Legge sul parco archeologico di Agrigento: è ora di ricominciare da capo

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Rispetto agli altri parchi archeologici siciliani, quello della Valle dei Templi è l’unico al momento ad essere denominato anche “paesaggistico”. Pare un’attribuzione significativa ma in realtà è effimera in quanto, come si avrà modo qui di chiarire, la legge regionale istituiva è carente. Nel numero sette dello scorso settembre, sono stati analizzati alcuni problemi che attanagliano laValle, ovvero gli abusivismi perpetrati in danno dell’integrità monumentale. La loro risoluzione  non è affrontata dalla Legge Regionale n. 20 del 2000, sebbene sarebbe stato giusto farlo; invece, stante il combinato disposto dagli articoli. 17 e 18, essa le rimanda ad una futura legge, della quale purtroppo non c’è traccia presso l’Assemblea Regionale Siciliana, verosimilmente impegnata a risolvere problemi ben più importanti come, per ultimo, «l’istituzione dell’albo regionale delle bande musicali» Si diceva che la legge istitutiva è carente per due principali aspetti: la delimitazione priva di scientificità e la zona archeologica (o I^) non omogenea. Riguardo al primo, è noto che l’individuazione di un parco scaturisce di solito da studi scientifici, come peraltro ribadiscono le Linee guida dell’Assessorato regionale: le aree da erigere a parco devono essere individuate con criteri di coerenza scientifica. Invece nel ‘91 il Decreto del Presidente della Regione Siciliana numero 91 istituiva il «Parco archeologico di Agrigento», mutuando i confini della zona A dei decreti Gui-Lauricella 68-71 e senza procedere alla zonizzazione interna, come invece stabiliva l’articolo 25 della Legge Regionale 37/85 . Il neo parco comprendeva un ”territorio di complemento e di rispetto, necessario all’esistenza ed al godimento del Parco e dei suoi valori”, costituito dalle zone B, C, D ed E dei citati decreti, la cui necessità era confermata da uno “studio con analisi geometrica dei rapporti visuali tra le emergenze architettoniche e il territorio della Valle” della Soprintendenza BB.CC.AA.. Ciò lascerebbe supporre che la delimitazione del ‘68 avesse avuto una valenza scientifica ai fini istitutivi del parco. Ma non è così!

Innanzitutto perché quei decreti  apposero un vincolo urbanistico che, pur finalizzato alla tutela di un territorio, non era né archeologico né paesaggistico, tant’è che permisero la costruzione di un viadotto su una necropoli, della SS 640 a 200 metri da un tempio ed esclusero parte del sito dell’antica Akragas (compresa fra Porta di Ponte e la Rupe Atenea e che si estende fino allo stadio Esseneto e il quartiere Bonamorone), nella quale  nella prima metà del Novecento erano stati rinvenuti resti murari e che era sottoposta a vincolo paesaggistico dal ‘57 con decreto del Ministero P.I.; né crearono su questo versante alcuna zona cuscinetto (o B) con la zona monumentale.  Pur condivisibile nel contesto di un decreto post-emergenziale, detta mancanza di scientificità è però inammissibile nel decreto istitutivo n. 91 del parco (e della legge del 2000). Rispetto alla prima perimetrazione, nell’istituendo parco di Himera –ad esempio - si è già provveduto alla revisione dei confini della zona archeologica in base alle trasformazioni avvenute nell’area negli ultimi 10 anni. Ad Agrigento, invece, non si è toccato nulla, quasi che i decreti del ’68-71 fossero novelle «tavole della legge» da accettare come atto di fede.

Eppure la zonizzazione da essi proposta presentava vistose anomalie, sottese alle quali forse c’era ben altro interesse che quello della tutela monumentale. Il confine settentrionale della zona A in prossimità della parte centro-orientale della città, prima citata, dista appena 350 m da importanti monumenti (Ekklesiasterion, Bouleuterion e Quart. Ell.romano). Il confine della zona A a sud ed a est è altrettanto “anomalo”: la foce del f. S. Leone viene suddivisa in due metà e solo la riva destra è inedificabile, pur essendo tutta visibile dalla Collina Sacra e interessata dal sito dell’antico Emporium; parte della riva sinistra è suddivisa nelle 3 zone edificabili B, C e D, senza tener conto del D.P.R.S.del ‘67 di tutela del lungomare; è creata una striscia B a est del V.Peruzzo  che dista meno di 1000 m da un tempio; parte della C si vede benissimo dai templi come la zona a sud dell’incrocio Viale dei Giardini-Via dei Fenici, zona esclusa dalla zona A; ad est del T. di Giunone, la zona “B” ha una profondità di ca. 420 m e lascia visibili dal tempio le pendici occidentali di C.Tamburanaro (cfr. figure). In poche parole, il confine della zona A è stato portato fino al mare dove non c’erano interessi particolari (a 2,5 km dalla collina sacra), mentre in altre zone – pur essendo esse visibili da questo o quel monumento – è stato ridotto anche a 300-400m, anche se sotto ci sono i resti dell’antica Akragas. Ma evidentemente nella zona urbana centro-orientale si “doveva” continuare a costruire senza i “lacciuoli” di alcun vincolo, anzi doveva esser salvaguardato a tutti i costi il panorama dai nuovi grattacieli e per questo non si doveva costruire fino al mare soltanto a sud-ovest. Eppure il fronte urbano, con un’altezza 19 volte quello dell’edificato extraurbano e per la sua dislocazione altimetrica, deturpa  gravemente l’intera zona monumentale. La stessa creazione di una sola zona C in un unico determinato ambito territoriale appare una delle più gravi anomalie.
Ciò che è successo dopo il ‘68 nelle zone citate conferma un carattere molto discrezionale di una delimitazione che non rispettava nemmeno la gerarchizzazione nella zonizzazione urbanistica, allora applicata.

Nel decreto n. 91/1991, infatti, il “limite massimo di fabbricabilità” imposto nel ‘68 alla zona “B” era aumentato del 50%, mentre quello imposto alla “C” era equiparato a quello della “D” (con un aumento del 60%). Con la legge n.136 del ‘99 e la sua ”interpretazione autentica” dei decreti del ‘68, in queste zone si poterono “sanare” anche gli edifici privi di concessione edilizia.  Ancor oggi, ricordo lo stupore di allora quando lessi un decreto che istituiva un “territorio di complemento e di rispetto”ma nel contempo vi autorizzava un aumento del carico urbanistico, che poi lo avrebbe trasfigurato in modo “irreversibile” (termine usato dal Piano del parco del 2008!), ben altro dunque che un “territorio di rispetto”!  Anche l’inserimento nella L.R. 20/2000 - al c.4 dell’art. 2 - delle zone B, C e D, che da anni non fanno più parte di fatto del parco, è alquanto mistificatorio, perché nasconde una amara realtà: quella che a colpi di decreti presidenziali ed interpretazioni autentiche scompare per sempre il “territorio di rispetto”. Anzi la legge sancisce che all’interno del  neo parco (ex zona A del ’68) si devono individuare sia l’«area di rispetto » che quella «residua a salvaguardia dei valori paesaggistici».  I confini del ’68 restano «intoccabili» solo per la parte che non interessa a qualcuno, mentre il resto si può ridurre a brandelli e danneggiare così irrimediabilmente il paesaggio della città. Ma le ville “legalmente esistenti” dei signorotti ed anche quelle condonate a suon di “interpretazioni autentiche” sono salve, mentre il parco è anche paesaggistico!
La legge istituiva ha infine una “chicca” sui confini del parco, quella che essi “non possono subire variazioni in diminuzione” che – oltre ad essere risibile dopo la sparizione del territorio di  rispetto – palesa un indubbia incostituzionalità, visto che una legge ordinaria limita ogni futura decisione legittima dell’ARS sull’argomento!  L’altra grave mancanza – sarebbe opportuno definirla “cecità” - della legge istituiva riguarda la non omogeneità della zona I-archeologica.

In un parco, la legge in generale non vieta che in una zona archeologica (cioè il “cuore)  ci possano essere aree di proprietà privata, ma tale “eventualità” va valutata con “giustificata cautela” – stabiliscono le citate Linee guida - poiché “in via ordinaria l’area archeologica dovrebbe avere terreni demanializzati”. Per l’art. 3, invece, è possibile la permanenza di edifici e pertinenze privati nella riserva integrale, per i quali si possono eseguire variazioni di destinazione d’uso, modifiche a costruzioni ed impianti,  volumi tecnici anche se di carattere provvisorio; interventi di manutenzione ordinaria, restauro e risanamento conservativo e esecuzione di opere murarie e realizzazione di recinzioni, nonché i mutamenti di colorazione e di tinteggiature esterne, la collocazione di insegne luminose: tutto ciò come se non si trattasse di una riserva integrale, bensì di una comune porzione di territorio comunale. Tale dispositivo normativo è aberrante: se la zona archeologica è riserva integrale a tutela dei beni monumentali non può esser ammessa la presenza di edifici ed impianti diversi, soprattutto se ad essi si dà la possibilità di mutare la destinazione d’uso. Se si ammette questa presenza, si deve modificare la definizione di riserva integrale, in quanto questa non lo è nella realtà. E’ da folli trattare il “cuore di un parco archeologico” alla stregua di una “Gardaland”, nella quale ci si può affacciare dalla stanza dell’albergo o farsi il bagno in una moderna piscina per godersi la vista dei templi.
Ma non c’è da stupirsi: alla Regione verosimilmente si parla più di leggi di sanatoria (c’è un D.L. a riguardo - il n.  98/2008 - relativo alle aree soggette a vincoli) che di parchi archeologici (finora ne sono stati istituiti soltanto due dei 18 previsti)! Altro che “Svendesi Agrigento”. Qui, si è già “svenduto” un patrimonio dichiarato “d’interesse nazionale” e da tempo è cominciata la corsa a ristrutturare ruderi di case, anche sventrate, non importa se prossimi a templi e santuari, per farne ristoranti, B&B ed alberghi, grazie ad una legge istituiva mal fatta che garantisce attraverso il piano del parco perfino adeguati parcheggi, quando questi non stati già realizzati con i soldi della collettività.  Nel resto d’Italia, eventuali contraddizioni o errori presenti in sede istitutiva di un parco  (sempre possibili vista la complessità) sono stati corretti, anche con adeguate ri-zonizzazioni: il P.N.del Gargano nel 2001, quello dello Stelvio nel 2006 e delle Dolomiti Bellunesi nel 2008. Di un caso, riguardante l’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, ho partecipato come componente della relativa Commissione di riserva al procedimento di revisione della zonizzazione, eseguito sulla base sia di adeguati studi scientifici che di una coerente analisi dell’assetto ultimo del territorio protetto. Tutti questi parchi sono “beni d’interesse nazionale” quanto la Valle dei Templi ed i relativi decreti istitutivi sono stati rivisti.

Anche per il Consiglio di Stato (in una sentenza del 2006) è possibile una “diversa valutazione” a distanza di anni di aspetti attinenti i beni culturali nell’interesse primario di tutela dei medesimi. Ad Agrigento, invece, le novelle «tavole della legge» del ’68 restano “intoccabili” per la legge istituiva del 2000. E nessuno si è indignato finora della grave “svendita” del patrimonio monumentale che, autorizzata dalla legge citata, è emersa in tutta la sua drammaticità con l’adozione del recente, lacunoso piano di parco.
Non si sono indignati i paladini dei beni storico-ambientali, alcuni dei quali lanciano di tanto in tanto sos sull’inquinamento della SS 118  ma che non vedono – o fanno finta di non vedere – le gravi lacune della legge istituiva e del piano di parco, né le numerose piscine costruite all’interno del perimetro dell’antica Akragas, immortalate perfino in poster dell’Assessorato ai BB.CC.AA. alla stregua di novelli monumenti.

Nemmeno il presidente del Consiglio del parco si è indignato della piscina posta a 170 m dal tempio della Concordia (in una zona di riserva integrale dove non si può arare oltre i 30 cm) ma in compenso si preoccupa del futuro inquinamento della SS 640.  In una recente intervista riguardante la vicenda di affidamento di terreni del parco a privati (AgrigentoWeb, 19.05.09), il senatore Benedetto Adragna  ha affermato: «mi verrebbe quasi voglia di ritirare la mia firma o meglio iniziare un percorso legislativo per abolirla [si riferisce alla legge istitutiva, n.d.a. ] e ricominciare da capo». Fa piacere sapere che un senatore della Repubblica condivida la necessità di correggere la legge n. 20/2000. Suscita dubbi, però, che tale auspicio provenga da colui che fu allora uno dei promotori della proposta di legge, poi approvata all’ARS nel modo lacunoso testé illustrato.  Ma per una volta sono d’accordo con il senatore Adragna: bisogna “ricominciare da capo”! E’ necessario innanzitutto ridefinire i confini con giustizia e scienza, viste le «illegalità» legalmente perpetrate, fra le quali quelle di confini fissati a 350m o 2500m senza alcuna analisi scientifica.

E’ necessario correggere la legge affinché la zona I-archeologica sia autentica riserva integrale, scevra da alberghi, B&B e piscine, affinché nessuno possa “sfruttare” ad uso privato un patrimonio nazionale per arricchirsi indebitamente. E’ necessario evitare soluzioni pasticciate per l’abusivismo della zona A, che – non va dimenticato - è stato un fenomeno identico a quello delle zone B, C e D, nelle quali però è stato condonato sebbene fossero “aree di rispetto” di un parco archeologico.  E’ tempo che l’ARS corregga la legge sul parco, trascurando per un pò bande musicali e gioco del golf che non rappresentano di certo il nostro futuro, né alcun sviluppo sostenibile del territorio. E’ tempo che i nostri rappresentati alla Deputazione regionale facciano qualcosa di concreto, senza faziosi dogmatismi o falsi opportunismi legalisti, per salvaguardare davvero la Valle dei Templi. Certamente si dovrà “toccare” quel qualcosa che finora non si è voluto fare: sarà “doloroso” solo per pochi, fra i quali coloro che da quarant’anni sfruttano a proprio uso e consumo il “patrimonio dell’umanità”. Per questo è urgente farlo.