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Cara Girgenti Mia, 20° puntata: "Quasi del tutto in rovina la casa natale di Pirandello"

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Da un articolo del 1947, ecco cosa racconta un giornalista del "continente" in visita ad Agrigento alla ricerca della casa di Pirandello. Questa è la ventesima puntata della serie di articoli dedicati ad Agrigento dal titolo "Cara Girgenti Mia".

 

Quasi del tutto in rovina la casa natale di Pirandello (18/04/1947)

Si attende che Einaudi firmi il decreto che la dichiara monumento nazionale per iniziare i lavori di restauro - La sorte dell'urna contenente le ceneri dello scrittore di Agrigento, venerdì sera.

Quando la macchina, scesa dall'alto colle ove si sdraia Agrigento, dopo volte e risvolte ebbe superato il modesto borgo di VillaSeta, il dott. De Francesco, un medico che sa armoniosamente accordare all'arte del Samaritano il culto delle Lettere e gentilmente si prestò ad essermi guida, m'indicò con la mano un ampio vallone arso di sole, limitato in fondo dalla di Pirandello azzurra gemma del mare: — ecco il Caos — disse.

Ed io mi resi conto che il nome non era improprio per quella vasta spiaggia che si stende tra Porto Empedocle e San Leone: piana di marne argillose, irte di stoppie che asinelli sbardellati e caprette randage strappano con stanca fame, su cui gazze e corvi svolano tagliando in curva la lucida incandescenza dell'aria. Qua e là la- solitudine si screzia di macchie verdi, si avviva di querce, mandorli, ulivi saraceni, onde il nome di bosco ... u vuscu du Causu » alla zona al limite della quale sorge la casa natale ai Luigi Pirandello.

Casa romita
Intravvediamo la lunga costruzione attraverso sfrangiature cinerine di ulivi e vi accediamo per un viottolo tracciato tra i compi. A mano a mano che ci appressiamo, una pena ci ferisce nell'intimo perchè la casa ci appare quasi totalmente distrutta. L'aerea terrazza che avevamo nella mente e la lunga scala esterna sono frante in desolate rovine. Se la guerra non fosse un fenomeno di cieca brutalità, non sarebbe mai stato posto un deposito di munizioni poco lontano dalla Casa natale di un così illustre uomo.

Un'accensione delle polveri dovuta alla violenza del sole, provocò la tremenda esplosione a cui ora conterranei devoti e uomini di governo si propongono di riparare. Tranquilla come un'isola, tra il fico dell'entrata e l'albero del pistacchio, tra ì ciuffi spirituali: delle agavi e la lunga spalliera dei fichi d'india, essa mi richiama alla mente il giovanile idillio che le dedicò lo scrittore al tempo in cui cercavi di liberare nella poesia quell'empito di folgorate immagini e di pensieri che già assediavano il suo spìrito senza pace: Casa in mezzo alla natia campagna, aerea' qui su l'altipiano d'azzurre argille, a cui sommesso invia fervor spume e mare aspro africano te sempre vedo... Rassegnata nelle sue ferite, la vecchia casa ci viene incontro con il chioccolio delle galline, l'abbaiare di un cagnuzzo arruffato e il volto scontroso di un figliuolo del mezzadro, Antonino Ferrara.

Poi questi ci accoglie sorridendo in una stanza terrena piena di attrezzi rustici: — Vedano, Vossignorie, l'ho tutta puntellata con le mie mani. Dio sa la fatica che faccio per tenerla in piedi. Speriamo che la riparino presto... Vadano pure su. La scaletta tiene. Per una traballante scala di legno saliamo a una stanza-solaio contìgua a quella ove lo scrittore vide la luce.

Questa pare sia l'unica rimasta intatta delle molte camere (otto se non erro} della casa ove mamma Caterina, sfuggita agli orrori del colera che infestava la città nel giugno 1867, nel travaglio di una maternità prematura, metteva al mondo l'uomo che del travagliato vivere umano doveva fare sostanza di eterna poesia. Purtroppo alla camera non vi è possibilità di accesso, ma ci si può affacciare al balconcino della stanza-solaio da cui si contempla un paesaggio estremamente evocativo: ecco laggiù a destra le due lunghe scogliere della marina di porto Empedocle dove un tempo il genio erompente del giovane poeta minacciò di naufragare nelle speculazioni dello zolfo. Ed ecco a sinistra, sul lungo ciglione, tra fantomatici cipressi, i templi Akragantini, quasi intatte vestigia di quella dorica città che a detta di Pindaro fu « bellissima tra le città mortali».

Proprio nel mezzo, dominante il mare e l'altopiano, unico nel litorale, il famoso pino detto « di Pirandello » perchè la leggenda vuole che sia stato piantato dalle mani stesso dello scrittore.

Tornano i personaggi
Questo scenario di selvaggia bellezza mi richiama immediatamente alla memoria un altro anno fatidico nella vita del Nostro, l'anno 1894, in cui l'uomo Pirandello portava qui Antonietta Portulano, la giovanissima sposa a lui ancora quasi totalmente ignota (non si derogava alle severe tradizioni di riservatezza siciliana) e con lei sperduto nel Caos trascorreva la luna di miele. — Eccola la casa dei Portulano — mi dice poco dopo il  proprietario di una villa campestre situata verso l'orlo dell'altopiano, quasi di fronte a quella di Pirandello, e mi mette in mano un cannocchiale: — E' quella con la torretta, laggiù, sotto il Cimitero. Poi, offrendomi un grappolo di zibibbo della sua viono, nei cui grani pare sia stato fuso il sole in gocce d'oro: — ricorda il romanzo «I vecchi e i giovani»? I feudi dei principi Lamentano? E' qui che si svolge la vicenda.

Ricordo, anzi vedo. Vedo talmente, che la finzione si sovrappone, alla realtà e i personaggi del ciclico racconto, evadendo dalle forme in cui li ha eternati la trasfigurazione dell'arte, tornano per me ad essere creature ai vita, umili nella miseria del loro umano patire. Qui, a guardia di questa vigna, sta Mauro Mortara con il suo berrettone villoso, i suoi pistolacci, il suo ingenuo idealismo e le medaglie di garibaldino e là, dallo stradone pulverulento, scende caracollando sulla giumenta bianca Capitan Sciaralla, risibile fantoccio pavido nella superstite uniforme borbonica. Un po' più lontano, accanto al pino, si leva la figura di - manetta, dolcissima e dolorosa per il suo destino di follia.

«La fanciulla — scrive infatti l'autore — si fermava sotto l'ombrellone del pino solitario laggiù dove l'altipiano strapiomba sul mare per assistere alla levata del sole dalle alture della Crocea... Il primo a indorarsi al sole ogni mattina era quel pino là, che si stagliava maestoso su l'azzurro aspro e denso del mare, su l'azzurro tenue del cielo ».

L'ultimo voto
Lo strapiombo è lì a due passi, convulso, precipite e, affacciandomi, ho rabbrividente impressione di veder affiorare, tragica, l'aureola frangiata dello « Scialle nero ». Con la rude argilla di questi luoghi lo scrittore cementò sovente la sua costruzione e quel pino, a lui che fu sempre sostanzialmente solo, era caro forse anche come simbolo di ascesa in solitudine, tanto che a un certo momento vagheggiò di essergli sepolto accanto. Me lo dice il nipote, signor Mendolia, marito di Laura Pirandello: « Un giorno, premendo fortemente il piede sul 'terreno a poca distanza dell'albero, egli disse a suo fratello Innocenzo, mio suocero: "Qui, vedi, qui vorrei che mi fosse possibile riposare" ».

Provvisoriamente le ceneri di lui, chiuse in un prezioso cratere greco trasportato da Roma nel decennale della morte, avvenuta il 10 dicembre '36, hanno trovato rifugio nel Museo archeologico di Agrigento, ma chi ha conosciuto quello spirito profondamente: schivo di esibizioni, sa' che questo luogo « ufficiale » non può essere l'ultimo approdo dei resti mortali di Luigi Pirandello.

Dopo tre anni di esitazioni, dovute a lentezze burocratiche e a scarsezza di mezzi, finalmente un po' di speranza è venuta a confortare i membri del Comitato per le onoranze Pirandelliane: poco più di un mese addietro, infatti, una lettera del Ministero della Pubblica Istruzione comunicava che il Consiglio Superiore per le Antichità e Belle Arti aveva espresso parere favorevole alla dichiarazione di Monumento Nazionale della Casa natale di Luigi Pirandello e affermava di accingersi a sottoporre il provvedimento formale alla firma del Capo dello Btato.

Quando questa disposizione avrà corso, la casa del Caos, restaurata, riprenderà l'aspetto familiare al cuore del poeta. Le ceneri, che non sono state disperse come egli certo, in un'ansia di supremo distacco dalla materia, avrebbe desiderato, troveranno qui il loro riposo perchè si adempia l'ultimo voto, sia pure di ripiego, espresso nel testamento: « Sia l'urna cineraria portata in Sicilia e murata in quella rozza pietra nella campagna di Girgenti dove nacqui ».