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"Djerba, l’isola delle palme" di Margherita Arancio

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Il suo nome piu’ antico è Meninx, che  si riferiva  all’omonima cittadina di cui, nei pressi di El Kantara, restano pochissime rovine, tra cui fusti di colonne di grandi dimensioni, capitelli dell’epoca Romana e le vestige di una basilica cristiana.

 

L’isola contava allora diversi centri abitati importanti, tra cui Girba.I primi insediamenti umani risalgono alle migrazioni di popoli preellenici dal Medio   Oriente e, soprattutto, punici. L’arte della terracotta, ancora fiorente nell’isola, risale proprio a queste epoche.

Nel XII secolo a.c. i Fenici, dopo la fondazione di Utica (oggi Megerda a pochi chilometri da Cartagine) vi stabilirono solide agenzie commerciali, introdussero la coltura  dell’ulivo, l’uso   e la   lavorazione  del   ferro  e del bronzo, diffusero l’alfabeto, la conoscenza dei numeri e la moneta.

Un’epoca serena, contraddistinta da operose attività e Omero, parlando del popolo ospitale e tranquillo dice che si nutrivano di loti. Nell’800 a.c. Djerba  passo’ sotto il  dominio  della  possente Cartagine, che ne fece il centro degli  scambi con la Tripolitania. Funzione che conservo’ anche sotto le dipendenze di Roma dal 146 a.c., dopo la distruzione di Cartagine (143 a.c.) florida e feconda durò per cinque secoli, rinvigorita dallo sviluppo dell’agricoltura e dall’attività tessile dalla ormai diffusa industria della tintura della porpora tratta dalla murice (mollusco gasteropode che assomiglia a una grossa lumaca).

La caduta dell’impero romano segnò la fine e la serenità, Djerba invasa dall’orda devastatrice dei vandali di Genserico conobbe distruzione e fame. Del lungo periodo storico, restano poche tracce archeologiche, alcuni scavi fruttarono sculture oggi conservate nel famoso museo del Bardo a Tunisi.

Di tanto in tanto nelle campagne affiora qualche tomba, che i contadini locali si affrettano a ricoprire per evitare vincoli sui loro terreni. Un triste ricordo sull’isola lo lasciarono i Normanni di Sicilia che massacrarono la popolazione e trasferirono le donne e i bambini nella nostra isola. Oggi  a   Djerba c’è un diffuso benessere che rende  la popolazione amichevole, serena e ospitale;tutti si conoscono,tutti si salutano.

Un’antica leggenda racconta che una donna di nome Ghirba giunse sola sull’isola, la gente del posto gli attribui’ pratiche di stregoneria e la mise al bando. Una notte la capanna della donna si incendiò e nessuno accorse in aiuto. All’alba Ghirba fu trovata morta tra le ceneri ancora fumanti,nuda ,il suo corpo non solo non era stato deturpato dalle fiamme, ma aveva riacquistato fattezze giovanili. Tale prodigio indusse  ad erigere  su quel luogo una sinagoga in espiazione dei maltrattamenti e del disprezzo inflitti a quella donna.

Mi ritornano alla memoria i famosi versi dell’Odissea ,che parlano delle contrarietà dell’Eroe (Ulisse) errante che, giunto a Djerba ,spinto dai venti trovò ospitalità presso i Lotofagi.

“Per nove infausti dì sul mare pescoso i venti rei mi trasportaro. Alfine nel decimo  sbarcammo in su le rive de’ Lotofagi, un popolo a cui cibo è d’una pianta il florido germoglio. Entrammo nella terra, acqua attingemmo e  pasteggiammo appo le  navi. Estinti dalla fame i desideri e della sete ,io due scelgo dei nostri,a cui per terzo giungo un araldo, e a investigar li mando quali mortali il paese alberghi e nutra.

Partiro e s’affrontaro a quella gente, che, lunge dal voler la vita loro, il dolce loto a savorar lor porse. Chiunque l’esca dilettosa e nuova gustato avea,con le novelle indietro non bramava tornar : colà  bramava  starsi e, mangiando del soave loto,la contada natia bandir dal petto.”

Gli uomini di Odisseo dopo aver mangiato i fiori di loto smisero di desiderare il ritorno, per cui Ulisse dovette imbarcarli a forza e prendere subito il largo per evitare che l’equipaggio dimenticasse la patria.

Testimoni eloquenti del passato  a Djerba sono i numerosi  Marabutti che esercitano ancora richiamo di preghiere e pellegrini. Candidi e solitari interessanti per la loro architettura danno una particolare suggestività ai luoghi, il Marabutto era un uomo santo (un santone saggio e venerato,anche guaritore) che viveva in edifici vicino al mare, dava l’allarme in caso di attacco e dopo la sua morte la costruzione diventava la sua tomba (tomba a cupola), un mausoleo.

Margherita Arancio