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Il saccheggio di Agrigento: fu una lobby politico-giudiziaria-amministrativa? Secondo Alicata, si!

L'intervista a Michele Mallia evidenzia tanti aspetti. Sicuramente il decreto Gui-Mancini ha messo il freno ad uno sviluppo urbanistico disordinato che è stato una causa della frana del luglio del 66; ma prima di quell’evento chi ha messo le mani sulla città negli anni sessanta? Chi sono stati i responsabili del saccheggio edilizio e del dissesto urbanistico di Agrigento cui fa riferimento Mallia? Perché la sentenza del febbraio 1974 assolse tutti? Perché a pagare sono stati solo gli abitanti della zona A? Il comitato di quartiere di Maddalusa chiede la revisione di quel processo perché fu una “sentenza pilotata politicamente”; per comprendere le ragioni degli abitanti della zona A bisogna tornare indietro nel tempo. Siamo a metà degli anni 60, gli anni del boom edilizio ad Agrigento. In città ogni fazzoletto di terra è destinato a nuovi palazzi. Un dato: su 190 licenze edilizie emesse nel periodo tra il 15 luglio 1965 e il 19 luglio 1966, giorno della frana, ne sono state rilasciate ben 134 o in deroga, o in sanatoria, o contro i pareri dell’Ufficio tecnico, o della sovrintendenza ai monumenti, o del genio civile o dell’ufficiale sanitario; partendo da questo dato si può intuire di come si è formato lo sviluppo urbanistico della nostra città. Sviluppo caotico e oggi sotto gli occhi di tutti. Sviluppo figlio della lotta fra due gruppi di potere locale bene individuati: da un lato il gruppo La Loggia, dall’altro il gruppo Bonfiglio-Di Leo.

 

 

Una lotta per stabilire dove dovesse espandersi Agrigento, se verso Porto Empedocle o verso San Leone; tutto sembra deciso ma la frana del luglio del 66 fa emergere “ il saccheggio edilizio”. Rileggiamo alcuni passaggi fondamentali  di quei mesi per capire meglio le responsabilità del gruppo dirigente politico locale e regionale e di una parte del gruppo dirigente nazionale della Democrazia Cristiana. Un momento importante di riflessione lo offre il deputato comunista Mario Alicata: il suo intervento alla Camera dei Deputati, nella seduta di lunedì 5 dicembre 1966, evidenzia la rabbia e l'indignazione per quello che si era verificato nella città dei templi. Alicata fu l'unico a puntare il dito contro i responsabili, definendoli  saccheggiatori  e criminali, indicando al contempo nomi e cognomi piuttosto pesanti. Forse fu l'ultimo strenuo difensore della popolazione agrigentina: morì a Roma, colpito da un infarto, alla vigilia di un suo discorso in aula sulla frana.

Di lui, però, ad Agrigento nessuno si ricorda.  Noi vi proponiamo i punti salienti del suo intervento. OMISSIS. Alicata: “Non abuserò della pazienza degli onorevoli colleghi, dal momento che ho molte questioni da sottoporre alla loro attenzione (e ne sono giustificato, onorevole Presidente, visto che la discussione tocca anche aspetti giudiziari); non li affliggerò addentrandomi in un’analisi minuta delle varie questioni, ma devo dire che almeno alcuni dei più alti magistrati di Agrigento – il presidente del Tribunale , Aurelio di Giovanni, il procuratore della repubblica, Giovani Lamanna, il presidente della corte di assise, Raimondo Mormino- sono tutti, non in modo indiretto, ma in modo diretto, legati alla speculazione edilizia di Agrigento.

Il presidente del Tribunale, Di Giovanni, benché proprietario di un alloggio INCIS, possiede anche un altro appartamento intestato al fratello nel palazzo Saieva, uno dei palazzi costruiti senza licenza; sbrigò personalmente ed ottenne una deroga per potersi costruire un attico abusivo, dove tutt’ora abita, in un edificio per il quale era stata rilasciata licenza di costruzione per soli tre piani. Debbo dire, a conforto di questo magistrato, che l’altro appartamento dell’attico era allora occupato dall’ex questore di Agrigento, resosi noto e famoso in tutta Italia per avere condotto, nel modo in cui ha condotto, l’inchiesta sul caso Tandoj. Il procuratore della repubblica, Giovanni Lamanna, è proprietario di un appartamento in un immobile costruito da una cooperativa di impiegati del provveditorato agli studi, su un terreno ceduto a vilissimo prezzo dal demanio comunale. E potrei continuare per quanto riguarda il presidente della corte d’assise Bellanca, il presidente della sezione civile del tribunale agrigentino Raimondo Mormino, magistrati che hanno come caratteristica, tra l’altro, quella di essere di Agrigento, di essere strettamente legati per vincoli di parentela o politici al gruppo dirigente agrigentino; cosa che spiega, onorevole Presidente (perché non bisogna fare di tutta l’ erba un fascio), come l’opera assidua, coraggiosa, attiva di alcuni magistrati della pretura agrigentina- e ciò risulta dagli atti dell’inchiesta Martuscelli come dagli atti dell’inchiesta Mignosi- sia cozzata con il muro eretto dai più alti magistrati di Agrigento contro la possibilità di fare luce e giustizia”.

OMISSIS “Ma andiamo avanti”. OMISSIS “Quali dipendenti comunali, regionali o statali sono stati colpiti da sanzioni disciplinari, e da quali sanzioni nella fattispecie?” OMISSIS. Alicata “A me non risulta che siano stati demoliti alcuni degli edifici abusivi particolarmente scandalosi”

OMISSIS Alicata “ma per i professionisti colpevoli di violazioni di leggi e di norme, che cosa mi dice? Vorrei qui citare un caso, quello dell’ingegnere Domenico Rubino, nome che ricorrerà qualche altra volta nel corso della mia esposizione. Do per lette – ma se volete, le ho qui a disposizione – tutte le accuse precise e documentate che la relazione Martuscelli rivolge nei confronti dell’ingegnere Rubino”

OMISSIS “Vorrei sapere se l’ingegnere Rubino è stato privato di qualcuno degli incarichi che egli ricopre e, in ogni caso, se ne suoi confronti si intenda procedere a demolizione degli edifici abusivi di cui egli è compartecipe (almeno di questi)” OMISSIS Alicata “Se non è colpito, onorevole Mancini, l’ingegner Domenico Rubino, chi sarà colpito fra i costruttori, fra i progettisti, fra i direttori dei lavori di Agrigento? Questa è la domanda che oggi si pone l’opinione pubblica”.

OMISSIS Alicata “abbiamo l’inchiesta – badate, sollecitata dalla regione siciliana- di un funzionario della regione stessa, Mignosi, la quale arriva addirittura a prospettare nei confronti degli amministratori comunali di Agrigento due precisi reati, e innanzitutto il reato di falso in atto pubblico, di cui, secondo tale relazione di inchiesta, dovrebbero essere tenuti responsabili il sindaco Lauretta, il consigliere anziano, per un certo periodo, del consiglio comunale di Agrigento Bonfiglio – eccolo di nuovo, il cognato dell’ingegnere Domenico Rubino- attualmente capo del gruppo democristiano all’Assemblea regionale siciliana; un altro dei consiglieri anziani, per un certo periodo del comune di Agrigento, l’avvocato Mario La Loggia, allora dottor Mario la Loggia, il medico, com’è noto, dell’epoca del caso Tandoy, allora come ora segretario perpetuo della democrazia cristiana della città, oltreché, naturalmente, il segretario generale del Comune. Un altro preciso reato viene prospettato a carico di costoro nella relazione Mignosi: quello di associazione per delinquere”.

E.N.