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Calogero Mannino indagato: "ecco perchè non ho risposto ai giudici"

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L'ex ministro democristiano Calogero Mannino è stato iscritto nel registro degli indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Mannino, attualmente senatore, è già stato assolto per associazione mafiosa negli anni '90.
L'accusa è di «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario». Mannino avrebbe esercitato pressioni sul 41 bis, col presunto obiettivo di allentarne l'applicazione nei confronti dei boss mafiosi.

«Non ne so niente e trovo l'eventuale accusa priva di ogni fondamento» è stato il commento di Mannino alla notizia. «È una cosa che mi fa ridere, una cosa fuori dalla realtà».

Nella stessa indagine sulla trattativa Stato-mafia per mettere fine alle stragi dei primi anni novanta risultano già indagati anche il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri e l'ex comandante dei Ros, il generale dei carabinieri Mario Mori.

Lo stesso Mannino ieri alla Camera dei Deputati ha preparato un discorso che interamente pubblichiamo di seguito.

1 ) "Per un riguardo non di forma ma di profondo rispetto delle Istituzioni che prendo la Parola per dare un chiarimento sul  comportamento personale che ho deliberato di tenere davanti ai sostituti della Procura di Palermo che mi hanno nei giorni scorsi notificato un Invito a comparire come persona indagata per il giorno 27.2.- ieri

2 ) Occorre preliminarmente che io dia lettura dell’invito nella parte che riguarda il reato
Ipotizzato:
Art.61 n 9, 110,338 e 339 c.p., 7 D.L. 152/91 perché , in concorso con altri ( taluni nella qualità di esponenti di vertice dell’associazione mafiosa denominata Cosa nostra, altri quali pubblici ufficiali che hanno agito con abuso di poteri e con violazioni dei doveri inerenti una pubblica funzione) per turbare la regolare attività di Corpi politici ed amministrativi dello stato italiano, usavano minaccia a rappresentanti di detti corpi ( minaccia consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi ed altri gravi delitti- alcuni dei quali commessi e realizzati – ai danni di esponenti politici e delle istituzioni ).
In particolare il Mannino per avere esercitati pressioni su appartenenti alle Istituzioni (e,per il loro tramite di detti Corpi) affinché non fossero adottati, o non fossero prorogati nella loro efficacia, provvedimenti di applicazione del regime detentivo di cui all’art 41 bis O.P. nei confronti di detenuti appartenenti all’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra.
Con l’aggravante di cui all’art.7 D.L. 152/91 per avere commesso il fatto al fine di avvantaggiare l’associazione mafiosa armata denominata Cosa Nostra, nonché per essersi avvalsi della forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e omertà che ne deriva. Con l’aggravante di cui all’art.339 II^ comma c.p. per avere commesso il fatto in più di dieci persone riunite.
Fatti commessi in Palermo ed altri luoghi del territorio nazionale ed estero a partire dal 1992.

3 ) L’astrusa genericità e l’assurdità dell’accusa – prima ancora di altre valutazioni che proporrò all’attenzione della Camera Mi hanno fortemente scosso, turbato e fatto intendere, (proprio in rispetto al doveroso principio Delle Istituzioni ed in particolare della dignità tragica del processo che è un valore etico Prima ancora che di rilevanza costituzionale,) avrei dovuto avvalermi della facoltà di Non rispondere.
Non ho risposto allora,per  una scelta di difesa personale, ma una scelta imposta dall’obbligo morale,giuridico e politico di non prestarmi Ad operazioni di confusione che inevitabilmente avrebbero finito con il coprire aspetti non Ancora chiariti della vicenda del 1992.
Se  fossi stato convocato come persona informata dei fatti  se non proprio come persona Offesa, (perché uno dei presupposti dei Sostituti – gestori delle indagini  - è che in quel Tempo sul mio capo erano pendenti minacce di morte (quindi vittima possibile) delle Quali  ero consapevole) avrei dato certamente il mio contributo come era mio dovere.
E qui devo subito chiarire un equivoco o un errore nel quale cade il P.M.

Egli considera materia dell’accusa alcuni incontri,da avuti, con funzionari dello Stato, cioè della Polizia, e Carabinieri: un Maresciallo Il compianto GUAZZELLI   GIULIANO ucciso, poi, nella giornata del 4 aprile 1992 –La giornata che precede il turno elettorale del  5 e 6 giugno 1992.
E di un Generale dei Carabinieri, che, allora Comandava il ROS.
Ma questi incontri non hanno avuto altra ragione se non quella del tentativo di comprendere quel che avveniva in quei frangenti ed anche dei possibili pericoli che potevano incombere anche su di me, e non soltanto, Circolando, anche sui media oltreché sulle varie note della Polizia e dei Carabinieri,  tanti nomi di politici di magistrati come possibili vittime della violenza di cosa nostra.
Ma quale altro più utile chiarimento, se interrogato da “persona informata dei fatti“ avrei potuto dare?
Innanzitutto:
4 ) sulla vicenda dell’art. 41 bis. Per ricostruire la storia di questa disposizione Subito dopo la strage di Capaci 23 maggio 1992 – Il Governo Andreotti – su proposta del Ministro Martelli (di quel Governo ero Membro come Ministro per il Mezzogiorno ) Con decreto legge 8 giugno 1992 n.306 modificò la legge Gozzini 10.10.1986 n.663 che aveva introdotto l’art.41 bis dell’ordinamento penitenziario, introducendo un secondo comma che rendeva possibile l’applicazione del regime speciale  ai detenuti per reati di criminalità organizzata.
5 ) La discussione finale del decreto legge  - che aveva impegnato la Camera in più sedute – si svolse Il 4 agosto con il seguente risultato:
Presenti 485 , votanti 394  astenuti 91 maggioranza 198
Hanno votato si 343
Hanno votato no 51
La lettura del resoconto della discussione prima e delle votazioni degli artt. E di quello finale È estremamente interessante.
Il gruppo della Democrazia Cristiana – quindi anche io – votammo si. Non lo sottolineo polemicamente altri gruppi furono contrari il Pds si astenne.
Ma è opportuno ricordare che nella seduta del 30 luglio la Camera aveva votato le pregiudiziali di costituzionalità.
6 ) rispetto alla congettura accusatoria fatti commessi …. A partire dal 1992 come si Mettono le cose? Forse il magistrato inquirente vuole mettere in discussione una legge del Parlamento facendola figurare come oggetto di bagarinaggio in favore di cosa nostra ?

Ma io ero favorevole al provvedimento che disciplinava l’art.41 e chi non lo era voleva Avvantaggiare cosa nostra ?
Qui si apre un vero spartito delicato.  Altro che “ difensore della Costituzione “ Qui c’è un attentato alla Costituzione  è l’osservazione molto pertinente che è stata
Fatta in questi giorni.


7 ) e c’è, poi, il punto relativo alla mancata proroga per alcuni detenuti (334) nel novembre del 1994.
Ci sono delle risultanze – credo anche acquisite alle indagini in corso. Ma preferisco richiamare Il libro del magistrato Ardita “Ricatto allo Stato”
Testualmente :
Punto primo: sotto la sua guida del Dap, Niccolò “Amato non revocò neanche un provvedimento di 41 bis. Sta di fatto che … il vertice del DAP, insieme alla sua squadra, venne avvicendato proprio a ridosso della decisione sul mantenimento del regime speciale di detenzione”. Commenta Ardita: “Sarebbe importante perciò conoscere i tempi e le modalità con cui Amato venne sollevato dall’incarico, i colloqui che ebbe, le ragioni ufficiali che vennero addotte e quelle ufficiose che portarono alla sua rimozione, lasciando campo libero a una nuova gestione. Tutti profili che non saranno sfuggiti ai magistrati che conducono le indagini”.

Punto secondo: ad Amato successero, ai primi di giugno 1993, Adalberto Capriotti e il suo vice Francesco Di Maggio, già pm a Milano e con nessuna esperienza in campo penitenziario. Di Maggio divenne il dominus del Dap, seppure la sua nomina a Vicedirettore generale era impossibile, perché sprovvisto dell’anzianità necessaria. Ma poiché un destino ineluttabile sembra volesse assegnare a Di Maggio, magistrato barcellonese di nascita e milanese d’adozione, il controllo del Dap venne emesso un decreto del Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, con nomina speciale che parificò Di Maggio a un dirigente generale dello Stato. Sì, proprio un decreto ad personam.

Punto terzo: fu proprio sotto la gestione di Francesco Di Maggio che ai primi giorni di novembre 1993, nonostante  le preoccupate segnalazioni dei procuratori aggiunti di Palermo Aliquò e Croce, il Dap fece scadere i famosi 334 41bis, a tutto beneficio di importanti esponenti di Cosa Nostra. Commenta Ardita: “Il modo di procedere pragmatico e spedito della nuova gestione del DAP lasciava intendere che dietro quella scelta vi fosse una copertura istituzionale forte … ma probabilmente ispirata da un suggeritore tecnico per una scelta pragmatica di gestione della crisi”. La scelta pragmatica venne fatta dal Dap di Di Maggio sul sangue delle vittime delle stragi. Da quel momento finì lo stragismo mafioso ma si pose anche una pietra tombale sulla verità delle indecenti interlocuzioni fra Stato e Cosa Nostra.”

Questo è il pensiero di Ardita, il mio è diverso ;: penso e spero che non ci sia stata alcuna trattativa, e quindi nessuna copertura istituzionale..

8 ) Signor Presidente, onorevoli Colleghi, ma come, poi,  posso non  commentare  quella prova regina (stando sempre ai media che hanno pubblicato sempre tempestivamente ogni mossa)  che verrebbe  indicata  a mio carico dal P.M.  che e’ stato anche un rappresentante dell’accusa del processo Borsellino ,( PM nei tre processi sulla strage di via Damelio dove fù stroncata la vita di Paolo Borsellino e della sua scorta, processi che dovranno essere ora sottoposti a revisione)

E’la testimonianza,dopo 19 anni,  di un agente x che avrebbe ascoltato le doglianze del dott. Di Maggio dopo una conversazione telefonica con me. Non basta dire che quella telefonata non c’è anche perché con il dott. Di Maggio non ho Mai avuto alcun rapporto.
E’ che questa testimonianza, mai riscontrabile, è falsa, infatti, non c’è stata.

Signor Presidente, Onorevole Colleghi, queste la ragioni per cui ho scelto di non rispondere. Ai magistrati della Procura.
Non mi appello alla condizione di vittima di un’ingiustizia che ormai si protrae proprio da quegli anni e che  ha avuto un tempo di gestazione  così lungo da avere privato la mia vita, non quella politica, ma quella personale e della mia Famiglia  della serenità al quale ha diritto ogni uomo. E quindi anch’io.
Contro quelle che devo chiamare calunnie ribadisco che sono Forte di avere tenuto in una lunga vita politica ferma la linea del dovere e della morale, anche pubblica. Particolarmente in quel tragico passaggio del 1992 qu<ndo aldilà delle conseguenze sul piano politico veniva consumato l’assassinio di Uomini probi Giudici severi e degli uomini delle loro scorte".