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Totò Cuffaro contro Youtube

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a cura di Gaetano Alessi

Forse sarà l’inverno che continua a tardare, ma in questo momento in Italia più che i fiocchi di neve a fioccare sono le querele. Nuova moda tra i politici, che si divertono a seminarle come caramelle al minimo accenno di presenza non "concordata" sugli organi di stampa.

 

La denuncia fatta dal senatore siciliano Totò Cuffaro ha però pochi precedenti. Il baldo ex presidente della regione siciliana ha querelato, in un sol colpo, quattro mila utenti You Tube. Rei di aver commentato in maniera “birichina” il suo intervento in una puntata di Samarcanda del lontano 26 settembre 1991.
In quell’occasione un giovane Cuffaro accusò di “giornalismo mafioso” i cronisti e i magistrati presenti. Accusandoli d’infangare “la migliore dirigenza che la Democrazia cristiana avesse mai avuto in Sicilia”. Sul palco del Costanzo show, attaccato da Cuffaro, c’era quel Giovanni Falcone che da lì a poco sarebbe saltato in aria. Vittima del tritolo posto sulla sua strada dalla mafia di Riina.
Il video è stato pubblicato sul sito due anni fa e i commentatori si sono scatenati con considerazioni senza filtro sul politico. Utilizzando, cosa comune sul web, un nickname che prende, in molti casi, il posto del nome anagrafico. A Cuffaro questo non è piaciuto e i legali del senatore sono arrivati il 5 ottobre in Procura con i faldoni gonfi di chiose stampate da Internet. Perché con due anni di ritardo? Ovvio! Ora la querela fa “trandy”. Ma tutti i quattromila commenti sono ingiuriosi? Questo non è dato sapere. Ma intanto la querela è fatta e, per dirla in siciliano: “po’ si vidi”.
Immaginatevi però se al Senatore, condannato in primo grado per favoreggiamento semplice e rivelazione di segreti d'ufficio a cinque anni di reclusione, fosse data ragione. Sarebbe una rivoluzione. Facciamo un esempio: ogni arbitro potrebbe querelare un’intera curva che tutte le maledette domeniche gli dedica, a lui e gentile consorte, epiteti non riportabili.
Oppure gli automobilisti la mattina potrebbero denunciare tutta la tangenziale per colpa di chi, passando, gli indica la via più vicina per recarsi in luoghi diciamo “esotici”. Maxi querela che di certo per la sua complessità (si dovrà chiedere una rogatoria internazionale perché YouTube è un sito californiano e alcuni utenti Internet sono italiani ma residenti all’´estero) non produrrà nessun esito.
Ma lancia un messaggio chiaro: “Lasciatemi in pace: non parlate di me!”. In realtà questo è l’ultimo caso della querela utilizzata come forma d’intimidazione. Ma non è un fatto isolato. In Italia ormai le intimidazioni sono all’ordine del giorno.
Condanni un Presidente del Consiglio e allora delle telecamere ti pedinano e diventi un tipo “stravagante” se indossi calze turchesi (ma la polizia penitenziaria porta il basco dello stesso colore, mica saranno stravaganti anche loro). Magari il capo di quelle televisioni porta i tacchi, si fa trapiantare i capelli e indossa bandane. Ma lui stravagante non è: noblesse oblige.
La morale della storia è semplice e nel contempo tragicomica: decine di poliziotti dovranno inseguire su piste virtuali un fantomatico Enzo da Catania inteso il “turbominchia” per scoprirne la reale identità.
Ma con tutti i problemi che abbiamo non sarebbe meglio che le forze dell’ordine fossero libere di occuparsi di cose un tantino più serie? Ai querelanti l’obbligo della risposta.

 

di Gaetano Alessi
tratto da L'Altra Agrigento di ottobre 2009