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Indagine parlamentare su una nave carica di rifiuti nucleari giunta a Porto Empedocle

Eravamo poco più che ragazzi, quando Enrico Mattei portò il petrolchimico a Gela (CL) e a Priolo (SR) denominandoli poli di sviluppo. Ricordo che le nostre prima battaglie furono contro questo genere di sviluppo, perchè ben presto capimmo che di sviluppo, per la Sicilia, non avevano niente e fu più idonea la definizione di Cattedrali nel deserto.

Gela e Priolo esistono ancora, il greggio arriva dall'Oriente diventa benzina e riparte per l'Occidente europeo lasciando sul posto inquinamento, morte, alterazioni genetiche nei bambini, insomma il deserto.

Altro che Cattedrali! Negli anni settanta il petrolio veniva presentato come l'eterno miraggio. Il tempo è impietoso e ha reso giustizia a tutti quegli "untori come noi" che avevano previsto malattie e morte: il tempo è stato galantuomo. Oggi attorno a Gela non cresce neanche l'erba, nascono bambini con due teste ed altre malformazioni che sono certo figlie dell'acqua, dell'aria e della terra inquinata. Addirittura da Augusta (SR) e dalla vicina Priolo (SR) sono scappati tutti, creando un vero e proprio deserto abitato da fantasmi. Alla fine degli anni settanta e inizi degli anni ottanta, forse è stato consumato il più colossale delitto della storia ai danni dei siciliani.

In Italia si era celebrato un referendum sul'installazione di centrali nucleari. Il movimento ambientalista vinse e il problema nucleare ufficialmente fu accantonato. L'Italia stipulò accordi con la vicina Francia per l'acquisto di energia elettrica naturalmente elettronucleare. Parve a tutti un affare il bassisimo costo che l'Italia alla Francia pagò per ogni KW. In cambio offrì la sua energia a basso costo? Non si parlò più neanche del collocamento delle scorie radioattive. La fine degli anni settanta era stato un susseguirsi  di dibattiti e di ipotesi sullo smaltimento delle scorie.

Alcuni parlavano di calare i bidoni ripieni nelle fosse delle Marianne nel centro dell'Oceano Pacifico, altri più ardimentosi e spericolati ipotizzarono voli di navicelle verso la luna per depositare i loro carichi di morte. Niente di tutto questo ebbe luogo. Le scorie presero la strada più semplice: il sud. Campania, Calabria e Sicilia. Nel 1980 le province di Agrigento e Caltanissetta, da sempre ricche di zolfo, sali potassici e sale da cucina gestite dalla Regione Siciliana con l'apposito Ente Minerario Siciliano (EMS) videro chiudere le miniere di zolfo e di sali potassici. I siti minerari che da secoli avevano visto crescere e morire centinaia di migliaia di minatori sul loro ventre, ritornarono agli eredi degli eredi degli ipotetici proprietari. A qualcuno venne offerta una cifra, che, parve una manna, perchè non sapeva neanche dell'esistenza di queste vecchie proprietà. Le miniere, in questo modo, divennero proprietà privata in mano a "gente vera". Nel 1984 il dottor Antonio Lupo, ematologo dell'ospedale Niguarda di Milano venne a Favara (Ag) a chiudere i lavori di un convegno avente per oggetto: "Il tumore nel territorio agrigentino", organizzato dall'allora gloriosa  e intraprendente Democrazia Proletaria. Il dottor Lupo soggiornò qualche giorno e volle conoscere il territorio. Oltre alla Valle dei Templi di Agrigento, fu naturale visitare le miniere.

Grande fu lo stupore, quando giunti sul posto trovammo gli ingressi completamente tappati e livellati da chissà quale ruspa gigante. Pensammo alla solita ignoranza dei neo-borghesi siciliani che in barba al valore storico di una miniera avevano preferito tappare tutto e mettere a vegetare fichi d'india. Sono passati venticinque anni da allora, e ora forse tutto è chiaro. Non era stata ignoranza siciliana ma business.La risposta l'abbiamo avuta nel 2009, allorquando è finita in Parlamento la richiesta di sapere dove sono finite trenta navi cariche di rifiuti speciali e radioattivi. Una di sicuro approdò a Porto Empedocle ed il suo contenuto fu seppellito nelle centinaia di miniere sparse per tutta la provincia di Agrigento e Caltanissetta: Casteltermini, Campofranco, Favara, Agrigento, Aragona, Palma di Montechiaro, Racalmuto, Santa Elisabetta, Comitini, Canicattì, Grotte, Serradifalco, Milena e Sutera. Abbiamo citato questi luoghi perchè proprio qui si registra una alta incidenza di morti per tumore superiore persino a Gela e Priolo. Già a Favara per esempio su duecento decessi all'anno, ben sessanta sono causati per tumore; ad Aragona su cento decessi, novanta sono causati da tumore. Nel 2004 un pentito di mafia di Sant'Angelo Muxaro parlò di rifiuti "speciali" collocati ovunque fosse stato trovato un buco.

Si spiega così la frase di Salvo Lima, parlamentare europeo della Democrazia Cristiana, ad un "amico": "trovate un vallone e vi faccio diventare ricchi". Ecco cosa fu la ricchezza: morte per un tumore ai danni di una popolazione che ignara ha continuato a condurre la solita vita e si è vista colpire negli affetti più profondi perdendo figli, genitori e parenti. Nel luglio del 2007 ho incontrato alla clinica Maddalena (centro siciliano di eccellenza per lo studio e la cura dei tumori) il professor Enrico Testa che nel marzo dello stesso anno aveva tenuto un convegno al castello Chiaramontano di Favara sul tumore al colon.

Quella mattina, nell'attesa di iniettare l'ennesima dose di chemio alla mia Compagna, il dr. Testa, nativo di Trapani, mi parlò di un'altra devastazione avvenuta in quella provincia. Esistevano da diversi anni, abbandonate a Castelvetrano, Mazara del Vallo, Marsala e Menfi le cave di conci di tufo che negli anni cinquanta e sessanta erano stati utilizzati per la costruzione di mezza Sicilia. Un bel mattino tutte quelle cave furono ripianate da ruspe dopo che erano state riempite di tutte le schifezze prodotte dalle industrie italiane ed europee. Il prof. Testa mi ribadiva che dal loro punto di osservazione, avevano un quadro piuttosto chiaro della situazione di tutta l'isola: le province più colpite da tumore erano Agrigento, Caltanissetta e Trapani con tipologie di neoplasie tipicamente di una civiltà industriale. Alla faccia!!!

In queste tre province oggi si sopravvive di agricoltura e di pesca, l'industrializzazione non è mai arrivata.  Vogliamo rivolgere un accorato appello a tutti quelli a cui ancora oggi viene proposto lo smaltimento di rifiuti pericolosi. Se trenta anni fa fu possibile, è perchè non si conosceva la pericolosità della materia. ora che tutto è chiaro, ora che abbiamo capito che non basta il denaro per guarire dal tumore, ora che abbiamo compreso che la radioattività è un cane idrofobo (arraggiatu!) che non conosce il proprio padrone, a tutti voi è affidata la salute degli agrigentini, dei siciliani e anche quella Vostra.

di Giuseppe Alonge, professore emerito del Centro Studi Erato di Favara.