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Il «caso Tandoj» uno dei gialli più intricati della storia di Agrigento. Quinta parte

Quinta ed ultima parte del caso Tandoj. Il giudice istruttore Tumminello smonta pezzo per pezzo la tesi del PM Ferrotti che accusava il La Loggia di essere il mandante dell'omicidio, gli indagati vengono tutti prosciolti. Le indagini si spostano verso il versante mafioso e sfocierà nel 1975 con il verdetto di colpevolezza per dieci uomini d'onore ritenuti i responsabili dell'omicidio e a cui verrà dato l'ergastolo. Sotto la tesi del dottor Ferrotti, a seguire quella del giudice Tumminello.

 

Le accuse del P.M. a La Loggia per il delitto Tandoj ad Agrigento

5 gennaio 1961


(Dal nostro corrispondente) Agrigento, 5 gennaio. Sei i principali punti di accusa sui quali il Procuratore della Repubblica di Agrigento, dott Francesco Ferrotti, si basa per chiedere il rinvio a giudizio del prof. Mario La Loggia e dei due contadini di Favara ritenuti rispettivamente mandante ed esecutori materiali dell'assassinio del Commissario di p. s. Cataldo Tandoj e dello studente Ninni Damanti di Porto Empedocle che fu ucciso da una pallottola di rimbalzo.

L'accusa che il dott. Ferrotti rivolge al principale imputato — che l'anno scorso era stato scarcerato per mancanza di indizi — si può quindi riassumere cosi:

1) l'atteggiamento tenuto dal prof. La Loggia subito dopo il delitto;

2) l'atteggiamento della vedova del commissario, Leila Tandoj Motta, la sera dell'assassinio, in presenza del cadavere del marito e durante e dopo lo svolgimento dei funerali;

3) le perizie calligrafiche su un certo numero di lettere anonime pervenute agli investigatori durante le indagini e su altre lettere attribuite a Leila Tandoj Motta;

4) le modalità di esecuzione del delitto per cui l'assassino aveva operato in modo da risparmiare Leila Tandoj nonostante la donna si trovasse accanto al marito;

5) i rapporti di amicìzia esistenti fra il prof. Mario La Loggia ed i due contadini di Favara (Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera) e le accuse rivolte contro questi ultimi da un misterioso informatore della polizia;

6) il riconoscimento di Salvatore Calacione, presunto sicario, individuato attraverso le descrizioni dei dati somatici fornite da quanti furono testimoni oculari del delitto di viale della Vittoria.

Il dott. Francesco Ferrotti nella sua lunga requisitoria (sono circa 260 pagine dattiloscritte) esamina punto per punto tutti gli elementi raccolti dall'inchiesta di polizìa e quelli emersi, successivamente, durante l'istruttoria. E' doveroso dire che il prof. La Loggia, nel corso degli interrogatori, ha respinto tutte le accuse ed ha fornito una serie di spiegazioni e di delucidazioni ribadendo che la Giustizia finirà per accertare la sua completa innocenza ed estraneità in questa misteriosa vicenda.

Va aggiunto che le accuse formulate dal P: M. necessitano ancora del vaglio del giudice istruttore e che esse, pertanto, possono cadere completamente col proscioglimento, pieno e definitivo, dell'imputato. La tragica sera del 30 marzo 1960, il commissario di p.s. Cataldo Tandoj stava rincasando in compagnia della moglie Leila quando un uomo (più tardi si dirà che era di media statura, con giacca di velluto e pantaloni grigi, abbigliamento tipico del contadino* siciliano) sbucava da una rientranza oscura di un palazzo di viale della Vittoria, ove era rimasto fino ad allora nascosto, in attesa del passaggio della coppia.

L'uomo pedinava per qualche istante la coppia; poi, quando essa stava per imboccare il portone d'ingresso del palazzo contrassegnato col numero Ili, si avvicinava e, puntata la pistola contro la schiena del commissario, esplodeva il primo colpo, sparato da una distanza di circa 20 centimetri.
Il proiettile andava a segno Cataldo Tandoj si contorceva e cadeva al suolo. L'assassino sparava un secondo colpo in direzione del corpo dell'uomo già ferito a morte, e da destra verso sinistra; poi un altro colpo ancora, che andava a vuoto ma, finendo contro il muro del palazzo, rimbalzava e recideva la carotide dello studente Ninni Damanti, che si trovava poco distante in compagnia del fratello Giuseppe e di altri quattro amici.

L'assassino — a stare alla requisitoria scritta dal P.M. — si sarebbe preoccupato d'evitare, con ogni cura, di colpire la donna. Per questo l'uccisore aveva sparato da distanza ravvicinata e in direzione (da destra a sinistra) opposta al lato ove si trovava Leila Tandoj al braccio del marito. Le testimonianze dei presenti (Leila Tandoj Motta, Giuseppe Damanti, fratello dello studente ucciso dalla pallottola rimbalzata e gli amici di questo Salvatore Gelardì, Biagio Milano ed Angelo Buscaglia) erano concordi sull'abbigliamento, l'andatura e la corporatura dell'assassino riuscito, a darsi alla fuga facendo perdere le sue tracce.

Queste informazioni sarebbero risultate preziose quando un'informazione segreta forni alla polizia i nomi dei presunti assassini dei commissario. Subito dopo il delitto Leila Tandoj — afferma il P.M. nella requisitoria — assunse un atteggiamento che avrebbe dato adito a sospetti.

Pochi minuti dopo si sarebbe rifiutata di vedere il cadavere del marito, chiudendosi in una stanzetta dell'ospedale di Agrigento con alcune amiche ed amici e fumando nervosamente. Durante i funerali, la vedova avrebbe destato la generale meraviglia con un suo presunto strano contegno. La stessa sera del crìmine annotava sul suo diario: «Sono vedova». Cinque giorni dopo scriveva:
Così, almeno, dice il P.M. annotando che in quei giorni la signora Tandoj, recatasi ad imbucare una lettera al medico agrigentino, si vide il braccio bloccato dalla stretta dì un poliziotto che le sfilava di mano la missiva. Le cose da quel momento cominciarono a precipitare e tempo dopo si giungeva all'arresto dello psichiatra agrigentino.

Anche il prof. La Loggia — secondo la requisitoria del P. M. — avrebbe tenuto un contegno « molto strano». Tre ore dopo il delitto, circa la mezzanotte del 30 marzo 1960, il professore si recava in Questura per tentare di impedire l'autopsia del cadavere del Tandoj. Egli pregava il Questore di intercedere presso il Procuratore della Repubblica perché, < per un senso di umanità», fosse evitata la perizia necroscopica.

Il P. M. afferma che egli disse di essere stato incaricato per quella richiesta dal dott. Motta, suocero del commissario assassinato. Trattandosi di un desiderio più che comprensibile — scrive il P. M. nella requisitoria — la circostanza passò inosservata, ma di lì a poco si scopri che il La Loggia, nell'attribuire al dott. Motta quel desiderio, non avrebbe detto la verità. Sia il dott. Motta, sia la moglie che la figlia Leila escludevano non soltanto di aver conferito al La Loggia l'incarico, ma persino di avere manifestato a qualcuno il desiderio che l'autopsia non avesse luogo.

Il dott. Motta, dando del « pazzo » e del « falso » al La Loggia, precisava che egli, quale ex-funzionàrio della polizia, aveva intuito subito la necessità dell'autopsia e che questa necessità aveva manifestato, peraltro casualmente, con altri nell'imminenza della necroscopia.

L'affermazione del comm. Motta avrebbe poi trovato conferma nelle testimonianze delfe signore Clelia Aiazzi e Carmen Capraro Di Giovanna. Esse riferivano che, accompagnando al cimitero la famiglia in lutto e discutendo sull'opportunità o meno dell'autopsia, era intervenuto il dott. Motta per dire che « per ragioni di giustizia l'autopsia era indispensabile e che era giusto farla ».

Alla contestazione di queste risultanze, - il La. Loggia, non potendo negare la richiesta fatta al Questore, rispondeva che probabilmente il dott. Motta aveva dimenticato di avergli affidato quell'incarico. Così, mentre ferveva l'inchiesta da parte della polizia e del carabinieri, numerose lettere anonime venivano inviate ad alcuni giornali, al Procuratore della Repubblica e alla Questura. Scopo delle lettere in questione — per il P. M. — era quello di sviare le indagini.

Diverse missive venivano attribuite, da alcuni periti peraltro non sempre concordi, a Leila Motta e al prof. Mario La Loggia. La presunta relazione fra lo psichiatra agrigentino e i due contadini ritenuti esecutori materiali del delitto, veniva esaminata dagli investigatori. Calacione e Pirrera erano galoppini elettorali della famiglia La Loggia e più volte si erano rivolti al prof. Mario per avere dei < favori ».

Pirrera in particolare, che risulta senza un'occupazione, aveva ottenuto un mutuo di parecchi milioni da una banca per espresso interessamento dei La Loggia. Fu un informatore, per quanto si sa, a fornire il nome dei due contadini di Favara. Gli investigatori presero per buone le informazioni e « fermarono », prima, ed arrestarono, dopo, sia il Calacione che il Pirrera. I due, interrogati, risultarono sprovvisti di alibi. Ad essi venne mossa l'accusa di aver compiuto il delitto per ordine del prof. La Loggia.

Tuttavia, dopo l'arresto, che venne esteso anche a Leila Motta, il giudice istruttore non ritenne che gli elementi raccolti fossero sufficienti ad un rinvìo a giudizio del medico, della vedova e del due contadini dinanzi alla Corte di Assise. Egli dispose la scarcerazione degli imputati che ancora oggi sono a piede libero.
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Non era una tragedia d'amore la morte del commissario Tandoj

5 novembre 1961


Da alcuni giorni tento di indagare non sul delitto che ha il commissario Aldo Tandoj come vittima, ma sull'ambiente e sull'atmosfera in cui il delitto è avvenuto. Conoscenti antichi e occasionali mi raccontano ciò che sanno; nulla per fornire indizi sugli assassini, tuttavia rivelatore di una mentalità diffusa in ogni strato sociale. « Se il governo non scopre i responsabili, dicevano, perché dovrebbe esporsi un privato cittadino ? ».

Questa frase l'ho sentita ripetere fino alla noia, e se per governo intendevano la polizia, parlando di un cittadino alludevano non soltanto alla popolazione di Agrigento, ma a quella siciliana in generale che considera il delitto un fatto privato fra il colpevole e la famiglia dell'ucciso, non un'offesa a tutta la società. Guardate come intruse dall'intera popolazione, magistratura e polizia hanno scarse possibilità di scoprire gli autori dei delitti voluti dalla mafia; nel momento decisivo delle indagini scatta con impressionante esattezza il dispositivo mafioso e dove pareva che la verità splendesse, torna a infittirsi  la nebbia dell'incertezza.

La diversione più ricorrente nei crimini mafiosi è il delitto passionale; rivalità politiche, affari tenebrosi in cui ballano i milioni, indisciplina alla legge implacabile della mafia, si camuffano da tragedia amorosa al fondo della quale non c'è quasi mai la verità, ma soddisfa l'opinione pubblica e serve da cortina fumogena per gli assassini veri.

La sanguinosa vicenda di Aldo Tandoj si è svolta su schemi consueti, anche perché all'inizio delle indagini sembrò che gli elementi passionali avessero consistenza determinante. Gravemente mutilato in guerra, Aldo Tandoj era un buon compagno per l'avvenente moglie siciliana. Quando arrivò ad Agrigento per iniziare la carriera nella polizia, il giovane ufficiale pugliese incominciò a indagare su alcuni omicidi impuniti a Raffadali, paese natale di sua moglie, e quasi certamente agganciò i responsabili, ma senza poter fornire prove contro di loro.

Da quei primi giorni di servizio nel 1916 alla sera del 3O marzo 1960, quando fu freddato con quattro colpi di rivoltella mentre rincasava sotto braccio alla moglie, il commissario Tandoj conobbe molti segreti della mafia agrigentina, fra le più attive della Sicilia, ma al momento di intervenire si trovò sempre con le mani legate.

La sua condizione lo aveva introdotto anche negli ambienti « bene > di Agrigento, dove mondanità, cronaca nera, politica, appalti per opere pubbliche, offrono argomenti alle conversazioni, alle interessate alleanze, a contrasti insanabili. Si era formato un affiatato sodalizio fra i coniugi Tondo e la famiglia del prof. Mario La Loggia, personaggio di rilievo nella società agrigentina, direttore dell'ospedale psichiatrico, presidente dell'ente turistico provinciale, fratello dell'ex presidente del governo regionale, bell'uomo elegante dai gesti misurati, parlatore eloquente.

Leila Tandoj era soprattutto assidua di Danika La Loggia, moglie del professore, di origine slava e poco ossequente alle norme che regolano l'esistenza della società siciliana, ancora musulmana per certi aspetti.

Alle due donne ed ai loro consorti si unirà sovente il barone Agnello, ricco latifondista rapito dai banditi  che chiedevano molti milioni di riscatto e fortunosamente liberato da Aldo Tandoj. Il sodalizio durò circa 11 anni, ed infine il commissario Tandoj fu trasferito a Roma dove visse da solo per alcuni mesi lasciando la moglie ad Agrigento, alla vigile cura degli amici che avrebbero provveduto a distrarla.

Infine, decise di portarla con sé e tornò ad Agrigento in breve licenza per curare il trasloco. La sera del 30 marzo 1960, poco prima delle otto, rincasava a fianco della moglie nella centralissima Via della Libertà. Lo fulminarono con quattro rivoltellate. Alcuni passanti videro gli assassini, ma diedero indicazioni irrilevanti. Un proiettile vagante colpì un ragazzo, Antonio Damanti, che discorreva con un amico affacciato alla finestra.

Il ragazzo mori all'ospedale, vittima incolpevole di intrighi nefandi; Aldo Tandoj morì sul marciapiede portandosi nella tomba una grossa soma di segreti. Le indagini si orientarono verso il mondo criminale ch'egli aveva combattuto, ma gli ingranaggi mafiosi non tardarono a muoversi: « La mafia non ha mai attaccato la polizia, si disse; bisogna cercare in altra direzione ».

La nuova direzione fu il delitto passionale, la cosiddetta pista solare di molti crimini mafiosi che Leonardo Sciascia ha sottilmente descritto nel libro < Il giorno della civetta ». Nel caso di Aldo Tandoj c'erano molti elementi per sostenere la tesi passionale; la dimestichezza di sua moglie col prof. Mario La Loggia poteva essere una relazione amorosa.

Il prof. La Loggia poteva aver pagato due sicari per uccidere l'amico che voleva privarlo di uno svago portandosi a Roma la moglie. Sospettati mandanti nel delitto su commissione, Leila Tandoj e Mario La Loggia furono arrestati il 10 maggio 1960 con cinque uomini che facevano da galoppini elettorali al professore, fra i quali doveva esservi il sicario dalla mira infallibile.

Dopo sette mesi di carcere, tutti furono rimessi in libertà per insuffucienza di indizi. Ciò non significa che siano stati assolti, l'istruttoria continua e si prevede che solo fra un paio di mesi Leila Tandoj, il prof. La Loggia e gli altri cinque conosceranno il verdetto del magistrato, che potrebbe essere di assoluzione piena, oppure di rinvio a giudizio.

Tuttavia, opinano i difensori, il fatto che siano stati rimessi in libertà e già un'indicazione. Se così è, significa che il giudice istruttore si è trovato dinanzi al vuoto, autentico o artificiosamente creato. Tutto sarebbe crollato, a incominciare dalle conturbanti descrizioni di orge nella villa del prof. La Loggia, un campionario di gesti, parole, atteggiamenti che dovevano essere una trance de vie e sono, invece, un grossolano romanzo a fumetti per compresse fantasie provinciali.

« Dicevano che avrei fatto uccidere Aldo perché voleva condurre la moglie a Roma; lei pensa ci sia città più adatta per nascondere una relazione d'amore illegale ?>. Dietro alla sua scrivania, il prof. La Loggia discorreva della sua vicenda senza alterare la voce; psichiatra di buona fama, conosce i moti dell'animo e sa dominarli.

Gli domandai chi poteva avere interesse ad accusarlo del delitto per commissione, ed egli rispose:
La tesi del delitto passionale sembra sia stata ora abbandonata, ma intanto i veri colpevoli si sono costruiti alibi incrollabili; in questi casi la mafia rivela una versitilità diabolica, crea testimoni falsi e per chiudere una certa partita arriva a offrire il colpevole alla polizia, ma morto. Alcuni giorni dopo l'uccisione di Miraglia, il commissario Tandoj fu chiamato al telefono ed una voce sconosciuta gli disse che l'assassino del sindacalista giaceva morto su una trazzera vicino a Castelvetrano.

Trovarono il cadavere di Bartolomeo Oliva crivellato dalla lupara: era un contadino con qualche trascorso penale, ma quasi certamente estraneo all'assassinio di Miraglia. Quando vuole liberare gli amici potenti dai sospetti per un delitto clamoroso, la mafia fa uccidere un qualsiasi ladro di bestiame e lo indica autore del crimine. Ha tentato di fare altrettanto per l'uccisione di Aldo Tandoj. Mi ha raccontato un amico che pochi giorni dopo il delitto ci fu a CastelTermini, borgata poco lontana da Agrigento, una riunione eccezionale di mafiosi che incaricarono un < confidente > di offrire alla polizia l'assassino del commissario, s'intende morto.

La polizia avrebbe rifiutato e le indagini scivolarono lungo la pista solare del delitto passionale. Non posso affermare l'autenticità dell'episodio, ma conoscendo i metodi della mafia lo credo verosimile; molti delitti sono stati archiviati dopo la scoperta degli autori già < giustiziati » dalla mafia, ma quanti di quei morti erano gli assassini reali?

E' un rompicapo che nemmeno il commissario Tandoj ha potuto risolvere, la mafia rimane indecifrabile anche per i tutori dell'ordine che, talvolta, ne sono vittime loro stessi, e non solo fisicamente. < Tandoj conduceva una vita superiore ai suoi mezzi » mi diceva il prof. La Loggia.
Altri mi hanno sussurrato che sulla sua automobile sono state trovate tracce di stupefacenti e che nel suo alloggio di Roma aveva una valigia a doppio fondo. «Che faceva con una simile valigia un commissario di polizia? ».

Un movente a quel delitto, benché vago e offensivo per il morto, bisogna trovarlo dopo che la moglie e gli amici di Aldo Tandoj sono stati scarcerati. Il prof. La Loggia ha ripreso le sue occupazioni professionali e mondane, la signora Leila Tandoj ha ottenuto a ottobre la licenza magistrale per fare la maestrina e, vuole, « rifarsi una vita>.

La mamma di Antonio Damanti, il ragazzo ucciso per errore, vaga in una sua dolente malinconia disfacendo la sera e rifacendolo la mattina, il letto del figliolo, per risentirlo vivo. Intanto, l'istruttoria prosegue nel segreto degli uffici e tra l'indifferenza degli agrigentini, avvezzi ai delitti impuniti.

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Chiesto il rinvio a giudizio di La Loggia per l'uccisione del commissario Tandoj

15 dicembre 1961.


(Dal nostro corrispondente) Agrigento, 15 dicembre. Il Procuratore della Repubblica dott. Francesco Ferrotti ha depositato oggi la requisitoria scritta sul « giallo » di Agrigento, l'uccisione cioè del commissario di p. s. dott. Cataldo Tandoj.

Il fascicolo, alle 13,56, è stato consegnato personalmente dal magistrato nelle mani del Giudice istruttore del Tribunale di Agrigento, dott. Serafino Tuminello. Nelle sue conclusioni il dott. Ferrotti ha chiesto il rinvio al giudizio della Corte d'Assise, in ordine ai reati di omicidio premeditato e aggravato del commissario di polizia e del giovane studente di Porto Empedocle Antonino Damanti, di tre persone: lo psichiatra professor Mario La Loggia e i braccianti Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera.

Coerentemente a tali istanze il magistrato ha chiesto che sia emesso, con la sentenza, anche l'ordine di cattura. Secondo il Procuratore della Repubblica il prof. La Loggia sarebbe il mandante del delitto; i due braccianti, invece, i presunti esecutori. Per la signora Leila Motta, vedova del commis sarto di p. s., invece, il Procuratore della Repubblica ha richiesto l'assoluzione completa non avendo riscontrato a suo carico elementi tali da giustificare qualsiasi imputazione.

Con questa sensazionale richiesta il Pubblico Ministero dell'istruttoria sul delitto Tandoj ha concluso il suo lavoro ed ha passato il voluminoso dossier (oltre 350 pagine dattiloscritte), al Giudice Istruttore, che dovrà ora vagliare gli indìzi e i documenti e decidere la sorte degli accusati. Il massimo riserbo circonda naturalmente l'istruttoria.

Il Procuratore della Repubblica dopo aver consegnato nelle mani del Giudice Istruttore il frutto del suo lavoro, è subito ritornato nel suo ufficio e non ha ricevuto nessuno, né ha rilasciato alcuna dichiarazione. Alla sezione istruttoria del Tribunale altrettanto ermetico silenzio: subito dopo avere registrato gli atti e il dossier, la cancelleria è stata chiusa e nessuno ha potuto prendere visione, tranne qualche avvocato, di quanto contenuto nella requisitoria del Pubblico Ministero. A quell'ora i corridoi e gli uffici del Palazzo di Giustizia erano deserti e nessuna notizia è trapelata.

La richiesta di rinvio a giudizio del prof. Mario La Loggia e dei contadini Calacione e Pirrera ha prodotto enorme sensazione nell'Agrigentino e in Sicilia, anche. perché quando il giudice istruttore luminello aveva autorizzato la scarcerazione dei protagonisti del giallo, molti ritenevano che il movente dell'assassinio fosse da ricercarsi in tutt'altre direzioni.

Effettivamente alcuni mesi addietro i carabinieri, stando a notizie non ancora confermate, hanno iniziato nuove indagini su un diverso indirizzo. Il professor Mario La Loggia e i braccianti Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera erano stati scarcerati, per mancanza di indizi, il dicembre dello scorso anno. Venti giorni prima la stessa decisione era già stata adottata dal Giudice Istruttore nei confronti della vedova del commissario di p.s., la signora Leila Motta.

Nella sua ordinanza per la scarcerazione il magistrato aveva ritenuto che non'esistessero elementi tali per giudicare che i quattro accusati avessero avuto parte, piccola o grande, nel crimine commesso da ignoti il 30 marzo '60 in viale delle Vittorie dove il dott. Tandoj era stato ucciso con tre revolverate.

Quella sera il commissario di p. s. stava tornando a casa assieme alla moglie quando due uomini avevano aperto il fuoco contro di lui, fuggendo dopo averlo colpito in più parti del corpo. Un proiettile aveva raggiunto an che lo studente Antonino Damanti, affacciato con un ami no alla finestra di casa: il gioaite era morto all'ospedale do o una straziante agonia.

La richiesta del dott. Frnn | esco Ferrotti ha colto di sor reso anche gli ambienti mi ilio informati: come già al 'inizio dell'istruttoria, anche ora il Procuratore della Repub I Mica insiste nell'indicare nel I movente passionale la causai prima e forse unica dell'uccisione del commissario Aldo Tandoj. I protagonisti di questa vicenda hanno accolto le richieste del pubblico ministero con reazioni diverse. I due contadini, Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera, che risiedono a Favara, un centro minerario a pochi chilometri da Agrigento, non si sono fatti vedere in giro e qualcuno anzi avanza la ipotesi che essi abbiano abbandonato il paese in serata.

Il prof. Mario La Loggia, invece, si mostra fiducioso nella Giustizia. La vedova del commissario assassinato, appena il suo avvocato difensore le ha comunicato la richiesta di assoluzione in ordine al concorso in omicidio, è scoppiata a piangere e si è gettata nelle braccia della mamma.

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Assolto in istruttoria il prof. La Loggia che era stato accusato del delitto Tandoj

11 gennaio 1962


Agrigento, 11 gennaio 1962. Il prof. Mario La Loggia, Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera sono stati assolti in istruttoria, con la più ampia dello formule, dall'accusa d'omicidio premeditato nella persona del commissario di P.S. dott. Cataldo Tandoj.

Con l'anticipo di tre giorni sul termine indicato, il giudice istruttore dott. Serafino Tumminello ha infatti depositato stamane in cancelleria la sua sentenza. In essa respinge praticamente tutte le richieste del Pubblico Ministero dott. Francesco Ferrotti, il quale aveva chiesto il rinvio a giudizio dei tre imputati, dinanzi alla Corte d'Assise, indicando il prof. La Loggia come il mandante del crimine — per il quale aveva perduto la vita anche lo studente Ninni Damanti — e dei due suol braccianti di Favara quali esecutori materiali del delitto.

La sentenza istruttoria, che proscioglie il professionista ed i due contadini, consta di sessanta fogli dattilografati. Per ora non se ne conosce esattamente il contenuto ma risulta che il giudice istruttore — lo stesso magistrato che lo scorso , anno aveva riposto in libertà Leila Motta, il La Loggia, il Pirrera ed il Calaclone per « insufficienza di indizi » — ha ribadito la sua tesi.

Egli ha detto che gli elementi raccolti dalle indagini di polizia e quelli giunti alla magistratura attraverso la prima fase istruttoria non hanno alcun valore concreto e neppure sommati possono costituire una prova a carico degli imputati. Soprattutto, a quanto sembra, il giudice istruttore ha badato a svuotare di contenuto la presunta casuale del crimine. Ha aggiunto infatti che il prof. La Loggia avrebbe potuto continuare la sua relazione con Leila Motta senza per questo ricorrere ad un delitto per sbarazzarsi del marito della donna amata.

Nelle sessanta paginette della sentenza istruttoria il dott. Tumminello ha trovato modo di accogliere anche due istanze del P. M. La prima è quella del proscioglimento della vedova Tandoj dall'accusa di concorso nel delitto e di calunnia ai danni del tenente di P. S. Mario Zurria.

Originariamente la signora Leila Motta aveva indicato l'ufficiale come il possibile autore dell'omicidio del marito perché il commissario stava indagando, in quei tempi, su un furto di sei milioni avvenuto negli uffici amministrativi della questura di Agrigento e i suoi sospetti si erano appuntati sul giovane tenente.

L'altra istanza è relativa invece al professor Mario La Loggia. Il P. M., domandando il rinvio a giudizio dello psichiatra sotto l'imputazione di omicidio premeditato, gli aveva mossa anche l'accusa di detenzione abusiva d'arma perché, nel corso di una perquisizione nell'abitazione del medico era stata ritrovata un'arma da guerra.

Il Giudice Istruttore ha accolto questa istanza sicché il professor La Loggia dovrà comparire dinnanzi al pretore di Agrigento per rispondere soltanto di questa lieve accusa. La sentenza assolutoria, depositata già ieri sera alla cancelleria del Tribunale, è venuta di pubblica conoscenza soltanto stamane verso le 9. Il dott. Ferrotti, interrogato dai giornalisti, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

La notizia è stata portata al prof. La Loggia da alcuni amici presso i quali sta trascorrendo un mese di riposo. Lo psichiatra è apparso emozionato; anch'egli tuttavia, non ha voluto commentare l'annuncio.

E' stato uno dei, suoi difensori, l'avvocatessa Camilla Caroselli, a dichiarare: « Non ritengo affatto la sentenza una vittoria di noi difensori ma soltanto il trionfo della Giustizia». Il dott. Tumminello, se le indiscrezioni trapelate sono esatte, ha ritenuto « non rilevanti » quali presupposti di colpevolezza i sei punti principali della requisitoria scritta del P.M. dott. Ferrotti.

Dopo aver svuotato la presunta casuale del crimine, il magistrato ha sottolineato che non è provato che le lettere anonime inviate ai giornali per sviare le indagini ed attribuite al La Loggia siano di pugno dello psichiatra. Inconsistente, poi, il presunto criminoso legame fra il medico e i due suoi braccianti: essi gli sono devoti e da lui hanno ricevuto molti benefici ma l'unica accusa che li ha trascinati nella vicenda è costituita da un informatore della polizia che ha fatto i loro nomi, come sicari ma non ha fornito prova d'aver detto la verità Il giudice istruttore, infine, affronta la parte che riguarda l'atteggiamento del professore La Loggia — e conseguentemente quello della vedova Tandoj — nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti il delitto, il magistrato riconosce che il loro comportamento può aver dato adito a sospetti ma si trattava di due persone, di classe sociale elevata, poste dinnanzi ad una tragedia che poteva da un momento all'altro costringerli a rivelare la loro relazione.
Su questo stesso piano il dottor Tumminello pone le lettere di amore che i due si erano scambiate e che continuarono a scriversi anche dopo il delitto. In complesso il giudice istruttore ha ribadito la sua convinzione già espressa mesi fa quando ripose in libertà tutti gli imputati (compresa Leila Motta per la quale, nella requisitoria scritta, lo stesso P. M. aveva chiesto come è noto il proscioglimento): non esistono indizi né tantomeno prove per inviare La Loggia ed i due braccianti di Favara dinanzi ad una Corte d'Assise.

Il dott. Tumminello afferma che non è valida né accettabile la tesi del Pubblico Ministero secondo la quale, anche se mancano gli elementi sufficienti per una prova di colpevolezza, un dibattimento, in Assise sarebbe utile e necessario per il più sicuro accertamento della verità.

La sentenza del dott. Tumminello, naturalmente, non è definitiva. Altri atti giudiziari possono essere compiuti: il P.M., ad esempio, può ricorrere alla sezione istruttoria della Corte d'Appello; se questo non avvenisse, l'iniziativa potrebbe essere presa dal Procuratore Generale. Fino a questo momento, nessuna notizia si ha in proposito, tuttavia non si può ancora porre la parola
La vecchia tesi di una vendetta della mafia riprenderà campo: il commissario Tandoj si era battuto a lungo contro l'organizzazione criminale che infesta tre quarti della Sicilia e più di una volta il suo intervento aveva sventato raggiri e delitti clamorosi come ad esempio il rapimento del figlio del barone Agnello.
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Prosciolti tutti dell'inchiesta sul gli imputati delitto Tandoj

17-10-1962


Il «caso Tandoj > per la giustizia si può considerare virtualmente chiuso. La sezione istruttoria della Corte d'appello di Palermo ha accolto le richieste formulate dal Procuratore Generale confermando in toto la sentenza assolutoria di primo grado.

Di conseguenza gl'imputati prof Mario La Loggia, Leila Motta Tandoj, Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera possono essere considerati definitivamente fuori dalla tenebrosa vicenda di sangue che per oltre due anni li ha tenuti inchiodati al sospetto d'essere i responsabili dell'uccisione del commissario di Pubblica Si purezza Aldo Tandoj e dello studente Ninni D'Amanti.

La complessa istruttoria avrà tuttavia uno strascico in pretura, dove il prof. La Loggia. causa delle armi belliche trovate in casa sua, nel corso della nota perquisizione di due anni e mezzo fa, sarà chia mato a rispondere di una semplice contravvenzione.

La sentenza della sezione istruttoria non è ancora pubblica. Ma lo sarà quanto prima, il tempo necessàrio per compiere le rituali pratiche.
L'istruttoria compiuta a Palermo è stata molto più rapida di quella di Agrigento. I fatti erano abbastanza noti ed il cammino della giustizia ne è stato quindi agevolato.

La sezione istruttoria di Palermo ha dovuto compiere un'Indagine analìtica su un lavoro che era già stato compiuto prima dal tribunale di Agrigento. I risultati sono ora quelli che tutti sappiamo.

Dalla somma di essi troviamo che le maggiori spese, almeno sul piano strettamente tecnico e professionale, le ha fatte l'ex Procuratore della Repubblica di Agrigento, dott. Francesco Ferrotti, recentemente trasferito a sua richiesta a Termini Imerese.

Ferretti affrontò e condusse l'inchiesta sull'uccisione del commissario dedicando tutto se stesso alla soluzione dell'enigmatico caso. Sette giorni dopo Ferrotti firmava i quattro ordini di arresto. Quel giorno stesso nell'ufficio del Procuratore si adunarono oltre una cinquantina di giornalisti giunti da ogni parte d'Italia.

Nella requisitoria di 320 pagine, che chiuse le indagini giudiziarie, fu costruito un quadro completo del fosco delitto agrigentino, dell'ambiente in cui era maturato, delle cause che lo avevano determinato.

Ma se da un lato la requisitoria mostrava tutto l'impegno e lo zelo di un magistrato che intendeva fare soltanto il proprio dovere, dall'altro non poteva colmare alcune lacune di ordine tecnico: le prove indicate erano frammentarie e non sufficienti.

Si giunse così alla scarcerazione dei quattro imputati, seguita dalla sentenza di pieno proscioglimento scritta dal giudice Tummincllo. Il procuratore Ferrotti appellò impugnando la sentenza istruttoria, sia per difetto di capacità di servizio giurisdizionale da parte del giudice che 1* aveva emessa, sia per mancanza di motivazione. In subordine all'accoglimento delle sue obiezioni, egli chiese di nuovo il rinvio a giudizio degl'imputati. L'Istruttoria palermitana doveva respingere i motivi addotti dal dott. Ferrotti.

Dell'uccisione di Tandoj e di D'Amanti si dovrebbe parlare ancora giacché ad Agrigento è stato inviato nel frattempo l'ispettore Guarino, con l'incarico di riaprire le indagini sul clamoroso caso.

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La Loggia prosciolto per il «caso Tandoj»

1 marzo 1963.


La sezione istruttoria della corte di appello dì Palermo, composta del presidente dottor Barcellona e dai dottori Mauro e Lauro, su conforme richiesta del procuratore generale, ha confermato la sentenza di proscioglimento del gennaio 1962 del giudice istruttore di Agrigento nei riguardi del professor Mario La Loggia di 43 anni, Leila Motta di 39 anni, Salvatore Calacione di 37 anni e Salvatore Pirrera dì 63 anni, appellata dal procuratore della Repubblica di Agrigento.

Tutti e quattro erano imputati di omicidio aggravato, per avere, il primo quale mandante, la seconda quale collaboratrice, il terzo quale esecutore materiale e il quarto quale cooperatore immediato, causato la morte del commissario Aldo Tandoj, mediante diversi colpi d'arma da fuoco, causando inoltre, per errore, la morte dello studente Antonino Damanti di 17 anni, di Porto Empedocle.

Il fatto accadde la sera del 30 marzo 1960, verso le ore 20, nel viale della Vittoria ad Agrigento. Il commissario Tandoj, mentre con la moglie Leila Motta percorreva il viale, giunto nei pressi della sua abitazione, venne fatto segno a numerosi colpi di pistola, dei quali tre lo colpirono in parti vitali e determinarono la sua morte immediata.

Un quarto proiettile, dopo aver colpito un muro, mutata la traiettoria, colpì lo studente Damanti, uccidendolo. Durante la lunga istruttoria, il professor Mario La Loggia, la signora Motta e gli altri due imputati negarono sempre ogni loro partecipazione al delitto.

Si giunse così al l'11 gennaio 1962, quando il giudice istruttore presso il tribunale di Agrigento prosciolse tutti gli imputati dal l'omicidio aggravato; prosciolse la Motta dai reati, di calunnia e falsa testimonianza perché i fatti non costituiscono reato; ordinò il rinvio del professor La Loggia a giudizio del pretore di Agrigento per rispondere della contravvenzione di omessa denunzia di armi che furono sequestrate nel suo domicilio.

Il procuratore della Repubblica di Agrigento, a sua volta, propose appello, sostenendo che il giudice istruttore aveva erroneamente vagliato numerosi indizi che da lui erano stati illustrati nella sua requisitoria e che poi furono riportati nei suoi motivi con appello dalla corte presi sue cessivamente in esame. Il procuratore generale, con requisitoria del 16 luglio 1962, ritenendo che dagli atti processuali non emergevano seri elementi di accusa a carico degli imputati, chiese alla corte la conferma della sentenza Impugnata. In conformità, ha ora sentenziato la corte d'appello.

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A Lecce il processo per il delitto Tandoj il commissario di P.S. ucciso dalla mafia

22 novembre 1967

(Dal nostro inviato speciale) Lecce, 21 novembre. Il capo della squadra mobile di Agrigento, Cataldo Tandoj Ju ucciso la sera del 30 marzo 1960 mentre stava passeggiando con la moglie lungo il viale della Vittoria. L'assassino gli sparò con una pistola da pochi metri e colpì e uccise, per sbaglio, anche un ragazzo, uno studente. Nini Damanti: poi fuggì verso la campagna.

Domani, a sette anni di distanza, la Corte d'Assise (a Lecce perché il processo per «legittima suspicione » è stato trasferito dalla Sicilia) cercherà dì accertare non tanto chi è l'omicida, :— Giuseppe Boeri, 39 anni — il quale ha confessato, ma soprattutto chi si nasconde dietro di lui ed il motivo per cui Cataldo Tandoj è stato ucciso pochi giorni prima di lasciare Agrigento per rientrare a Roma, destinato alla direzione generale della polizia scientifica.

I dubbi e i sospetti che i magistrati hanno affacciato al termine della istruttoria sono numerosi e gravi: la mafia non avrebbe soppresso con Tandoj un avversario pericoloso, ma un complice che forse era sul punto di tradire. Per controllare la fondatezza di questi dubbi e di questi sospetti ì giudici dovranno prendere in esame la posizione di 20 imputati dei quali tre sono latitanti.

Quando, Cataldo Tandoj fu ucciso, venne commesso un grosso errore iniziale: il magistrato tralasciò ogni altra pista per seguire soltanto quella del delitto passionale. Ad Agrigento si sussurrava che la moglie del funzionario di P.S., Leila Motta, bella, elegante, disinvolta, fosse amica del prof. Mario La Loggia, direttore dell'ospedale psichiatrico. L'ipotesi che a compiere il delitto fosse stato il sicario di chi poteva avere un interesse extraconiugale sembrò la più apprezzàbile.

Dopo sette mesi l'equivoco venne chiarito. Oggi il prof. La Loggia è tornato a dirìgere l'ospedale psichiatrico, è presidente dell'Ente del Turismo di Agrigento, frequenta i migliori circoli; Leila Motta fa la spola fra Agrigento e Napoli dove frequenta la facoltà di lingue dell'Istituto Orientale nella speranza, un giorno, di avere una cattedra come professoressa.

Per tre anni su tutto calò il silenzio. Poi ad Agrigento arrivò un magistrato, Luigi Fici: severo, tenace, intransigente. Si era reso conto che per comprendere qualcosa di quanto era accaduto la sera del. 30 marzo 1960 era necessàrio stabilire innanzi tutto chi fosse Cataldo Tandoj.
E prese a controllare tutte le indagini che durante dodici anni il capo della squadra mobile aveva compiuto.

Nel gennaio 1959 a Raffadali, un grosso centro agrìcolo a 15 chilometri da Agrigento, era stato ucciso un « uomo di rispetto », tanto per usare una definizione propria della mafia: Antonino Galvano. E Cataldo Tandoj aveva denunciato due "killers" di Aragona: Vincenzo Alongi e Giovanni Scifo; ma stranamente non aveva indagato su coloro che da tutti erano indicati 'come ì mandanti del delitto: i fratelli Luigi e Santo Librici e Antonino Bartolomeo.

Quello di Antonino Galvano non era un omicidio qualunque: ma la conseguenza di una lotta senza quartiere fra due « cosche » mafiose. Antonino Galvano era il capo della mafia a Raffadali e doveva difendere questa sua posizione di potere dai desideri dei suoi avversari.

I fratelli Librici e Antonino Bartolomeo furono più abili di lui: lo eliminarono. Cataldo Tandoj sapeva tutto, ma si fermò ai « kìllers » risparmiando i mandanti: perché? E' questo l'interrogativo più importante al quale i giudici, da domani dovranno trovare una risposta. Funzionario abile, ma uomo prudente, pur non essendo siciliano (era nato a Bari) si era reso conto che andare ol- tre certi limiti avrebbe potuto essere pericoloso.

E si era sempre fermato a metà strada. « Il funzionario di polizia — è stato spiegato nella sentenza istruttoria — ebbe niolta premura di chiudere le Ir# dagini sul delitto Galvano. Fu assassinato essendo ormai compromesso prima che terminasse la istruttoria e pri. ma che venisse ascoltato dal magistrato La mafia cosi intese chiudere la bocca a chi, per particolari circostanze, avrebbe potuto tradire l'ambiente mafioso di Raffadali che egli conosceva per essere suo suocero di quel centro e per essere stato per molti anni capo della Squadra mobile di Agrigento ».

Ma se era loro amico perché i fratelli Librici hanno avuto interesse a sopprimere Cataldo Tandoj? La spiegazione l'ha data il Pubblico Ministero nella sua requisitoria scritta: « Il Tandoj, mentre aveva voluto favorire i mandanti dell'omicidio Galvano buttando ai loro piedì il proprio prestigio di funzionario, nello stesso tempo aveva creato per loro una situazione di pericolo denunciando i sicari e minacciando che avrebbe svelato ogni cosa all'autorità giudiziaria una volta trasferitosi a Ro ma dove avrebbe potuto più liberamente proseguire le indagini ».

Chi ha aperto uno spiraglio nel muro di omertà è stato un maestro elernentare che nello stesso tempo era anche il giudice conciliatore e segretario della democrazia cristiana di Raffadali: Vincenzo Di Carlo. Nel luglio 1963 si presentò al magistrato per raccontargli di avere ricevuto una lettera nella quale gli si chiedevano quali tro milioni se voleva vivere tranquillo e per avvertirlo che Antonino Bartolomeo è il nuovo capo della mafia a Raffadali, che Tandoj non ha denunciato i fratelli Librici  perché mezzadri del suocero: che Tandoj era stato ucciso su incarico dei fratelli Librici perché temevano che il funzionario li denunciasse non appena arrivato a Roma. Il magistrato lasciò che Vincenzo Di Carlo parlasse per poi arrestarlo: il maestro elementare avrebbe cercato denunciando tutti di sbarazzarsi dei suoi avversari già suoi complici e diventare così il padrone assoluta di Raffadali.

Poi sulla scena della vicenda si presentò Giuseppe Boeri detto « Giacalone ». Fu sospettato, fermato, arrestato e confessò: era colui che la sera del 30 marzo 1960 uccise Cataldo Tandoj. Il motivo del delitto lo ignora, ma conosce chi gli ha dato l'incarico: i fratelli Librici.

Fu ingaggiato — è la sua versione — con la promessa di centomila lire se il delitto fosse stato compiuto. (La promessa non sarebbe stata poi mantenuta). Dopò l'omicidio sicario e mandanti fuggirono a Raffadali. Sante Librici è negli Stati Uniti da tempo: fu arrestato in seguito alla richiesta di estradizione, ma poi ha pagato la cauzione, ha riacquistato la libertà e di lui si sono perse le tracce; Luigi, invece, è in carcere e domani sarà sul banco degli imputati.
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Per il delitto Tandoy 10 ergastoli ma gli imputati sono tutti liberi

1 marzo 1975


Ore 17,10: in un'aula all'ultimo piano del vecchio palazzo di Giustizia s'è conclusa la storia giudiziaria che ha avuto come protagonista e vittima l'ex capo della squadra mobile di Agrigento, Cataldo Tandoy, ucciso dalla mafia di Raffadali.

La Cassazione ha confermato 10 condanne all'ergastolo e una a 30 anni per l'esecutore materiale del delitto che, sparando, colpi anche uno sventurato studente liceale, Antonino Damanti.

Finalmente: per giungere a questo risultato la giustizia ha avuto bisogno di 15 anni meno un mese.
Le condanne, prima o poi, sono arrivate (e in un processo di mafia è già molto), ma gli imputati sono quasi tutti lontani; uno è morto, un paio sono fuggiti quasi certamente negli Stati Uniti, gli altri sono in libertà perché sono trascorsi da tempo i termini massimi previsti per la carcerazione preventiva e arrestarli di nuovo perché scontino le pene non sarà un'impresa facile.

Questa storia ha inizio ufficiale la sera del 30 marzo 1960 quando Tandoy, mentre stava rientrando a casa in Viale della Vittoria ad Agrigento sottobraccio alla moglie Leila Motta, fu ucciso da un killer a colpi di pistola. Il commissario era stato trasferito a ftoma nell'agosto 1959 ed era tornato da tre giorni ad Agrigento per una brevissima vacanza.

Ma la storia vera era iniziata molto tempo prima: quando a Raffadali la cosca mafiosa, riunitasi in una specie di tribunale, aveva condannato a morte Cataldo Tandoy colpevole di avere raccolto un dossier sulla mafia agrigentina. Prima d'arrivare a queste conclusioni (i termini della situazione, comunque, non sono stati mai ricostruiti con esattezza), però l'indagine puntò su quello che sembrava essere l'aspetto più semplice e più clamoroso della tragedia: il magistrato, di fronte alla certezza, che la moglie di Tandoy tradiva il marito con il dottor Mario La Loggia, direttore dell'ospedale psichiatrico di Agrigento, pensò subito al delitto passionale.

La storia era troppo bella per sfuggire al suo fascino: lui aveva assoldato un killer per eliminare il marito che, trasferendosi a Roma, gli avrebbe praticamente impedito di incontrarsi con l'amante. Fu soltanto dopo molti mesi che si arrivò a stabilire che la tesi dell'omicidio per amore non aveva alcun fondamento: sulla morte di Cataldo Tandoy la infedeltà di Leila Motta non aveva avuto alcuna influenza anche perché i giudici della corte d'assise, alcuni anni dopo, accertarono che il commissario di p.s. non ignorava affatto d'essere tradito dalla moglie e che, comunque, i due amanti (Leila e il professor La Loggia) avevano stabilito di «incontrarsi a Roma» nel caso di trasferimento.

Cataldo Tandoy venne ucciso per altri motivi. Era arrivato ad Agrigento nell'immediato dopoguerra e vi era rimasto per 14 anni e aveva cercato di contemperare il proprio dovere con alcuni «interessi personali». La causale del delitto — hanno accertato i giudici — è da ricercarsi nella vita del commissario, nella sua ingerenza nella vendita del feudo dei fratelli Caramazza, nei rapporti con la mafia di Raffadali.

La Cassazione ha confermato le condanne - L'ex capo della squadra mobile di Agrigento venne eliminato nel 1960 dalla mafia di Raffadali per motitivi di interesse che lo legavano ad alcuni componenti della consorteria e, nella piena consapevolezza che fossero i mandanti della sopressione di un mafioso, Antonino Galvano e della organizzazione mafiosa nell'Agrigentino.

Trasferito a Roma, Tandoj fece sapere che avrebbe parlato e automaticamente firmò la propria condanna a morte. Tra l'altro, non si è mai trovato un dossier nel quale aveva raccolto tutti gli elementi interessanti sulla mafia e sui suoi delitti. Quando Tandoj tornò ad Agrigento venne ucciso: così come pochi giorni prima era stato deciso dal tribunale dei mafiosi.

Chi sono i responsabili? Tra molti personaggi di nessun rilievo (un sarto, un cantoniere dell'Anas, un carrettiere), una figura interessante di cui si è occupata anche la commissione antimafia: Vincenzo Di Carlo, insegnante elementare e giudice conciliatore di Raffadali, segretario democristiano di Raffadali, notoriamente mafioso.

I giudici hanno stabilito che fu uno dei mandanti nell'omicidio che — aggiunsero nella sentenza — era stato deciso più in alto da qualcuno senza il cui consenso la deliberazione di uccidere un commissario di p.s. non sarebbe mai stata adottata ed eseguita.

«Non era mai avvenuto prima di allora che un funzionario di polizia o un ufficiale dei carabinieri o un magistrato o un giornalista venisse colpito dalla mafia». Quasi otto anni furono necessari per completare le indagini. Finalmente, il primo processo a Lecce, dove fu celebrato per legittima suspicione: otto condanne all'ergastolo, una a 30 anni, nove a pene oscillanti fra un massimo di 23 anni e un minimo di quasi cinque anni. Era il 23 luglio 1968 quando fu pronunciata la sentenza della corte d'assise.

Da allora sono trascorsi altri sei anni prima di arrivare al processo in corte d'assise d'appello, sempre a Lecce, dove furono confermate tutte le condanne all'ergastolo (otto) ma due imputati che, in precedenza erano stati ritenuti minori, furono ritenuti meritevoli della massima pena. Questo avvenne la sera del 26 gennaio 1974: un anno dopo, oggi, la sentenza della Cassazione.

Dieci ergastoli: Luigi e Santo Librici, Vincenzo Di Carlo, Giuseppe Galvano, Giuseppe Terrazzino, Giuseppe Casa, Giovanni Scifo, Vincenzo Alongi, Antonino Bartolomeo e Giuseppe Lattuga che, però, nel frattempo è morto.

Una condanna a 30 anni: Giuseppe Boeri, il killer che, assoldato dalla mafia per uccidere Cataldo Tandoy, colpì anche uno studente che, casualmente, stava parlando con alcuni amici in viale della Vittoria. Altre nove condanne a pene minori. Guido Guidi Conclusa dopo 15 anni la storia giudiziaria.

FINE