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Immigrati sotto altra ottica: "Extracomunitari lo sono anche Messi, banchieri svizzeri o comitive di giapponesi"

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Immagini suggestive arrivano da Agrigento, estremo sud d’Italia. Un gruppo di senegalesi nei giorni scorsi ha manifestato davanti la Prefettura a causa di controlli insistiti da parte di uomini delle forze dell’ordine e di riferiti abusi da parte degli stessi.

Non so davvero dove stia la verità; so che la protesta è stata civile e nonviolenta ma che gli agrigentini, in larga parte, non hanno gradito. Per cui molti miei concittadini hanno esternato a favore della legalità, come sono soliti fare – magari dal computer sulla scrivania del posto statale che occupano o freschi di dichiarazione dei redditi leggermente ritoccata al ribasso o ancora dalla propria casetta abusiva a San Leone. Comunque sia, i commenti su Facebook o anche sul nostro magazine online locali si sono sprecati.

Non commento il fatto in sé, voglio solo soffermarmi sul modo in cui vengono usate certe parole, in particolare per parlare di queste persone che per molti oggi rappresentano un problema, “il problema dell’immigrazione” appunto. Proprio questa è la prima parola: problema. La libera circolazione di esseri umani sulla Terra, gli spostamenti migratori da un posto all’altro – che nessuno ha mai potuto evitare nella Storia –, la possibilità di cercare e di godere riparo e asilo dalle persecuzioni, o semplicemente cercare un lavoro dignitoso, non dovrebbe essere un problema. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani lo riconosce come diritto inalienabile. Eppure per molti è un problema.

E poi clandestino. Non uso ormai da anni questa parola – credo di non averla mai usata –, posto che di una persona che scappa dal suo paese non mi interessa sapere se è in regola o no. È un termine che denota negativamente qualcuno, così, senza neanche conoscerlo e ne mette in risalto il carattere illecito del suo stesso essere. Ad esempio, non sento mai chiamare condannato o inquisito o semplicemente imputato nessuno dei personaggi che affollano il nostro Parlamento e che di fatto lo sono. Anzi, quelli li chiamiamo “onorevoli”. Qualcuno, certamente per superficialità, pensa che il termine “clandestino” sia un mero sinonimo di “immigrato”, meglio se dalla pelle scura.

Abolirei anche extracomunitario, giacché ne metterebbe in luce soprattutto la sua non appartenenza a quel club esclusivo e fighetto che è la Comunità Europea. Peraltro non credo che i migranti brucino dalla voglia di diventare “comunitari”, credo cerchino solo un po’ di dignità negata. Anche in questo caso sarebbe necessario un pizzico in più di attenzione. Del resto, chi chiamerebbe “extracomunitario” un banchiere svizzero, custode di lucrosi proventi da commercio di armi? O il grande calciatore argentino, stella miliardaria della nostra squadra del cuore? E di una comitiva di giapponesi, diremmo che è un gruppo di “extracomunitari”? Eppure in tutti e tre i casi, tecnicamente si tratta di “extracomunitari”.

Farei attenzione (e molta) a non chiamare centri di accoglienza, quei mostruosi CIE (già CPT), i Centri di Identificazione ed Espulsione. Guardate un po’ in giro per il web – no, giornali e tv non ne parlano mai – e cercate di capire il tipo di accoglienza che si pratica in quei luoghi. In tutta la penisola è un fiorire di centri di detenzione per migranti, che creano situazioni di grande disagio per chi vi si trova rinchiuso e introiti redditizi per chi li gestisce. Il CPT di Agrigento è stato chiuso anni fa in seguito a una visita della Commissione per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, mica i boy scout (con tutto il rispetto)!

Menzione a parte, infine, per il termine disperati. Quante volte abbiamo sentito definire in questo modo le persone che arrivano nel nostro paese? “È arrivato un barcone di disperati”, “file di disperati davanti alla Questura”, “arrivano a migliaia, i disperati”. Leggo sul dizionario Devoto-Oli che “disperato” vuol dire “abbandonato da ogni speranza”. Credo che una persona che non ha più speranza si abbandona a se stessa, non reagisce, non chiede più nulla alla vita. Il migrante, invece, è una persona che contro ogni speranza, spinta dal bisogno più estremo, dalla povertà, dalla necessità di darsi un futuro e darne uno ai suoi figli e alla sua famiglia, si avventura in un lungo viaggio intercontinentale. Altro che mancanza di speranza! Dapprima nel deserto, a bordo di un camion stipato all’inverosimile – tutta la sua famiglia aveva raccolto, faticosamente e a via di sacrifici, del denaro per consentirgli di intraprendere il viaggio –; arrivato in Libia, vive per uno o due anni in un campo di raccolta, maltrattato dalla polizia – ogni tanto anche stuprata, se donna –, cercando di sopravvivere a forza di stenti. Alla fine riesce a saltare su un barcone, destinazione Italia, per fare una traversata di qualche giorno, che finalmente lo porterà verso una terra e una vita migliori di quelle che si è lasciato alle spalle. No, dico, secondo voi questa è una persona disperata? O piuttosto ha speranza da vendere, per riuscire a fare tutto questo? Penso che anche il termine “disperato” vada quindi mandato in soffitta.

Voglio raccontare invece cosa mi è accaduto una mattina di un paio di anni fa. Mi sveglio presto, accendo la televisione su Uno Mattina e mi accingo a fare colazione. Cucuzza – Michele, intendo – è già lì con la sua partner bionda a tenere compagnia ai mattinieri italiani che si apprestano ad andare al lavoro. È una trasmissione, quella, che varia da argomenti gravi e seri (il delitto di Avetrana), ad altri più frivoli (la sagra dello gnocco fritto), ad altri decisamente stupidi (la situazione politica italiana). E così, tra un argomento e un altro, il buon Michele passa la parola al militare addetto a riferire sulle previsioni del tempo. Normalmente non sono molto attento a quel che dicono, sono più intento a smanettare con caffettiere, tovagliette e tazzine. Il colonnello, molto distinto, prende la parola e, nel mio generico disinteresse, sciorina il suo sapere su venti, alta pressione, quadranti occidentali, temperature e mari. E proprio parlando dei mari, in quel giorno molto agitati, il militare vien fuori con un’espressione che “sovrasta l’acciottolio” (cito Guccini) e mi turba parecchio. Dice di augurarsi che in quel momento, nel Canale di Sicilia piuttosto ondoso, non ci siano di quei barconi che portano persone verso le nostre coste. Non ci posso credere, ha detto “persone”. Ha abbandonato tutta la terminologia che normalmente si usa in questi casi e le ha chiamati persone. Non clandestini, né extracomunitari, né disperati. Le ha chiamati persone.

Ecco, forse dovremmo cominciare dalle parole, riscoprire quelle più semplici, dar loro un senso. E forse riusciremmo anche a vedere gli immigrati sotto un’altra ottica. Quella del rispetto.

Alberto Todaro tratto da agrigentosette.it