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Cara Girgenti mia, 16° puntata: "La Patria si serve anche da lontano", una commovente storia agrigentina realmente accaduta

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Un nostro lettore, Mario Aversa, ci ha fatto pervenire un commovente racconto riguardante la Agrigento della seconda guerra mondiale che ci ha davvero emozionati. Una storia realmente accaduta che testimonia l'amore per la nostra Nazione specialmente da parte... No! Non voglio togliervi il piacere del finale... vi assicuro che varrà la pena leggerlo fino alla fine. Ancora grazie a Mario Aversa e buona lettura per un racconto che entra di diritto nella raccolta di articoli storici iniziata dal nostro giornale intitolata "Cara Girgenti Mia". Questa è la 16° puntata.

Il cavaliere Aversa ogni tanto raccontava... Era quasi la fine della guerra...

Gli americani erano ancora, anche se per poco, in versione "nemici".

E in quanto tali avevano tirato su Agrigento un pò di bombe che di danni ne avevano fatti...

Poco dopo sarebbero divenuti "alleati", avrebbero portato i pacchi dell'UNRA, caffè, sigarette Chesterfield, chewingums, rock'n roll e la cosa sarebeb finità lì. Ma i morti c'erano stati...
L'ultima bomba su Agrigento l'avevano sganciata...Boh...? Era il 1942...? Era dicembre...?

Quanto a date il cavaliere Aversa non era un fenomeno. Però i particolari li ricordava tutti. E la bomba la ricordava perfettamente. Perchè lui, giovane pompiere, era stato chiamato all'Itria...lassù, vicino alla Cattedrale, perchè i futuri alleati la bomba l'avevano buttata lì. Ma miracolosamente non era esplosa. Ogni tanto agli americani qualcosa non va per il verso giusto. Succede.

La bomba aveva centrato il grande serbatoio dell'acqua che si trovava nella parte alta della città, poco lontano dalla chiesa dell'Itria ed era sprofondata là dentro senza fare danni. Fosse esplosa sarebbe saltata in aria mezza città alta. Sarebbero andate giù centinaia di case. Forse il Palazzo Vescovile. Forse una parte della Cattedrale, il Seminario. Un disastro. E invece no.

Scendendo in picchiata e sibilando, con il suo brutto muso sulle strade che avevano visto passare nel tempo San Gerlando, monsignor Gioeni e, in quel momento, anonime. ma altrettanto brave persone, era andata a sfondare con la testaccia sua dannata il gran coperchio in legno che proteggeva da ratti e zanzare il grande serbatoio dell'acqua croce e delizia, da sempre, di una città assetata.

Nell'impatto con il legno la spoletta (quella sorta di chiodone che battendo su un ostacolo rientra all'interno della bomba, urta contro il detonatore e determina l'esplosione) di fatto non era rientrato e quindi non aveva scatenato, come previsto dai coscienziosi costruttori, quell'inferno che una bomba lunga un metro e mezzo o due, può scatenare.

Dico un metro e mezzo o due perchè il cavaliere Aversa che l'aveva vista da vicino, raccontava che aveva un diametro di trenta, quaranta centimetri e che "era enorme..."

Logica vuole che una bomba "enorme", con un diametro di trenta o quaranta centimetri, debba esser lunga almeno un metro e mezzo o due. Sennò che bomba è?

Il cavaliere Aversa in questo ci dava ragione. La bomba "enorme" finchè si vuole, dunque non era esplosa. Forse perchè era marcio il legno del coperchio del serbatoio contro il quale era andata a picchiare la spoletta, forse perchè quella volta nel serbatoio c'era tanta acqua, forse perchè il fondo limaccioso aveva fatto da ammortizzatore... Tant'è. Il diabolico punteruolo che stava sul muso non era rientrato, non aveva battuto contro il detonatore, mezza città era salva.

Vennero, naturalmente, chiamati i Pompieri. E tra i Pompieri il cavaliere Aversa, non ancora cavaliere, ma Pompiere a tutti gli effetti. Che con i colleghi si avvicinò a quello che sarebbe potuto diventare il luogo del disastro e che invece, fortunatamente, era soltanto il luogo nel quale era caduta la bomba.

Venne svuotato il serbatoio, vennero calate delle corde, venne fatta una acconcia imbracatura sugli alettoni posteriori della bomba che ormai sprofondava nel terriccio limaccioso, obiettivamente schifoso per un serbatoio d'acqua da distribuire come potabile, ma forse provvidenziale in una circostanza di quel genere.

La gente venne fatta allontanare, le case furono evacuate perchè non si sa mai e lentamente, lentamente, l'enorme gru dei Pompieri tirò fuori quella bestiaccia che avrebbe potuto ammazzare tutti.

Motociclette dei carabinieri davanti, autopompa dei Pompieri dietro, camioncino dell'Esercito, autogrù con la bomba penzoloni, altra autopompa, altri motociclisti e tutti via a marce ridotte verso una zona lontana dalla città e dalle case.

Il cavaliere Aversa ricordava una pianura compresa tra Agrigento e Aragona. La bomba venne adagiata su covoni di fieno mentre tutto attorno andava arrivando gente che voleva sapere, curiosi, scampati alla morte, miracolati...

Un casino infernale che carabinieri e soldati facevano fatica a tenere a bada. I Pompieri agivano. Dovevano disinescare la bomba.

"Allontanarsi...allontanarsi". Ma la gente al massimo arretrava di qualche metro. Poi riavanzava,
La bomba venne lavata con getti d'acqua prudentemente non potentissimi. Pulita, si fa per dire, quasi lucida, faceva ancora più paura, quella bestiaccia... Grigio scuro metalizzato...sembrava una balena.

Doveva essere davvero di un metro e mezzo due. Aveva una pancia... Vennero svitati gli alettoni, venne svitato e portato via, piano piano, come un grosso tappo posteriore...

Certo, non si chiamavano ancora Vigili del Fuoco, erano dei semplici pompieri...su cui poter fare tutte le batture che volete...Ma quanto a coraggio...

Incastrando delle piccole leve nei varchi scoperti nella parte posteriore della bomba, i Pompieri per arrivare al detonatore e all'esplosivo, sfilarono un primo involucro. Il Comandante dei Pompieri non credette ai propri occhi. Così come tutti gli altri che erano lì attorno...

Venne dato un secondo un getto d'acqua sulla spoletta, il chiodone che, rientrando dopo l'urto, avrebbe dovuto percuotere il detonatore e causare l'esplosione...

Il chiodone non era rientrato, non aveva insomma assolto alla sua sciagurata missione, non perchè aveva urtato contro qualcosa di poco rigido come il coperchio di legno marcio del serbatoio, non perchè l'acqua o il fondo limaccioso avevano fatto da ammortizzatori. No. Il chiodone non era rientrato perchè era saldato! Era stato saldato, nella fabbrica dalla quale la bomba era uscita, contro la corteccia della seconda capsula. Il comandante dei Pompieri fece dare una ulteriore lavata.

C'erano come dei graffi, qualcosa di scritto...là, vicino alla saldatura... Forse con un chiodo, forse con un temperino qualcuno aveva grattato un messaggio: "LA PATRIA SI SERVE ANCHE DA LONTANO".

Un eroe, un incosciente, un compatriota di quegli innocenti che si sarebbero visti arrivare sulla testa quella sventura, non solo aveva reso inagibile il detonatore con una saldatura. Ma aveva anche scritto il messaggio... "La patria si serve anche da lontano".

Se lo avessero scoperto...

Chissà oggi dov'è. Chissà se vive ancora... Chissà se ha mai saputo di aver fatto grazia della vita a uomini, donne, bambini di una città a Lui in quel momento lontana, forse sconosciuta, che si chiama Agrigento...

Tutte le volte che il cavaliere Aversa raccontava la storia gli venivano i lucciconi...
E pure a noi che l'ascoltavamo. E pure a me ogni volta che la racconto. Ed anche adesso che la scrivo.

(aggiungo... anche a me che l'ho ricopiata da tre pagine fotocopiate, mandate da Mario Aversa, il gentile lettore che ci ha fornito questa meravigliosa storia n.d.r.).

La foto è dell'archivio Magnum ed è stata tratta dall'interessantissimo gruppo Facebook chiamato "Agrigento in bianco e nero": siamo in via Pirandello all'altezza della chiesa di San Pietro.