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La Corte dei Conti solleva dubbi sulla gestione dell'ATO AG2

In una dettagliata relazione, per certi versi impetuosa, la Corte dei Conti della Sicilia mette a nudo la scandalosa gestione degli ATO rifiuti in Sicilia. La magistratura contabile regionale non risparmia critiche alla classe politica nostrana per come ha controllato l’affaire spazzatura dopo l’entrata in vigore degli ambiti territoriali ottimali; punta il dito sugli sprechi, sulle assunzioni di personale, sui costi elevati per organi collegiali che, in virtù dei risultati ottenuti sul piano dell’efficienza rispetto ai fondi pubblici gestiti e a quanto pagato dai cittadini per un servizio sempre più carente, di fatto ha trasformato le società in costosissimi carrozzoni inutili.

Nonostante i buoni intendimenti della legge circa l’ottimizzazione del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, dunque, non sembra affatto che gli ATO abbiano dato, in concreto i frutti sperati; l’attuazione del sistema privatistico in Sicilia ha presentato e presenta varie criticità, nonostante alcune effettive ottimizzazioni, che hanno fatto lievitare considerevolmente i costi e creato vari problemi circa lo svolgimento effettivo del servizio; il presidente della regione, Raffaele Lombardo, tra i punti del suo programma ha previsto una drastica riduzione degli ATO ma ciò, a parte il fatto che la legge, su tale punto, non è stata attuata, non sembra assolutamente idoneo, a giudizio anche della Corte dei Conti regionale, da solo, a risolverne i nodi cruciali. Secondo la magistratura contabile, il primo tema di fondo, sul quale occorre prontamente porre un rimedio sia a livello normativo sia a livello amministrativo ed attuativo, è quello relativo alla durata ed alle funzioni delle società d’ambito le quali dovrebbero avere dei compiti soltanto “regolatori”, differenziando in tal modo la loro posizione ed i loro interessi istituzionali rispetto al gestore del servizio.

Pertanto gli ATO dovrebbero “utilizzare personale adeguato, dotato di effettive e specifiche competenze professionali, non facilmente acquisibili a mezzo di stabilizzazioni di personale precario dei comuni (spesso privo di precedenti e qualificate esperienze lavorative), e conseguentemente dichiarare senza indugi, gli eventuali esuberi. In ogni caso, il numero del personale deve essere adeguato alle diverse modalità di gestione”.

La magistratura contabile siciliana fa riferimento alla scarsa trasparenza nell’assegnazione dei lavori, molto spesso affidati senza procedure di evidenza pubblica, a cooperative, sovente costituite ad hoc con assunzioni clientelari ed a volte di persone con pregiudizio penali e dalla scarsa affidabilità professionale. L’obiettivo principale nell’espletamento dei servizi pubblici, comunque organizzati, è appunto quello di rendere alla collettività amministrata il servizio migliore possibile. Sugli ATO, la magistratura contabile, ha puntato l’attenzione anche sulla legittimità comunitaria degli affidamenti diretti delle gestioni del servizio alle attuali società d’ambito perché tali affidamenti “non possono comportare, relativamente ciascun singolo comune-socio dell’impresa ATO, alcun controllo analogo a quello esercitato sui propri uffici”. In pratica gli ATO sono all’origine imbarazzanti conflitti di interesse e situazioni conflittuali che fanno capo spesso allo stesso Ente pubblico per il fatto che si trova ad essere, da un lato, titolare, attraverso partecipazione di maggioranza, di società miste aggiudicatarie di appalti relativi ai rifiuti solidi urbani e, dall’altro, in quanto componente dell’ATO in posizione concorrenziale verso le stesse società miste e quindi, in buona sostanza, verso se stesso”. Ma oltre all’aspetto della legittimità comunitaria, la Corte dei Conti regionale, rileva che l’attuale sistema appare “quanto meno aprioristicamente inopportuno sotto il profilo di una sana gestione aziendale” Perché? Le società d’ambito non preesistevano sul mercato e, quindi, erano prive di “qualsivoglia specifica esperienza professionale e gestionale, e, in genere, di avviamento”. Le stesse società, inoltre, sono state originariamente costituite con il capitale minimo allora previsto dal codice civile, (euro 100.000,00) di nessun significato economico-finanziario perché inidoneo allo scopo, ed erano prive di mezzi e di personale.

In buona sostanza si trattava di “imprese improvvisate”, prive di capitale di rischio, sostanzialmente prive di mercato e di rischio imprenditoriale e destinate ad assumere consistenza economica soltanto in forza del monopolio derivante dai successivi contratti di servizio e dagli apporti da parte dei comuni-soci; su tale punto, alcune società hanno aumentato il capitale sociale ma ciò per la conte dei conti “appare strumentale in quanto finalizzato all’ottenimento di alcuni vantaggi di legge e tale aumento è insufficiente anche ai fini dei necessari investimenti”. Gli enti locali, da parte loro, hanno forse trovato una qualche immediata convenienza nella possibilità di devolvere parte di proprio personale, per la stragrande maggioranza precario, il quale ha goduto della stabilizzazione mentre la parte di personale rimasta presso i comuni, ha finito per costituire un costo aggiuntivo. Tutto ciò ha comportato “un assai consistente ed immediato aumento dei costi di gestione a seguito delle innovazioni introdotte in materia e soprattutto per il trasporto in discarica e la gestione della discarica stessa secondo le restrizioni imposte dall’attuale normativa”.

La sottocapitalizzazione degli ATO ha comportato e comporta “gravi difficoltà in ordine agli investimenti, la loro inaffidabilità circa il tempestivo adempimento delle obbligazioni assunte, e la loro esclusiva dipendenza dai soci i quali, peraltro, nell’attuale situazione si trovano talora praticamente costretti al rimborso di spese “a piè di lista” in sostanziale violazione dell’articolo 238, comma 3, del Decreto Legislativo numero 152 del 2006. La Corte dei Conti, osserva che la ”derivazione pubblica, l’esclusività del rapporto, l’assenza di preoccupazioni riguardanti la concorrenza ed il controllo pubblico di tali società potrebbe indirettamente comportare una loro sostanziale, anche se non formale, neutralità in ordine a maggiori costi di personale (sia sotto l’aspetto numerico, sia sotto l’aspetto retributivo, sia sotto l’aspetto dell’effettiva qualità e quantità del lavoro svolto) e di gestione dei trasporti e delle discariche potendo forse restare più interessati a questioni politiche e di mera legittimità formale che a problemi di distribuzione di dividendi agli azionisti, di affermazioni sul mercato, di concorrenza, di qualità del servizio e, quindi, di ricerca  di nuove tecniche e di maggiore economicità della gestione economico-finanziaria”.

In altri termini, l’attuale assetto degli ATO, salve poche eccezioni, somma sia i difetti del “pubblico” sia i difetti del “privato”. Alla luce di tali osservazioni, per la Corte dei Conti, appare “necessario ed urgente che le aziende di smaltimento dei rifiuti siano finanziariamente e professionalmente idonee, sappiano stare sul mercato, siano realmente indipendenti dai comuni e dalle loro finanze ed abbiano specifici obiettivi da perseguire”. Un cenno all’attuale applicazione dell’IVA al 10% sul servizio che in pratica ha introdotto un ulteriore aumento della pressione fiscale a carico dei cittadini.

Tale imposta, nonostante il diverso parere dell’Agenzia delle entrare, appare, per la magistratura contabile di “discutibile debenza sostanziale, atteso che, non essendosi ancora diffuso il passaggio alla tassa di igiene ambientale, ancora oggi si paga la TARSU che, come è noto, è una vera e propria tassa. Cosicché attualmente si calcola e si paga sostanzialmente un’imposta (IVA) su una tassa. Appare discutibile il pagamento dell’IVA da parte di soggetti che si pretende di assimilare ad una sorta di uffici degli stessi comuni-soci”.

La questione è stata rilanciata dalla Corte dei Conti agli organi competenti. Per quanto poi concerne la discariche, le stesse, nell’immediato “andrebbero individuate ed autorizzate più speditamente senza farsi troppo rallentare da opposizioni ideologiche, ingiustificatamente psicologiche, atecniche o strumentali, magari, tenuto conto delle specifiche realtà territoriali, scegliendo il minor danno ed individuando dei siti in qualche modo inquinabili”. Infine, per la Corte dei Conti “appare necessaria la realizzazione dei pur assai costosi ma sovvenzionati termovalorizzatori, anche al fine di trasformare i rifiuti in energia ed ottenere in tal modo il duplice vantaggio di meglio e più adeguatamente eliminare i rifiuti medesimi e, contemporaneamente, di produrre preziosa energia e di abbassare i costi sostenuti dai cittadini”. In poche parole quello degli ATO è un sistema tutto da riformare ma nel frattempo tutti continuiamo a pagare…

E.N.