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Un senegalese in cura presso il reparto psichiatrico dell'ospedale di Agrigento

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Kid giunse ad Agrigento il 3 settembre dell’anno passato; proveniva da Liegi ove lavorava da tempo. Scelse Agrigento perché vi abitano uno zio ed alcuni amici. Aveva bisogno di loro perché aveva paura e doveva esser aiutato a tornare in Senegal ove il guaritore lo avrebbe aiutato a vincere la paura e gli avrebbe tolto la “radice”, così come era accaduto già durante la prima giovinezza.


Intanto che i suoi preparavano il ritorno nella terra dove era nato e viveva il guaritore, le condizioni mentali di Kim si aggravarono: non dormiva, non si alimentava, stava chiuso in casa ed avvertiva che fuori - nell’aria si addensava una misteriosa ostilità e, nella strada una cupa inimicizia degli altri uomini, e sentiva - incessanti e dolorose - insolite voci che gli predicevano la catastrofe personale, l’ingresso nel suo corpo di spiriti maligni ed infine la morte. E se morte doveva accadere, tanto valeva darsela ed uscire dalla nebbia di sofferenza di paura che lo avvolgeva.
Il Senegal è lontano, il ritorno non poteva essere immediato e Kid voleva morire subito, al più presto e si capiva che lo avrebbe fatto.

Lo si capì quella notte quando, nella piccola stanza del vecchio centro di Girgenti, gli amici e i parenti dovettero immobilizzare Kid, abbracciandolo per lunghe ore. Kid in ospedale mi apparve inquieto, triste e sfiduciato. I parenti, gli amici ed il rappresentante degli extracomunitari in città, che è uomo intelligente e agile di comprensione e di tratto, mi chiesero di accogliere Kid nel reparto psichiatrico per il tempo necessario ad un qualche miglioramento, di modo che avrebbe potuto far ritorno in Senegal, ove un guaritore tradizionale lo avrebbe liberato dalla “radice” che è una sorta di “fattura siciliana”, o di “malocchio” napoletano. In passato qualche Senegalese lo avevo conosciuto.

Due li conobbi in un ufficio postale privato mentre spedivano denaro alle loro famiglie in Africa.
Mi venne automatico paragonarli agli emigrati nostri degli anni ‘50 che, con le “rimesse” dalla Germania o dal Belgio, sostenevano i loro familiari, le loro giovani mogli e i figli, fatti ad ogni annuale temporaneo ritorno, e rivisti l’anno successivo. Dissi loro quel che pensavo e ne ricevetti - dopo un iniziale timido imbarazzo - cordialità e simpatia. Dovevo star zitto, perché quei lavoratori ritennero di estendere la loro cordialità ad altri utenti dei servizi dell’ufficio postale privato, ed ebbero formale invito dall’impiegato a “non allargarsi troppo”.

Quell’implicito “non prendetevi confidenza” per il suo carattere gergale non venne capito, ma lo sguardo e la mimica distanti e freddi, che accompagnavano il “non allargatevi troppo”, vennero colti con grande prontezza e ne derivò un chiuso silenzio di tutti gli astanti.
Un altro lo avevo addirittura ammirato perché ha un grande charme commerciale e usa tranquillanti occidentali per difendersi dallo stress che la sua inventiva “napoletana” gli provoca.

Ma torniamo all’ospedale ove - sempre - i volti e le espressioni sono pieni di timore per quel che sta accadendo al congiunto, e di incertezza e diffidenza verso i medici di cui non si conosce ancora la gentilezza o la sgarberia, la disponibilità o la negligenza. Kid, come detto, appariva inquieto e triste. Non parlava italiano. Accanto sedevano il rappresentante degli extracomunitari e lo zio, anziano, serio e diverso.
Mister Papi (il sindaco degli extracomunitari) parlava un italiano ricco ed articolato di passaggi intelligenti e vestiva all’occidentale con giacca e cravatta.

Lo zio di Kid indossava una tunica lunga di lembo e larga di maniche ed un copricapo rotondo che mi fecero pensare ad una qualche dignità sacerdotale.

Appena mister Papi iniziò a raccontare quel che noi chiamiamo anamnesi e a tradurre la non scorrevole conversazione che Kid ed io svolgevamo lo studio medico si riempì di amici di Kid in Jeans, maglietta e scarpe da tennis.
Kid piangeva la sua paura di morte e chiedeva di condurlo dal “suo” guaritore.

Lo zio con una signorilità che adesso si rintraccia nei vecchi contadini mi fece dire “dal traduttore” che la richiesta di Kid non significava sfiducia nei miei confronti, era soltanto una esigenza del giovane, esigenza che veniva da remota cultura e che lui, anzi, poneva tanta speranza nel nostro aiuto.

Kid, lo zio e i giovani amici stiedero con noi medici, infermieri, psicologa, assistente sociale e ausiliari per dieci giorni.
Noi avevamo i turni del regolamento ospedaliero e del contratto collettivo di lavoro; gli amici di Kid applicavano turni molto flessibili che “producevano” una presenza assistenziale di quattro unità attorno a Kid. La notte osservavano un turno di due persone.

Kid non mangiò cibo dell’ospedale. I nostri ospiti portavano cibo caldo a pranzo e cena e “civavano” Kid come le nostre madri giovani.
La somministrazione della terapia: fleboclisi, iniezioni, compresse, era preceduta da un sommesso conversare degli amici con il malato fino al raggiungimento del consenso.

Ed il consenso alle terapie psichiatriche è raro. Di norma la terapia è somministrata con una prassi che ha vesti rigide e molto formali. E’ la seriosità del personale medico e paramedico che riesce a far assumere la terapia. Il consenso è un automatismo della relazione medico-paziente.
Riferisco queste riflessioni non per biascicare le solite imprecazioni dell’antipsichiatria, ma perché è così, perché obbedisce ad una necessità e l’amicizia tra i giovani senegalesi non è clonabile entro strutture che pur sempre hanno carattere totalizzante. Ma qualcosa possiamo imparare dai senegalesi che - nella relazione interpersonale e nella solidarietà mi sembrano superiori, almeno fino alla loro prossima occidentalizzazione. Ad un paziente che attraversa un episodio psicotico viene praticata - oltre alla terapia farmacologica - una psicoterapia di “sostegno” che vale ad aiutare il paziente dall’isolamento psicotico e a facilitargli l’attività relazionale.

Ogni mattino, dunque, Kid veniva condotto nello studio medico e con lui venivano i suoi amici di “turno”, necessari tra l’altro, perché in grado di tradurre in italiano la conversazione. Capito il metodo e la finalità, gli amici di Kid si mutarono da infermieri - traduttori in psicoterapeuti, sia pure nell’accezione semplice e modesta del “sostegno” a relazionarsi.

I nostri ospiti mostravano una notevole capacità di ascolto ed un notevole rispetto per i deliri e le allucinazioni di Kid. Solitamente i non addetti ai lavori oppongono al delirio ed alle allucinazioni di un soggetto che vive una realtà psicotica, una gamma di atteggiamenti quali, distrazione, fastidio, ironia fino al riso, ovvero paura o preoccupazione fino al “ma ci si può ridurre così?”.

Qui i giovani invece ascoltavano Kid con seria comprensione, qualcuno gli poneva una mano sulla spalla, altro con garbo gli diceva che sbagliava a valutare gli avvenimenti e la realtà, altro gli ricordava i tempi nei quali si era allegri e spensierati. Tutti gli amici apparivano a Kid sereni e solleciti e in tal modo lo confortavano in quelle terribili ore dell’investimento psicotico.

Kid, dopo una settimana, guarì, dal breve e modesto disturbo. Dopo dieci giorni, scherzava e sorrideva assieme ai suoi giovani amici medici di pelle scura e dei meno giovani medici di pelle chiara.

Il giorno della dimissione, all’ora prevista vennero in reparto: Mister Papi (il “sindaco” e rappresentante degli extracomunitari), lo zio di Kid con una tunica nuova, gli amici medici di pelle scura in jeans, maglietta e scarpe da tennis. Kid sorrideva sereno. Lo zio di Kid mi chiese che cosa era accaduto al nipote. Gli dissi che per un medico europeo, americano, canadese, giapponese Kid aveva avuto un “Episodio psicotico acuto”; per un guaritore tradizionale africano (un root doctor) aveva avuto un root wuork che significa letteralmente “radice profonda”, che è una Sindrome Culturalmente Caratterizzata, cioè una sindrome di ambito psicopatologico con vissuti ed interpretazioni etiologiche specifiche di una cultura. Mister Papi rifletté: “allora è una malattia dell’uomo”. Io aggiunsi: “una malattia come tutte le altre che può colpire ogni uomo”.

tratto da Fuorivista Anno II, numero due, (1999)
di Fausto D'Alessandro