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Cronologia: Le intese politiche per celare l'inganno

19 luglio 1966

Agrigento, una frana, conseguenza (obiettiva) della politica dissennata di quegli anni, colpisce tragicamente la città; in pochi istanti circa ottomila persone perdono tutto: tetto, masserizie, beni,oggetti. Non ci sono vittime perché un impiegato comunale ha visto in tempo l'aprirsi di fessure nei muri e ha suonato le campane in segno di allarme.

3 agosto 1966

Il ministro dei Lavori pubblici Giacomo Mancini con decreto ministeriale 3 agosto 1966 n. 12765, costituisce una commissione d'inchiesta per «effettuare indagini, in dipendenza del movimento franoso verificatosi nell'abitato di Agrigento il 19 luglio 1966».

Presidente della commissione. Michele Martuscelli: direttore generale della sezione urbanistica del ministero. In Sicilia si corre ai ripari: l'assessorato regionale agli enti locali, anziché dare la massima collaborazione possibile alla commissione ministeriale, avoca a sé le indagini e nomina a sua volta una commissione d'inchiesta con l'incarico di «accertare eventuali irregolarità nel settore dell'edilizia».

Due funzionari della Regione, il dottor Raimondo Mignosi e il dottor Giovani Di Cara, inviati dall'assessorato regionale, prendono in consegna tutti i documenti rivendicando alla Regione l'esclusiva competenza in materia di enti locali. Due giorni dopo i commissari nazionali dichiarano al «Giornale di Sicilia» di aver le mani legate e di non poter svolgere il loro compito non potendo vedere i fascicoli delle licenze edilizie rilasciate ad Agrigento dal 1956 al 1966.

Per difetto delle norme di attuazione, la Regione non ha competenza primaria in materia urbanistica e pertanto quello che nel settore è stato fatto è da ritenere irregolare ed incostituzionale; comunque non riferibile alla competenza della Regione.

In questo stato di disordine la Regione e i Comuni, con un allentamento di ogni vincolo legislativo, hanno determinato il caos edilizio di Palermo, Messina, Catania, Agrigento, Caltanissetta, Trapani e Marsala. I risultati delle due inchieste autorizzano comunque un giudizio nettamente negativo. L'accusa che non ammette attenuanti avrà così seguito in tribunale.

Infatti i tre sindaci di Agrigento, succedutisi tra il 1956 e il 1966: Antonino Di Giovanna, Vincenzo Foti e Antonino Ginex vengono condannati, in primo grado e in appello, per il delitto di interesse privato in atti di ufficio, in relazione alla condotta da loro tenuta in merito allo sviluppo urbanistico ed edilizio della città.

Sul piano legale dovrebbero figurare anche due assessori regionali, l'on. Grimaldi (Dc) e l'on. Lentini (Psu) come responsabili di numerose deroghe al regolamento edilizio. Oltre a non comparire poiché le firme nei decreti assessoriali di deroga non sono leggibili (per cui la magistraura ha rubricato i reati senza indicare i nomi degli imputati), non figurano fra gli imputati perché «i reati commessi durante la carica non sono perseguibili dalla magistratura, bensì dall'Alta Corte di giustizia per la Regione siciliana».

L' "Alta Corte di giustizia per la Regione siciliana" è praticamente inestistente in quanto dopo ventun anni non è stata ancora costituita, per cui ci si trova di fronte ad una situazione giuridicamente confusa quanto assurda. Le "voci" circa le "interferenze politiche" nello scandalo di Agrigento (prima e dopo la frana) non rimangono quindi soltanto tali: tre ex sindaci, uno dei quali ex deputato regionale, quattro ex assessori comunali, due assessori in carica sono tutti imputabili e comunque responsabili politicamente e moralmente; i congiunti di molti notabili della provincia sono implicati come soci o direttamente interessati in tutte le violazioni di legge.

Non si può dire neppure che gli scandali non siano stati noti in sede politica: il sottosegretario ai Lavori pubblici, l'agrigentino Giglia era a conoscenza di quanto è avvenuto nella città, inoltre il Presidente regionale on. Giuseppe D’Angelo aveva disposto un'inchiesta sulla situazione dell'edilizia di Agrigento inchiesta affidata al prefetto Di Paola ed al colonnello Barbagallo i cui risultati avevano creato malumori e contrasti in seno alla Dc ed al governo, sanati solo con la mediazione dello stesso sottosegretario. Di questa inchiesta, dirà il ministro Giacomo Mancini, non si trova traccia presso il Ministero dei Lavori pubblici.

D'altro canto in Sicilia (a differenza che a Roma) l'intesa tra democristiani e socialisti è totale: la Dc sa di poter contare sul segretario regionale del Psu Salvatore Lauricella.

Il disaccordo tra democristiani e socialisti in sede nazionale, sui criteri da adottare in Parlamento per rispondere alle numerose interrogazioni e soprattutto al paese, mette allo scoperto i soli socialisti della regione dal momento che i democristiani ben sanno difendere i propri uomini più o meno pregiudicati, col risultato che i più compromessi pur risultando responsabili, escono indenni e politicamente più forti dalle polemiche.

All'interno del Partito socialista c'è invece un gioco di contraddizioni tra i più autorevoli rappresentanti nei due governi: Mangione (assessore regionale per gli Enti locali), il capo gruppo all'Assemblea regionale e sette delle nove federazioni siciliane del partito sono solidali con Giacomo Mancini (ministro dei Lavori Pubblici); Fagone e Pizzo (due altri assessori regionali socialisti), il segretario regionale Salvatore Lauricella e tutto il sottogoverno socialista sono «per la difesa dei valori e dei diritti dell'autonomia» cioè con l'assessore regionale per gli Enti locali e contro Giacomo Mancini.

In compenso però circa un terzo dei deputati regionali democristiani si schiera a favore di quest’ultimo ma per ragioni diverse e opposte, vale a dire per giungere alla crisi del governo regionale.

Prevale un compromesso: Giacomo Mancini fa la sua bella denuncia alla Camera ma la denuncia rimane senza esito. Un'abile ed "improvvisata" azione di sciopero, nel dicembre del 1966, contro le decisioni del ministro che ha bloccato le licenze di costruzione (con la partecipazione di tutti i costruttori, di quasi tutti gli amministratori presenti e passati, delle maestranze dell'edilizia, degli stessi danneggiati dalla frana, per protestare contro il governo che ritarda gli aiuti) serve a dare l'assalto al genio civile, alla prefettura e al comune.

Un corteo di oltre quattrocento macchine, con camion, ruspe, impastatrici, compressori, percorre le vie della città sino alla sede del comune ove fa un gran falò di tutti i documenti degli uffici (ovviamente sono comprese varie documentazioni di una "certa" importanza).

Vengono arrestati una decina di operai e qualche imprenditore. Rimangono così poche prove e incomplete; tra queste rimane una sentenza del giovane pretore Angelo Filici emessa contro il costruttore Giuseppe Fiore: condannato al massimo della pena, sarà poi assolto in appello.

E.N.