lezioni- per scambiare qualche parola con le ragazze. Terminata l'educazione fisica o la premilitare, occorreva, di gran corsa, tornare a casa perché ci aspettavano lezioni e compiti a non finire !

Alcuni, attraverso l'"istituto" del certificato medico, spesso si assentavano e dall'educazione fisica e dalla premilitare, e poiché in codesti casi era d'obbligo essere accompagnati dal genitore o da chi ne facesse le veci (n i detto era: libro e moschetto: fascista perfetto), il lunedì mattina , davanti gli istituti era dato di incontrare illustri cittadini di Agrigento in veste di " garanti" del proprio figlio o fratello pronti a "genuflettersi" alle 8,30 dinanzi agli inflessibili presidi...

La circostanza non avrebbe meritato di essere riferita se dopo, molti anni dopo, il fatto di essersi assentato specie dalla premilitare non fosse stato contrabbandato da taluno come " segno di antifascismo" o di " disfattismo", ovviamente per acquisire "benemerenze" di progenitura antifascista.

"...eravamo più semplici di quanto non lo siano i giovani d'oggi. Più schietti, più spontanei, più disponibili, meno esigenti. Più "corazzati" verso le distrazioni..."

tratto da Fuorivista Anno II, numero tre e numero quattro, 1999/2000
di Mario La Loggia

Foto di Emanuele Bennici tratta dal gruppo Facebook "Agrigento in bianco e nero". L'immagine è risalente proprio a quel periodo (anni '30).