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Cara Girgenti Mia, 19° puntata: Rocco Ricci Gramitto, Serroy e Gellia. Chi erano costoro?

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Quest'Agrigento degli agrigentini non ha memoria. Si è arroccato su una collina per guardare meglio la valle. I cittadini vedono una fila di templi, una valle invasa da migliaia di mandorli che ogni anno fioriscono, un mare azzurro che si perde lontano. Vedono tutto ciò ogni giorno, in ogni momento del giorno e non c'è il godimento della scoperta.


Hanno un carattere come tutti gli uomini della terra, ma se qualcuno, venuto da lontano, osserva che hanno un carattere bizzoso, la contro osservazione è pronta: Questa è la terra di Pirandello.
La storia, la memoria, è prerogativa di pochi. Non c'è memoria diffusa. La storia è un tempo lontano. La valle è una terra dove si costruiscono case.

C'era una volta un uomo che si chiamava Empedocle, ma cosa ha fatto, chi era? C'era una volta in Piazza Gallo un albergo vistoso si che chiamava Gellia. C'era, ora non c'è più. Ma chi era Gellia? Si potrebbe continuare a lungo perché poche città hanno una storia così ricca e lunga. Ricca e lunga senza una vigilanza della storia.

Sulla facciata dell'antico palazzo del Comune c'è una targa marmorea, per esempio, che ricorda Rocco Ricci Gramitto (questo si) ma domandiamo: chi era Rocco Ricci Gramitto? Non si tratta di storia antica, defunta, ti guardano e sorridono. Perché dovrebbero saperlo? Nel primo tratto della Via Bac-Bac si apre un'altra Via denominata Serroy accanto ad un antico palazzotto con un vecchio portone destinato alla definitiva decadenza. Ha una storia questo antico palazzotto? Se si dovesse ricordare la storia di tutti i palazzotti della città! Che fatica inutile.

Ma chi era questo Serroy che dà il nome a questa Via un po' ripida che si snoda accanto a questo antico fatiscente palazzo?
Se lo domandi, qualcuno risponde come ha risposto: Là è scritto.
E' vero: non tutti devono sapere tutto.

Però Rocco Ricci Gramitto era un uomo del recente Risorgimento e rappresentò con valore e dignità il movimento garibaldino della città. E ci fu un avvenimento che per quei giorni fu molto popolare.

Mi piace ricordarlo: Ricci Gramitto fece con Garibaldi tutta la campagna del 1860, e fu ancora con Garibaldi nel 1862 ad Aspromonte ove di Garibaldi raccolse lo stivale forato da un proiettile il giorno 29 di agosto di quell'anno fatale.

Gramitto era fratello della futura mamma di Luigi Pirandello e fu commilitone del papà del premio nobel agrigentino.

Perseguitato dalla polizia borbonica, fu sottratto e aiutato appunto da Giuseppe Serroy, poeta e medico emerito che l'ospitò sottraendolo alla polizia borbonica in una casa di campagna denominata Ribbecchi in quel di Raffadali.

Diradato l'accanimento della polizia, Ricci Gramitto riprese l'attività garibaldina. Ma prima di partire da quella casa ospitale, di campagna, nelle mura incise il seguente sonetto:

Mentre di schiavi sgherri il vil furore
e libertà mi insidia e patria e vita,
tu, se non pace al mio fremente core,
dolce riposo dai, stanza romita.

E te ovunque io membrerò, nell'ore
che fan la ricordanza sì gradita
che non mutar di tempi o di desio
te cancellar potrei dal pensier mio.


Ed ecco che la storia, anche la piccola storia, diventa romanzo e poesia. Ed anche per questo, rimanendo reale, conviene conoscerla e non dimenticarla.

*tratto da Fuorivista. Agrigento e la memoria storica. Rocco Ricci Gramitto: un garibaldino che scriveva versi
di Salvatore Di Benedetto