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Decalogo anticrisi: 1.400 euro per i deputati, via le Province, liberalizzare le professioni

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Tutti i partiti, sia di maggioranza che di opposizione pensano solo ad autotutelarsi, con l’occhio ai posti in parlamento, con l’accortezza di una buona massaia verso i propri stipendi e i tanti privilegi che i nostri cari deputati e senatori non vogliono tagliare a cominciare dalle altissime indennità che percepiscono, quasi 20.000 euro al mese, per solo tre giorni lavorativi a settimana.

Mi chiedo come si fa a imporre una stretta sulle pensioni di reversibilità e di anzianità a chi ha lavorato onestamente una vita se poi per primi non si da l’esempio? Ma la politica questi signori non dicono di farla per passione e per dovere verso il proprio popolo? C’è bisogno di percepire stipendi da favola per svolgere poco e male questo compito?

Ecco che noi per primi sentiamo il dovere di offrire una prospettiva diversa, una buona ricetta per uscire dalla situazione attuale attraverso un decalogo di interventi strutturali semplici da realizzare.

Prima misura anticrisi: adeguiamo lo stipendio dei parlamentari a quello di un comune impiegato, circa 1.400 euro mensili. Riduciamo le indennità di presidenti di regione e provincia, sindaci, assessori, consiglieri etc. a soli rimborsi spesa non superiori ai nostri 1.400.

Aboliamo il bicameralismo perfetto, incapaci, e con istituiamo un’unica camera dei rappresentanti con la contestuale riduzione del numero dei parlamentari a 300 membri.

Seconda misura anticrisi: aboliamo le provincie, le unioni dei comuni e tutti gli enti inutili che fungono da mangiatoria dei partiti e luogo di collocamento dei trombati di tutte le elezioni. Accorpiamo i piccoli comuni sotto i 5000 abitanti che insistono in un raggio di 10 Km.

Terza misura anticrisi: liberalizziamo tutto a cominciare dalle libere professioni: notai, farmacisti, avvocati, ingegneri, architetti, giornalisti e tutte le altre figure professionali abolendone i relativi ordini.
Togliamo tutti i lacci della pubblica amministrazione che impediscono sistematicamente la mobilità sociale ed imprenditoriale.

Riduciamo il potere di interdizione della burocrazia statalista, il vero cancro dell’Italia unificata che ha imposto un unico modello di sviluppo centralista da Torino a Lampedusa producendo solo danni, inefficienze e sottosviluppo senza rispetto delle vocazioni del territorio e delle popolazioni.
Quarta misura anticrisi: limitiamo l’esposizione debitoria delle famiglie con tetti massimi e limiti per la stipula di debiti, rendendoli possibili solo per l’acquisto di proprietà immobiliari e beni di prima necessità.

Nuova legge sulle banche, sulle assicurazioni e sulle imprese finanziarie al fine di ridefinirne ruolo, competenze e modalità operative sottoponendole ad un reale controllo pubblico per ridurne lo strapotere acquisito in questi anni sull’economia reale, sottoposta regolarmente alle paturnie delle borse. 

Quinta misura: consumiamo solo ciò che produciamo, con particolare riguardo per i nostri prodotti locali frutto dell’agricoltura e dell’artigianato, limitando le importazioni da paesi esteri, compresi quelli della UE. Un popolo è ricco solo se vive di ciò che produce.

Introduciamo il divieto per le imprese che producono, trasformano e commercializzano generi alimentari e di prima necessità di quotarsi in borsa in modo da garantire almeno il necessario sostentamento alle popolazioni.

Infatti riteniamo che sia eticamente inaccettabile che pur avendo i centri commerciali delle nostre città pieni di generi di consumo, oggi ci sono persone che vivono sotto la soglia della povertà.
Sesta misura anticrisi: nuova politica monetaria con il ritorno alla riserva aurea, unica certezza di solvibilità. E contestuale ritorno alle monete nazionali o locali abbandonando l’idea malsana di un’unica moneta sovranazionale, fallace metro di economie diverse, non omologabili come quelle delle nazioni europee.

Settima misura anticrisi: Tassiamo rendite finanziarie, redditi e patrimoni oltre i 300.000 euro annui.
Ottava misura anticrisi: Rilanciamo il sistema delle grandi infrastrutture del Sud finanziandole anche con le risorse che ogni anno vengono destinate a cinema, teatro e spettacoli che poco hanno a che fare con la vera cultura e che invece sono solo un’altra mignatta attaccata al collo del popolo.
D’altronde se la cosidetta cultura non sa sostenersi da sola, facendo introiti con la propria genialità, essa diventa solo un'altro luogo di assistenza e di sperpero di denaro pubblico a vantaggio solo dei soliti noti.

Ci chiediamo come sia possibile che in piena crisi la Regione Siciliana possa destinare al circuito del mito 7 milioni di euro mentre l’incapacità della politica siciliana sta facendo morire il Cantiere Navale, vera eccellenza isolana.

Nona misura anticrisi: Adeguiamo al ribasso tutte le retribuzioni e/o pensioni di tutti i manager pubblici, docenti universitari, alti burocrati e funzionari dello stato e della pubblica amministrazione in genere, di cui oramai conosciamo benissimo la “professionalità” e “l’efficienza”.

Decima misura anticrisi e unica misura per la rinascita popolare: Usciamo da questa Europa! Rinegoziamo tutto: dalla moneta unica alla sovranità nazionale, dalla libera circolazione di uomini e merci alla comune politica di difesa, dalla legislazione comunitaria a quella locale passando dall’Europa delle banche e degli speculatori a quella delle Patrie e dei Popoli.

Queste le nostre dieci proposte fondamentali, per rimettere in moto il nostro popolo tirandolo fuori dalle secche di una crisi sottovalutata dalla politica, nella speranza che passasse da sola senza un deciso intervento strutturale a tutela della libertà e della prosperità degli italiani.

Ora non è più il tempo delle indecisioni ma quello della stretta finale che ci vedrà fiorire di nuovo o soccombere miseramente.