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Cara Girgenti Mia, 29° puntata: "la storia della Biblioteca Lucchesiana"

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Si fa fatica a credere che questa strada stretta, a gomito, a dorso d'asino, che odora di capelvenere e di erba di vento, dove il sole stenta ad accarezzare il manto d'asfalto, sia stata fino agli inizi del 1900 il cuore politico, culturale e religioso di Agrigento.

Eppure Girgenti si identificava in questo budello, circondato da palazzi signorili i cui fregi architettonici in arenaria assomigliano sempre più, per l'azione del vento e della rara pioggia, a informi blocchi di pietra, che ricordano ancor di più un pezzo della Valle sita a metà strada tra questa via Duomo e il vecchio molo, da dove prendevano le vie del mondo lo zolfo e il salgemma, tirati fuori dai budelli sotterranei dell'entroterra.

E il giallo dello zolfo e il bianco del sale si ritrovano nella facciata del Palazzo Lucchesi - Palli, che ospita la Biblioteca fortissimamente voluta dal principe - vescovo. Una struttura laica, già nella sua concezione, incastonata tra i simboli più cari della cristianità, che ha inglobato e fagocitato, fino a renderle quasi irriconoscibili, due delle costruzioni più sacre dell'antica religione dei Gentili: il tempio di Zeus Atabirio, l'attuale Duomo, e il tempio di Atena Promakos, Santa Maria dei Greci. Al centro di più culture, quali la latina, la greca (Chiesa di Odigitria), l'ebraica e l'araba.

In questo ombelico del mondo viene scavata una parte dell'antica acropoli, tra il Palazzo vescovile (ricostruito ed ampliato per volere e con i soldi del Lucchesi - Palli) e il Castello (poi Carcere Vecchio ed infine Casa dell'acqua), "a fianco il muro che guarda verso oriente del giardino di Nostra Signora dell'Itria sino al muro che guarda verso tramontana e chiude il giardino di detto Castello" includente "il muro della turrazza di detto Castello sopra il cemeterio dell'Itria" e "il posto del terreno che dona sulla strada mastra vicino all'Itria". La costruzione avvenne subito dopo l'atto stilato presso il notaio Agostino Contino il 26 marzo 1760.

Questa data è importante perché questa Biblioteca è in assoluto una delle prime biblioteche aperte al pubblico, senza alcuna distinzione di censo o di stato. Soltanto nel 1634 il vescovo francese François Harlay senior apriva la sua biblioteca di Rouen "ai signori canonici dal levar del sole al calar del sole e inoltre e parimenti alle persone dotte e studiose e agli stranieri"; le altre biblioteche aperte al pubblico, costituito soprattutto se non esclusivamente da uomini di Chiesa, sono l'Ambrosiana di Milano (1608), la Bodleiana di Oxford (1612) e la Biblioteca Angelica di Roma (1620). La Biblioteca Lucchesiana verrà donata alla città di Agrigento e ai suoi cittadini il 16 ottobre 1765, fornita anche di un congruo lascito che ne assicuri nel tempo la gestione e l'ampliamento. Assicuri e non assicura perché i discendenti del Vescovo, alla sua morte, impugnarono il lascito, il che ha decretato la sua decadenza e la lenta agonia. Parliamo dei parenti. Andrea Lucchesi Palli nacque a Messina il 16 aprile 1692 da Fabrizio, duca di Adragna e nipote del principe di Campofranco, e da Anna Avarna.

Il fratello Giuseppe fu comandante supremo della cavalleria di Maria Teresa d'Austria e morì eroicamente nella battaglia di Leuthen, il 5 dicembre 1757. I suoi eredi, il duca di Belviso e il principe di Campofranco, che dovevano versare 30 onze annue ciascuno, secondo quanto deliberato nel testamento del vescovo, si rifiutarono di pagare, se non in minima parte, pur avendo incamerato l'eredità così vincolata. Alla svalutazione della moneta seguì, con la confisca e la cacciata degli ordini religiosi, l'espulsione dei Liguorini, che per conto del vescovo svolgevano le cariche di bibliotecario, vice - bibliotecario, massaro e di esattori delle rendite (case e terreni) legate alla biblioteca.

La città di Girgenti fu incapace non solo di gestire degnamente, ma anche di comprendere fino in fondo la magnanimità e il valore di questo lascito, tanto che si preoccupò soltanto di vendere i duplicati, tra cui preziose cinquecentine. Dalla biblioteca spariranno preziosi reperti archeologici e la ricchissima collezione numismatica, compresa la raccolta di monete greche e romane, motivo di meraviglia degli stranieri che visitavano Agrigento. Di questa raccolta rimarrà soltanto il raffinato forziere - raccoglitore.

La Biblioteca, così come altri beni culturali agrigentini, troverà nella città, che fu di Empedocle, non degni custodi. La sua lenta agonia si trascinerà nel tempo. L'affitto dei locali del secondo piano, adibiti originariamente ad abitazione dei Liguorini, voluti ed ospitati ad Agrigento dal vescovo Lucchesi - Palli (aveva conosciuto personalmente S. Alfonso Dei Liguori), dapprima ai carabinieri, poi alla Guardia di finanza e di alcuni vani del piano terra alla Prefettura, ne provocarono il decadimento per usura prima e per abbandono successivamente.

La Biblioteca agli occhi del giovane Luigi Pirandello si presenterà così come appare descritta dal fu Mattia Pascal, un triste luogo in grave stato di decadenza: "Intanto, sul tavolone lì in mezzo c'era uno strato di polvere alto per lo meno un dito: tanto che io - per riparare in certo qual modo alla nera ingratitudine de' miei concittadini - potei tracciarvi a grosse lettere questa iscrizione :

A Monsignor Boccamazza
munificentissimo donatore
in perenne attestato di gratitudine
i concittadini
questa lapide posero.

Precipitavano poi, a quando a quando, dagli scaffali due o tre libri, seguiti da certi topi grossi quanto un coniglio".

Il 23 gennaio 1963 il bibliotecario invia alla Soprintendenza il seguente telegramma : "Comunico crollo integrale tetto Biblioteca Lucchesiana. Danni ingenti. Urge provvedimento immediato onde salvare prezioso patrimonio. Direttore Baio". Questo telegramma segnò la fine dell'agonia, ma anche l'inizio del suo recupero. Oggi la Biblioteca, dopo un lungo e delicato restauro sia delle strutture architettoniche e sia del patrimonio librario, vive, ma forse sarebbe più giusto dire sopravvive.

Il suo patrimonio librario, nel frattempo arricchitosi con l'inglobamento delle biblioteche dei vari ordini soppressi e di alcuni lasciti, va riscoperto dagli agrigentini. Dagli agrigentini perché i forestieri lo conoscono da tempo perché rappresenta una delle più importanti biblioteche di fondi antichi a disposizione dell'Italia meridionale. Entrarvi e godere dei suoi libri è una delle sensazioni più belle che un uomo possa provare. Sembra il posto ideale dove poter ambientare uno dei miei personaggi descritti in Alberto e la città, il bibliofilo cieco: "La cecità l'ha preso a poco a poco e man mano che i colori e le immagini scemavano, si andava sempre più affinando il tatto.

Per cui, quasi senza accorgersene, finì con l'amare i libri non più per il loro contenuto. Non amò più i libri nemmeno per le miniature, i caratteri, gli inchiostri, ma per il tipo di carta, lo spessore, la filigrana. Non poté più leggere, ma si consolava palpando le copertine, individuando il tipo di pelle sul dorso, le incisioni in oro, gli odori. Conosce ogni libro della sua immensa biblioteca al fiuto e al tatto. L'umidità li ha resi come organismi vivi che si dilatano, si deformano, assumendo ognuno di essi una forma propria, diversa da un esemplare all'altro.

A chi è fornito di vista la polvere, accumulata sugli scaffali più alti, le ragnatele, che pendono dal lampadario e dalle appliques, l'odore di muffa e di rinchiuso possono distrarre; ma il bibliofilo cieco no. Tutto il suo essere è ora un enorme libro che respira assieme agli altri. La propria pelle assume giorno dopo giorno la consistenza della pergamena. L'ombra ne ha schiarito la pelle. I capelli bianchi sembrano i fili serici di legatura. Un silenzio irreale regna oggi sovrano tra le pareti di uno dei più vivaci salotti culturali della Palermo bene di una volta".

Eccezion fatta per la polvere e per le ragnatele, che non ci sono più, l'atmosfera è identica. Tradisce il passaggio alla nuova era tecnologica la presenza, seppur discreta, degli igrometri posti dentro gli scaffali a salvaguardia di un patrimonio incommensurabile, anche dai punti di vista economico e bibliofilo. Il Vescovo vi aveva profuso tutte le sue sostanze, l'aveva dotata di incunaboli, manoscritti, cinquecentine già rari e preziosi ai suoi tempi. Ma tutto questo patrimonio librario aveva uno scopo ben preciso: i libri dovevano servire a nutrire lo spirito dei martoriati abitanti posti sotto la sua custodia, per sempre. Così come li aveva nutriti di pane durante una delle più terribili carestie, quella del 1762-63, mettendo mano alla sua dote personale.

Se parliamo del conte e vescovo Andrea Lucchesi - Palli lo facciamo soprattutto per il suo intento, profondamente laico. Lui uomo di Chiesa fin dentro il midollo, ha voluto che la sua biblioteca diventasse un ente giuridico sganciato sia dalle proprietà ecclesiastiche e sia dalle autorità civili, un ente autonomo, che si reggesse con le proprie forze, convinto che la cultura appartenga a tutta l'umanità. Uomo di Chiesa, antesignano dell'Illuminismo, ossimoro ben riuscito tra fede e ragione.

Aveva previsto tutto, tranne la cattiveria e gli egoismi degli uomini: "Il conte Andrea Lucchesi - Palli vescovo di Agrigento rende di uso pubblico la propria biblioteca. In tutti i giorni feriali da due ore prima a due ore dopo mezzo giorno sarà consentito a chiunque di accedervi. Nessuno varchi la soglia furtivamente né ponga mano agli scaffali. Il libro che desideri, richiedilo, usalo, mantienilo intatto, non ferirlo dunque di taglio o di punta, non segnarlo di postille. È consentito inserirvi un segnalibro e copiare quel che si vuole. Non appoggiarti sul volume, se devi scrivere non metterci sopra la carta, l'inchiostro e la sabbia per cancellare tienili un po' distanti, sul lato destro. (...) Osserva il silenzio, non disturbare gli altri leggendo a voce troppo alta, al momento di andare chiudi il libro, se è piccolo restituiscilo a mano, se è grande lascialo sul tavolo dopo aver avvertito l'inserviente. Non pagare nulla, ma vattene più ricco e ritorna più spesso".

Oggi si entra nei locali della biblioteca dalla porta di servizio, per cui non si può avere l'effetto, tipicamente settecentesco, della scenografia preparata accuratamente dal maestro Pietro Paolo Scicolone, architetto di Licata, e dallo stesso vescovo e realizzata totalmente da maestranze locali. Salendo per una comoda e ampia scala, si accede, al primo piano, all'antilibreria che reca su una parete una lapide marmorea recante le norme stabilite dal Vescovo, già riportate. Una porta intagliata, molto elegante nella sua essenzialità, fa intravedere l'enorme sala di lettura (20 m x 8.7 m). Sullo sfondo al centro la statua marmorea del Lucchesi - Palli, realizzata dallo stesso scultore che eresse il suo mausoleo posto all'interno del Duomo, dentro una nicchia di legno. Ai lati, in alto due medaglioni lignei, allegorici, raffiguranti due donne.

Quella di destra, reca in mano uno specchio; quella di sinistra, un libro. Finora si è voluto vedere, giustamente, nella donna mirantesi nello specchio, più che la vanità muliebre, la conoscenza dell'uomo, riflessa allo specchio, come dice s. Paolo: vidimus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem (I Corinzi, 13, 12) " Al presente vediamo attraverso lo specchio, in maniera confusa, ma poi vedremo faccia a faccia"; l'altro medaglione è stato, a mio modesto parere, sottovalutato. Anch'esso riveste valore allegorico ed è connesso strettamente al primo.

Si riferisce ad un altro versetto della stessa lettera paolina (I Corinzi, 2, 5): Ut fides vestra non sit in sapientia hominum, sed in virtute Dei "Affinché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio". La donna, che indossa una stretta corazza, punta con la sinistra la fronte da cui partono (o meglio arrivano) due corni, come quelli che si trovano sulla fronte del Mosè di Michelangelo, simbolo dell'illuminazione divina, e con la mano destra regge un libro.

Il libro rappresenta sicuramente la sapienza umana, i due raggi di luce sulla fronte la sapienza e la potenza di Dio. Ma perché, contrariamente a quanto l'iconologia classica e cristiana detta, indicare la potenza di Dio con la mano sinistra (simbolo del male) e la sapienza umana con la destra (simbolo del bene)? L'intera figura, a mio parere, è riflessa nello specchio, per cui la donna (la filosofia), sicura di sé (la corazza), indica giustamente con la destra la potenza di Dio, mentre considera fallace la sapienza degli uomini, retta con la mano sinistra.

Un perfetto gioco di specchi, tra cui traccia un solco sicuro la bianca e ieratica figura del conte vescovo. Siamo in pieno Settecento, secolo che ha portato alle estreme conseguenze l'iconologia e l'ermeneutica. La Biblioteca può, quindi, essere visitata come un bene monumentale. Questa fruizione è, comunque, riduttiva. I libri, in essa custoditi, che spaziano attraverso tutte le discipline dell'umano sapere, vanno consultati sia per il loro contenuto, stranamente ancor oggi attuale, sia pure per il piacere di sfiorare un bene altrimenti non godibile, come fa il bibliofilo cieco, ma stavolta dalla vista fine. Vi sono custoditi anche libri proibiti, messi cioè all'indice dalla Santa Inquisizione, non altrimenti fruibili. Molti volumi recano la nota di possesso scritta di proprio pugno dal suo Donatore; dispiace pertanto che la segnatura sia spesso scritta in maniera eccessiva, quasi a ledere l'integrità voluta dal Vescovo.

La Biblioteca è retta con amore e competenza da personale della Soprintendenza, ma non a tempo pieno, per cui può essere visitata al mattino soltanto due giorni la settimana, giovedì e venerdì, e di pomeriggio soltanto una volta, il mercoledì. Rispettando la volontà del suo Donatore nulla è dovuto. Sta a noi soltanto il compito di difendere, amare e utilizzare un bene che molte città ci invidiano.

tratto da Fuorivista