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Il «caso Tandoj» uno dei gialli più intricati della storia di Agrigento. Quarta parte

Quarta parte dell'intricata vicenda riguardante l'assassinio del commissario Tandoj avvenuta ad Agrigento, al Viale della Vittoria il 30 marzo del 1960. Dopo sette mesi di galera i quattro incriminati usciranno dal carcere. Secondo il giudice la verità è da ricercare altrove, ma il PM consegna pagine su pagine dell'inchiesta che secondo lui ha visto come unici responsabili dell'omicidio la moglie del commissario Leila Motta e l'amante Mario La Loggia.

 

Due episodi proverebbero che Leila Tandoj volle portare il marito al tragico agguato
(20.05.1960)


Semplice coincidenza o fredda determinazione di uccidere? Due episodi proverebbero che Leila Tandoj volle portare il marito al tragico agguato il sicario attendeva nel buio, sulla strada che i due coniugi stavano percorrendo. Essi passarono sotto l'abitazione del sindaco e furono invitati a salire: il commissario voleva accettare ma Leila si oppose.

Poco dopo un amico li raggiunse in automobile e propose di portarli a casa: la donna rifiutò nuovamente sebbene fosse carica di pacchetti e stanca (Dal nostro inviato speciale) Agrigento, 19 maggio 1960.

Sarebbe stata Leila Tandoj a convincere l'amante — il dott. La Loggia — che era necessario uccidere il marito: e sarebbe stata lei a portare, freddamente, spietatamente, il marito verso il luogo dov'era in agguato il sicario. A questa convinzione Ia polizia è giunta studiando le lettere sequestrate ai due amanti, dalle quali sembra apparire che fosse la donna a dominare l'amico e non viceversa.

Ed ecco poi due testimonianze di cui nulla si era finora saputo. La sera del delitto, mentre i coniugi Tandoj stavano per rincasare, vennero chiamati dalla figlia del sindaco, che li invitò dalla finestra a salire in casa per salutare il padre.

Aldo Tandoj era disposto ad accettare l'invito: la moglie non ne volle sapere. Pochi minuti dopo un loro amico, li sorpassò in automobile. Avendoli riconosciuti, si fermò e propose di accompagnarli a casa in macchina. Leila Tandoj aveva le braccia ingombre da molti pacchetti (era stata a fare acquisti alla Standa) e avrebbe dovuto accettare con piacere la proposta. Invece rispose: « Grazie, preferiamo fare due passi ».

Eppure era scesa a piedi dalla città alta — il magazzino «Standa» è sito in un cocuzzolo del colle di Agrigento — e aveva già percorso la lunga via Atenea. Due combinazioni? Forse. Intanto è stato accertato che la signoia Tandoj e il dottor La Loggia furono insieme a Palermo il 29 marzo, il giorno precedente l'arrivo del commissario Tandoj da Roma. Quale scopo ebbe il viaggio?

Se fu Leila a pensare per prima al delitto, fu anche lei a portare la polizia sulla pista giusta con le lettere anonime inviate al Giornale di Sicilia per accusare del delitto il tenente Mario Zurria. Non è possibile — dicono ad Agrigento — che un uomo come La Loggia, il quale aveva molti mafiosi fra i suoi galoppini elettorali, e ben conosceva quali siano le grandi armi della mafia nella lotta contro la polizia (l'omertà, le bocche suggellate), commettesse l'errore di prendere — o di far prendere all'amante — un'iniziativa del genere.

Invece Leila, passionale e fantasiosa (in una libreria ci hanno raccontato che acquistava quasi esclusivamente libri « gialli>) volle mostrarsi troppo furba. E si perse. Siamo, naturalmente, nel campo delle supposizioni presentate dai «colpevolisti». Gli « innocentisti », nonostante la denuncia presentata dalla polizia alla magistratura, non si sono arresi; e fanno notare che il procuratore della Repubblica non sembra del tutto convinto della colpevolezza dei due amanti.
A norma di legge egli avrebbe dovuto ieri, essendo passati sette giorni dal « fermo », emettere i mandati di cattura contro il dottor La Loggia e i due presunti esecutori materiali del delitto, tramutando i « fermi » in arresti. (Per la signora Tandoj ciò non era necessario, perché già si trova in stalo di arresto per calunnia doppiamente aggravata).
Invece il dott. Ferrotti, avvalendosi di una molto controversa interpretazione delle norme del codice di procedura penale, non ha tramutato i « fermi » in arresto e non ha emesso ancora i mandati di cattura. Perché ha seguito questa procedura inconsueta? E' però possibile che egli voglia immediatamente rimettere gli atti al procuratore generale della Repubblica di Palermo. Il dott. Ferretti era intimo amico tanto di Mario La Loggia quanto delle signora Tandoj — molte sono le fotografie che li mostrano insieme alle feste di beneficenza — e potrebbe temere di mostrarsi parziale.
Anche i due giudici istruttori della sezione agrigentina erano amici personali del dott. La Loggia, il quale era l'unico docente in psichiatria della città e curava tutte le perizie del Tribunale. E' dunque probabile che la Corte d'Appello di Palermo avochi a sé l'istruzione del processo. Diremo infine che stasera i corrispondenti dei giornali siciliani, ai quali abbiamo detto che stavamo per lasciare Agrigento come hanno già fatto gli altri inviati speciali, ci hanno detto a una voce: « Ci rivedremo fra un paio di settimane ».

I giornalisti siciliani attendono prossimi sviluppi della situazione: continuano a non credere al movente passionale. O, per meglio dire, sono sì convinti che il dottor La Loggia abbia fatto uccidere il commissario Tandoj per motivi passionali, ma soltanto dopo che Aldo Tandoj - per indurlo a troncare la relazione con la moglie — lo aveva minacciato di rivelare i particolari di alcuni scandali che ebbero dei retroscena politici.
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Leila Tandoj avrebbe scritto al La Loggia: " Finiranno per scoprire tutto, ho paura"
(21.05.1960)


Un giornale pubblica presunti brani delle lettere sequestrate a Leila Tandoj dove avrebbe scritto al La Loggia: "Finiranno per scoprire tutto, ho paura" . Poco tempo prima l'amante le avrebbe mandato a dire: "Così stando le cose, di tutti potranno sospettare tranne che di noi...,, - Sono frasi compromettenti; ma sono autentiche? - Voci insistenti su un memoriale del commissario Tandoj contro lo psichiatra (Dal nostro inviato speciale) Agrigento, 20 maggio.

Da Gela, dove si trovava in visita agli impianti petroliferi, è arrivato oggi un corrispondente inglese richiamato dal grande scalpore intorno allo omicidio del commissario Tandoj. All'avvenimento i giornali siciliani ancora dedicano due pagine al giorno, sempre infarcite di nuove fotografie; e sono pronti a lanciare in piazza le edizioni straordinarie quando ricevono le notizie più clamorose dalle squadre dì redattori che tengono ad Agrigento da molte settimane.

Mai, dopo la morte di Giuliano, la Sicilia si era tanto interessata a un fatto di sangue — di assassini, a lupara e no, sono piene ogni giorno le cronache —; e i direttori dei quotidiani inviano telegrammi minacciosi ai loro inviati quando si fanno precèdere dai corrispondenti nel trasmettere i particolari più ghiotti: quale sia, in cella, il < livre de chevet » del dott. La Loggia (legge < I promessi sposi »), quali piatti egli si faccia inviare dal ristorante < San Leone» (preferisce le bistecche e, come frutta, le nespole); e se il presunto sicario, Salvatore Calacione, continui a cibarsi soltanto di uova crude per timore di far la fine di Pisciotta, che mori avvelenato nel carcere dell'Ucciardone.

La rivalità fra i giornalisti li ha spinti tre giorni fa a imprese disperate per ottenere in anticipo la notizia dell'incriminazione dei — sempre presunti — mandanti: ci sono riusciti, non si sa come -- ma qualcuno minaccia di aprire un'inchiesta per saperlo; e due ore prima che II procuratore della Repubblica convocasse la stampa per dare l'annuncio delle accuse, già gli strilloni andavano gridando la notizia per le strade, con tutti i particolari.
Queste « fughe di notizie si ripetono, e continuano a tenere desta la curiosità e l'interesse sul misterioso "giallo".

Oggi, per esempio, ha suscitato viva emozione la pubblicazione di presunti brani delle lettere sequestrate dalla polizia nel corso delle perquisizioni effettuate nell'abitazione e nell'ufficio del prof. Mario La Loggia, e nella casa della vedova Tandoj.

Si tratta di stralci, molto compromettenti invero, di lettere che i due amanti si scrivevano dopo il delitto, quando i contatti fra loro erano divenuti sempre meno frequenti essendosi la vedova trasferita nella casa dei genitori. Di tre di queste lettere sono trapelati appunto alcuni brani. Nulla è possibile dire sulla loro autenticità. Eccoli, comunque, come li pubblica un quotidiano siciliano: Scriverebbe Mario La Loggia a Leila Tandoj: "Ho fatto pubblicare un altro articolo dai miei amici, e quei cretini appena l'hanno letto ci sono cascati. Cosi stando le cose, di tutti potranno sospettare tranne che di noi... ».

Leila Tandoj a Mario La Loggia: « ...sono preoccupata, scopriranno tutto. C'è qualcosa che non va e tu sai di che si tratta. Ho paura...". Mario La Loggia vorrebbe rassicurare subito l'amante e scriverebbe a Leila: « ...sta' tranquilla, non ci riusciranno. A maggio i miei amici palermitani pubblicheranno un altro articolo ».

Nelle cronache pubblicate dai quotidiani di Palermo e di Catania il giornalista inglese aveva trovato aneddoti gustosi sui rapporti fra il dott. La Loqqia e Leila Tandoj, sulla tenace amicizia fra Danika e sugli strani piaceri ai quali si sarebbe abbandonata la "gente bene" di Agrigento.

«Ci perdonino i lettori se non entriamo in particolari, ma non possiamo fare della pornografia » aveva scritto un giornalista siciliano mentre un suo collega, più prudente, aveva ricostruito tutta la tresca tra La Loggiai, la Tandoj, e il barone Agnello, usando il modo indicativo, ma senza premettere — in poche righe stampate in grassetto — « Tutto quanto segue va letto come se fosse scritto al condizionale, che non usiamo perché troppo noioso ».

Eccitato da questa storia, in cui sembrano amalgamarsi tutte le passioni che piacciono al pubblico dei fogli inglesi a grande tiratura — l'amore, il tradimento, il sesso (con varie complicazioni), l'assassinio per mano d'un sicario sullo sfondo del mare-azzurro e dei templi greci — il giornalista, che conoscevo da tempo, è entrato stasera nella mia camera esclamando: « It can't be true », « troppo bella per essere vera ».

E in realtà questo « giallo » di Agrigento con i suoi coloriti personaggi, uno psichiatra, un commissario di Polizia, un barone, una bella donna « continentale », sembra quasi non vera. Ma più che le lettere d'amore e gli altri « retroscena », avrebbe fornito agli inquirenti [il cosiddetto asso nella manica» di tutta l'intricata vicenda, il famoso memoriale che il commissario Tandoj avrebbe minacciato di far leggere all'on. Aldo Moro, suo ex-compagno di scuola, per rivelargli « esplosivi » segreti concernenti la vita privata e l'attività politica del prof. Mario La Loggia.

L'esistenza di questo memoriale, del quale si è parlato tante volte nel corso delle indagini, nessuno degli inquirenti ha confermato o smentito. Anche questa sera il questore di Agrigento, comm. Monteleone, al quale alcuni giornalisti hanno rivolto una precisa domanda in proposito, per sapere appunto se il dott. Tandoj avesse lasciato un dossier personale, ha risposto: < Non posso dirlo », e alle insistenze degli interlocutori ha soggiunto: < Non posso né smentire né confermare ». E' opinione diffusa che il dossier o il memoriale probabilmente esistono e che in esso dovrebbe essere racchiusa la spiegazione di tutto il mistero che ancora oggi avvolge questa vicenda.

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Erano intercettate dal giorno del delitto le telefonate di La Loggia a Leila Motta Tandoj

21.05.1960


Se sono autentiche le rivelazioni di un quotidiano palermitano, il neurologo avrebbe cercato di indirizzare le indagini in false piste, facendo pubblicare tendenziose notizie da un giornale di amici» - Vita impossibile in carcere per la vedova del commissario, assalita dalle altre detenute al grido di  "mostro» • Esiste davvero il memoriale per l'on. Moro? Agrigento, sabato sera.

Il « caso La Loggia-Tandoj », circondato com'è dal segreto più assoluto, è giunto a un punto in cui la confusione è veramente grande. Agrigento è divenuta un focolaio di « voci », rivelazioni, pettegolezzi, tra i quali è difficile districarsi.

Una cosa è certa: Mario La Loggia, Leila Motta Tandoj, Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera sono denunciati per concorso in omicidio pluriaggravato, quali presunti responsabili dell'assassinio del commissario di polizia dott. Aldo Tandoj, ex-capo della squadra mobile di Agrigento.
Entro pochi giorni, il procuratore della Repubblica, dott. Ferrolti, dovrebbe, secondo le previsioni concordi degli ambienti giudiziari, trasmettere gli atti al giudice dott Tummlnello, perché inizi l'istruttoria formale.

Il principale interrogativo che si pone chi segue la complessa vicenda, è sulle prove di cui dispongono gli Inquirenti a sostegno della denuncia per omicidio del quattro Indiziati. Si ignora persino se si tratti effettivamente di prove o soltanto di indizi.

Si è cercato quindi di ricostruire gli sviluppi delle indagini. Pare probabile che il via all'inchiesta contro i presunti responsabili del delitto sia stato dato da quel Calogero Mangione, infermiere dell'ospedale psi chiatrico provinciale diretto dal La Loggia, che in un primo tempo era stato fermato insieme col Calacione e col Pirrera e poi venne rilasciato perché ritenuto completamente estraneo al delitto.

Sembra che quando il Tandoj fu trasferito a Roma e vi si recò da solo, lasciando ad Agrigento la bella moglie, avesse dato incarico all'infermiere di sorvegliare con discrezione Leila e di avvertirlo degli eventuali incontri della donna con il psichiatra.

Alcune dichiarazioni del Mangione in questo senso, avrebbero appunto fatto sorgere i primi sospetti Ma, si osserva, la polizia aveva proprio bisogno delle « rivelazioni > del Mangione per se guire quella pista? Quando fin dal giorno successivo al delitto, nella cittadina di provincia incominciavano ad essere formulati a mezza voce I tremendi sospetti, ed un insieme di circostanze facevano capire che qualcosa di grave stava maturando? Perché — fu subito notato — alcune alte autorità, ai funerali della vittima, ostentatamente s'astennero dallo stringere la mano al La Loggia e dal porgere le condoglianze alla vedova?

Anche questa, come molte altre, sarebbe una pura coincidenza? Un particolare, comunque, sarebbe sicuro. Che subito dopo il delitto, i telefoni dei due principali indiziati sarebbero stati messi sotto controllo. Che prove ha la polizia? A questo proposito ieri ha destato grande impressione la pubblicazione, da parte di un giornale di Palermo, di pretesi brani delle lettere che vennero sequestrate in casa La Loggia ed in casa Tandoj, la sera precedente il fermo degli amanti. Sono brani autentici?

Secondo il giornale che ha fatto la pubblicazione, poco dopo il delitto La Loggia avrebbe scritto all'amante: «Ho fatto pubblicare un altro articolo dai miei amici, e quei cretini appena l'hanno letto ci sono cascati. Cosi stando le cose, di tutti potranno sospettare, tranne che di noi... ». E Leila avi ebbe risposto: « ... sono preoccupata, scopriranno tutto. C'è qualcosa, che non va e tu sai di che si tratta. Ho paura... ». La Loggia avrebbe cercato di tranquillizzarla: «... sta tranquilla, non ci riusciranno. L'11 maggio i miei amici palermitani pubblicheranno un altro articolo ».

E' difficile dire se questi brani sono autentici; senza contare l'evidente inverosimiglianza di poter disporre di documenti che sono in mano degli organi inquirenti, per stralciarne brani a piacimento. Si osserva, però, che potrebbe non essere una difficoltà insormontabile se è vero che è stata ordinata un'inchiesta per far luce su alcune < fughe » di notizie avvenute nei giorni scorsi.

A questo punto, a complicare le cose, giunge un'altra pubblicazione di un giornale di Palermo che riproduce la fotocopia di un articolo scritto a macchina su carta intestata del La Loggia. Dalla nota redazionale che accompagna la pubblicazione, si arguirebbe che tale articolo è quello di cui parla il psichiatra nel secondo del brani di lettera a lui attribuiti poco sopra.

Un altro elemento di cui si parla con insistenza come di uno dei pilastri dell'accusa, è il famoso «dossier» che Tandoj avrebbe preparato contro Il La Loggia, por indurre il rivale a troncare la relazione con sua moglie. Si tratterebbe Il procuratore della Repubblica di Agrigento, dott. Ferrotti di una raccolta di documenti che proverebbero che il psichiatra, importante esponente politico, sarebbe stato coinvolto in faccende politiche, e non solo tali, molto compromettenti.

Tandoj sarebbe stato al corrente di questi fatti, per aver indagato, nella sua qualità di capo della squadra mobile, su molti episodi delittuosi a sfondo politico. Nella lotta senza quartiere che aveva intrapreso negli ultimi tempi contro l'uomo che gli aveva portato via la moglie, egli avrebbe deciso di rivelare tutti questi retroscena al segretario politico della d.c, on. Aldo Moro, come lui barese e suo vecchio amico fin dal tempi dell'università che avevano frequentato insieme.

Questo, quindi, sarebbe stato un possibile movente del delitto: eliminare chi poteva rovinare la carriera del La Loggia con le gravi rivelazioni. Ma esiste veramente questo dossier? Parrebbe di si: secondo indiscrezioni sarebbe stato sequestrato nell'abitazione romana del Tandoj. Ma conferme ufficiali della notizia non se ne hanno, Ieri sera il questore di Agrigento comm. Monteleone, è stato avvicinato dai giornalisti che gli hanno chiesto precisazioni in proposito.

Il funzionario ha risposto categoricamente: «Non posso dir nulla; non posso né confermare né smentire». Mentre fuori incalza la ridda delle Ipotesi e del « si dice », nel carcere di San Vito i protagonisti del «giallo» attendono con trepidazione lo svogersi degli eventi.

Il dottor La Loggia si mostra tranquillo, sicuro di sé, legge, fuma molto, si fa portare 1 pasto da una trattoria vicina alla prigione, mangia con appetito, almeno apparente, e si dice certo che l'inchiesta non potrà' che con eludersi con la dimostrazione della sua completa estraneità al fatto. Pare comunque che suo fratello, l'ex-presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana, avrebbe incaricato della difesa del congiunto.
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Spiccati i mandati di cattura contro La Loggia e la bella Tandoj

(22.05.1960)


Dieci giorni dopo il fermo degli indiziati di Agrigento spiccati i mandati di cattura contro La Loggia o la bella Tandoj. l genitori della giovane vedova interrogati dal magistrato (Nostro servizio particolare)Agrigento, 22 maggio.

Il Procuratore della Repubblica, dott. Ferrotti, ha notificato, stamane, al dott. Mario La Loggia, a Leila Motta Tandoj, a Salvatore Calacione, e Salvatore Pirrera, il mandato di cattura spiccato nei loro confronti per concorso in omicidio pluriaggravato.

La vedova del commissario assassinato è stata colta da una nuova crisi all'annuncio del grave provvedimento; il suo amante, invece, si è mantenuto tranquillo, dicendo che dopo la denuncia era naturale che seguisse l'arresto. I quattro detenuti, in giornata, hanno subito un nuovo lungo interrogatorio. Si è appreso, intanto, che il contenuto dei brani di lettere pubblicati ieri da alcuni giornali siciliani, è stato distorto.

La smentita è stata data dalle stesse autorità inquirenti. Le lettere tuttavia esistono. Secondo <voci» che circolavano oggi ad Agrigento esse non sarebbero state sequestrate in casa del La Loggia o della Tandoj, ma sarebbero state intercettate in una maniera che veramente ha dell'incredibile, due poliziotti, uno dei quali vestito da operaio della Società generale elettrica della Sicilia, avrebbero tenuto sotto controllo le abitazioni dei due amanti. Non appena uno d'essi imbucava una lettera, gli agenti l'avrebbero prelevata e apertala, l'avrebbero fotografata.

Quindi l'avrebbero rimessa al suo posto, dandole corso. Quello pubblicato sarebbe appunto un contenuto approssimativo, forse non tanto per una voluta distorsione, quanto per il fatto che i giornalisti si sono dovuti fidare della memoria dei loro « informatori >.

D'altra parte i brani pubblicati sono da molti considerati .di limitata importanza, tanto più dopo che le allusioni, apparentemente oscure, a un articolo che doveva essere pubblicato a data fissa, sono state ridimensionate: si è infatti accertato che l'argomento era di politica.

Intanto il Procuratore della Repubblica dott. Ferrotti ha avuto oggi un pomeriggio intenso e faticoso. Dopo la riunione, nella tarda mattinata, con il capo della squadra mobile di Agrigento dott. Caruso, e col capitano dei carabinieri Caravano, e dopo avere esaminato il rapporto di denuncia sentatogli dalla polizia, il dot tor Ferrotti ha convocato nel suo ufficio i coniugi Motta, genitori della vedova su cui pende l'accusa di essere stata complice nell'assassinio del marito. L'ex - vice-questore Motta e la moglie sarebbero stati interrogati sui rapporti che legavano la figlia al dott. La Loggia.

Ma i genitori della vedova avrebbero dichiarato di essere stati all'oscuro della relazione. Credevano si trattasse solo di una normale amicizia. Anche la moglie del professor Lo Loggia, signora Danika Pajevic, questo personaggio enigmatico che è rimasto ai margini del « giallo > del Viale dello Vittoria, era stata convocata a Palazzo di Giustizia. La moglie del noto neurologo non si è però presentata. E' ancora a letto, sofferente di una grave forma di esaurimento nervoso, che l'ha colpito in questi ultimi giorni.

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Anche il legame della droga univa i La Loggia alla vittima?

26.05.1960


Da oggi ha Inizio l'istruttoria formale sull'assassinio dell'ex capo della squadra mobile di Agrigento, dott. Aldo Tandoj. II Procuratore della Repubblica, dott. Francesco Ferretti, che fino ad ora ha condotto le indagini sul fatto di sangue in collaborazione con il dott. Caruso della polizia, ha trasmesso ieri al giudice istruttore presso il tribunale, dott. Tumminello, un voluminoso fascicolo contenente gli atti dell'Inchiesta a carico dei presunti responsabili del delitto: Leila Tandoj, la giovane e bella vedova della vittima, l'amante di Leila, dott. Mario La Loggia, direttore dell'ospedale psichiatrico provinciale, noto esponente politico siciliano e fratello dell'ex presidente della Regione, e i due agricoltori Salvatore Pirrera e Salvatore Calaclone, ritenuti i sicari della fosca vicenda.

E' questo il primo atto ufficiale, dopo parecchi giorni di silenzio assoluto delle autorità; silenzio che ha favorito il diffondersi di voci e Indiscrezioni incontrollate. Si sono ripetuti numerosi Interrogatori in carcera degli indiziati, e pare vi sia stato anche qualche confronto. In particolare si parla di un incontro che vi sarebbe stato, alla presenza del magistrato, tra i due amanti. Se le notizie che sono trapelate dal carcere di San Vito sono esatte, questo confronto sarebbe stato molto drammatico.

Leila Tandoj, provata dalle emozioni e molto indebolita nel fisico dalle gravi crisi che dal giorno del suo fermo l'hanno ripetutamente colpita, alla vista dell'amante si sarebbe lasciata andare ad ammissioni compromettenti, non tanto in merito al delitto (del quale entrambi si proclamano assolutamente innocenti), ma circa la relazione sentimentale con il psichiatra, che tutti e due hanno sempre smentito.

Oltre gli imputati, il magistrato avrebbe anche voluto interrogare nuovamente la moglie del dott. La Loggia, la signora Danika, della quale si era molto parlato nei primi tempi dell'inchiesta. Ma la si gnora, sconvolta dal ciclone che si è abbattuto sulla sua famiglia, è stata colta da una grave forma di esaurimento ed è costretta al letto. Non ha cosi potuto presentarsi al Palazzo di Giustizia per rispondere alle domande del magistrato. VI si sono invece recati i genitori di Leila, che sono stati interrogati sulla vita della figlia dopo l'uccisione di suo marito.

La vedova era infatti tornata ad abitare in casa dei suoi, soprattutto perchè i frequenti incontri con il dott. La Loggia avevano iniziato a provocare in città pettegolezzi. Pare che in particolare siano stati chiesti loro chiarimenti su un presunto incontro di Leila con l'amante a Palermo, il giorno precedente a quello del delitto. Un altro dei personaggi di cui si era abbondantemente parlato quando si ebbe il clamoroso colpo di scena del <fermo» degli attuali indiziati, il barone Agnello, è stato richiamato in causa dai pette golezzi che si diffondono con incredibile velocità, senza che sia possibile controllare al momento la loro fondatezza.

Si era sparsa nei giorni scorsi la voce che Leila Tandoj, alla quale l'Agnello negli ultimi tempi aveva dedicato molte attenzioni, avesse, nel corso di un interrogatorio, accusato lo spasimante del delitto, Avrebbe agito in quel modo per continuare a difendere il psichiatra, dopo che era faillita la manovra delle lettere anonime che gettavano il sospetto su un dipendente della vittima, il tenente di polizia Zurria. Ma ora la notizia di questa « confessione » è stata smentita: era sorta nell'atmosfera fertile di fantasia che circola negli ambienti intorno agli inquirenti. Sfatata una indiscrezione, se ne forma un'altra. E con le riserve che ormai è d'obbligo fare su qualsiasi notizia che riguardi questo clamoroso caso ancora avvolto da tanto mistero, riportiamo l'ultima voce.

Si è diffusa stanotte, traendo origine, come d'altra parte tutte le altre, da un elemento che risulterebbe sicuro. Nel < giallo Tandoj c'entrerebbe la droga. Il punto d'origine di .questa nuova notizia è dato dal ritrovamento di tracce di stupefacenti sull'auto che apparteneva al commissario Tandoj, e dal sequestro di ricettari nello studio del dott. La Loggia.

Ora si vorrebbe che il commissario usasse degli stupefacenti e che a fornirglieli, mediante regolari ricette, fosse l'amante di sua moglie. E' stata chiesta in proposito una conferma alle autorità inquirenti, ma la conferma non è giunta, e neppure una smentita. Tutto si mantiene nel vago, tra il vero e il falso, senza che si riesca a capire quale dei due elementi sia preponderante. Risulta invece che su due particolari si sviluppino in questo momento le indagini. Uno riguarda quel misterioso debito che il Tandoj, la sera precedente il delitto, avrebbe saldato con il La Loggia.

Si parla di una cifra notevole, che il commissario avrebbe dovuto farsi imprestare da amici agrigentini per versarla al psichiatra. Che cos'era questa somma? Perché l'improvvisa restituzione? Se è vero che il Tandoj era tornato ad Agrigento con l'intenzione di combattere a fondo, senza esclusione di colpi, il rivale in amore, appare plausibile l'ipotesi che egli avrebbe voluto innanzi tutto eliminare ogni prova.

La bella Leila avrebbe tratto da tramite fra l'amante e il marito - Da oggi l'incartamento del delitto passa nelle mani del giudice istruttore - Tra i particolari che restano da chiarire vi è quello del misterioso debito che il commissario assassinato pagò a colui che l'avrebbe fatto uccidere, proprio la sera avanti il crimine.

Qualsiasi legame con l'amico divenuto nemico, e quindi sdebitarsi nel vero senso della parola. E' un particolare apparentemente insignificante ma che acquista risalto se sì pensa che il La Loggia, impressionato da tanta decisione e timoroso di compromettenti « rivelazioni >, potrebbe aver avuto interesse, secondo quanto sostiene l'accusa, a far eliminare l'avversario.

L'altro particolare riguarda invece l'esecuzione materiale del delitto. L'assassino attendeva, quella tragica sera del 30 marzo scorso, nascosto in un portone. Al momento di sparare uscì in mezzo alla strada, mettendosi in piena luce, e scaricò la rivoltella contro la vittima designata. Perché agì in quel modo? Poteva benissimo sparare dall'Interno dell'androne, correndo molto meno il rischio di essere riconosciuto o addirittura catturato sul posto. E' a questo punto che la circostanza assume un'importanza notevole.

Se egli si comportò a quel modo, si osserva, è perché voleva essere sicuro non tanto di colpire il bersaglio, quanto di non sbagliarlo: uccidere, cioè, la giovane Leila che si trovava al fianco del marito. E si conclude: perché tanta preoccupazione? Se l'assassino fosse stato un delinquente che volesse sopprimere il Tandoj per questioni personali, non si sarebbe interessato eccessivamente alla sorte che poteva toccare alla moglie della vittima: avrebbe compiuto la sua vendetta nel modo più sicuro.

La preoccupazione dimostrerebbe che il < sicario > era in rapporti con la Tandoj e proprio per questo doveva risparmiarla. Non poteva correre il rischio di uccidere colei che, secondo l'accusa, l'avrebbe incaricato di sopprimere il commissario. Ma anche a questo proposito non resta che attendere la conclusione dell'istruttoria: solo allora si saprà con esattezza come il magistrato ha ricostruito il misterioso « giallo ».

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Il prof La Loggia e la bella vedova Tandoj saranno presto messi in libertà provvisoria?

(27.08.1960)

Nessuna conferma ufficiale alla notizia - I due amanti, accusati di avere organizzato l'assassinio del commissario di polizia, continuano a respingere ogni addebito e mostrano una grande sicurezza - La giovane donna insiste nelle accuse contro il tenente di p.s. arrestato per il furto dei milioni in caserma G Agrigento, sabato sera. Il clamoroso < caso Tandoj », sul quale pareva fosse calato un impenetrabile velo di silenzio, ritorna oggi di scena. Secondo una « voce » diffusasi stamane negli ambienti di Palazzo di Giustizia, il magistrato che conduce le indagini sulla delicata e complessa vicenda, avrebbe deciso di concedere la libertà provvisoria alla vedova del commissario di P.S. assassinato e al professore Mario La Loggia, imputati, com'è noto, di concorso nell'organizzazione del delitto.

Il segreto istruttorio che vincola il giudice istruttore, dott. Tumminello, viene rigorosamente osservato e pertanto è vano ogni tentativo di trovare una conferma ufficiale alla notizia o comunque di avere qualche orientamento sulla conclusione della istruzione.

Il dott. Tumminello, che ha ricevuto gli atti della vicenda dal giudice Ferrotti nell'ultima decade dello scorso maggio, ha esaminato minuziosamente i numerosi documenti: egli intenderebbe concludere quanto prima la indagine su questo impressionante delitto, sul quale tante « voci » e pettegolezzi sono fioriti, ma che rimane tutt'ora avvolto dal più fitto mistero.

La vedova del commissario assassinato, la bella Leila Motta Tandoj, denunciata anche per calunnia aggravata e reticenza, ha insistito nella posizione assunta, confermando la versione per la quale è stata arrestata. La giovane donna continua ad accusare del delitto il tenente Zurria, l'ufficiale a sua volta arrestato in relazione alla scomparsa dei milioni dalla cassaforte della caserma di polizia.

L'arresto del tenente Zurria, avvenuto a maggio, aveva fatto pensare che la vedova Tandoj avesse avanzato con qualche fondamento il sospetto che il commissario fosse stato ucciso perché aveva scoperto i responsabili del furto. Ma la polizia si affrettò a smentire qualsiasi connessione tra i due | episodi criminosi.

Comunque, l'arresto del tenente Zurria potrebbe avere consigliato un ridimensionamento della posizione della vedova Tandoj: la giovane donna potrebbe avere lanciato le accuse calunniose muovendo dal sospetto dalla certezza che l'ufficiale di polizia non fosse estraneo al furto. Cosa che poteva averle confidato il marito stesso nel corso delle indagini. Resterebbe comunque l'accusa fondamentale che la bella Leila avrebbe accusato il tenente Zurria per sviare le indagini al fine di coprire il vero mandante.

Da parte sua, il prof. Mario La Loggia, sospettato di essere il mandante « morale » dell'assassinio del dottor Tandoj, ucciso a revolverate la sera del 30 marzo scorso lungo il viale della Vittoria di Agrigento mentre rincasava con la moglie, ha sempre mantenuto un contegno tranquillo, è apparso straordinariamente calmo e sicuro di sé, ha respinto sdegnosamente ogni accusa ed ha espresso la certezza di uscire dal carcere al più presto, data la sua assoluta innocenza.

Nega ogni addebito anche il presunto sicario, quel Salvatore Calacione del quale la polizia ebbe a fare la «prova dei vestiti » distribuendo per un eventuale riconoscimento, centinaia di fotografie prese dopo che gli erano stati fatti indossare gli abiti sequestrati nella sua abitazione, perfettamente identici a quelli che, secondo le dichiarazioni dei testimoni, portava l'assassino.

Tutti, dunque, continuano a negare. E gl'inquirenti, che fino a questo momento non pare abbiano raggiunto prove precise contro le persone denunciate, sono costretti a procedere con la massima cautela. Ma quali elementi sono stati raccolti a suffragare la tesi secondo la quale il Calacione avrebbe compiuto con gelida premeditazione il feroce assassinio per fare un favore (ovviamente ben retribuito), ad un potente.

Il magistrato — che attualmente svolge l'istruttoria formale — avrebbe confermato quanto era stato dichiarato in precedenza dal giudice Ferrotti che ha diretto l'istruttoria sommaria, cioè che il movente del crimine é da ricercare nella donna e che pertanto la pista sulla quale si è mosso il meccanismo delle investigazioni è stata quella giusta. Si dovrà inoltre stabilire se la vedova Tandoj si ostina ad accusare il tenente Mario Zurria perché lo ritiene effettivamente colpevole, ovvero persista in questa denuncia per proteggere il mandante del delitto.

E' ancora estremamente difficile orientarsi in questo labirinto di ipotesi, ed appare pertanto evidente quanto non sia agevole il compito degli inquirenti, sulle cui spalle grava la responsabilità della soluzione di questo complicatissimo giallo.

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Alla scarcerazione della Tandoj seguirebbe quella di La Loggia

3 dicembre 1960


Poiché gli indìzi raccolti nel corso dell'istruttoria a carico di Leila Motta in ordine all'imputazione di concorso in omicidio pluriaggravato non sono sufficienti per sostenere questa accusa, il Pubblico Ministero chiede che l'imputata stessa venga prosciolta dall'addebito per insufficienza di prove; chiede altresì che la Motta venga rimessa in libertà provvisoria per quanto attiene alle altre due imputazioni di falsa testimonianza e calunnia, quest'ultimo reato commesso in pregiudizio del tenente di P.S. Mario Zurria.

Con questa motivazione il Procuratore della Repubblica, dott. Francesco Ferrottl, ha ritrasmesso al giudice istruttore del tribunale di Agrigento, dott. Serafino Tumminello, gli atti relativi all'Istruttoria sul complicato «caso Tandoj » che appassiona l'opinione pubblica da diversi mesi.
Leila Motta-Tandoj ha trascorso una notte tranquilla In casa del padre, la stessa abitazione del viale della Vittoria 113 che essa condivideva con il marito; Il padre della signora è stato colto da malore, per l'emozione del ritorno della figlia, ma le sue condizioni non sono eccessivamente preoccupanti.

Leila non ha potuto essere avvicinata da nessun giornalista e a chi cercava di avvicinarsi alla sua abitazione o telefonava, veniva risposto, sia pure gentilmente, che la signora stava poco bene. Intanto il prof. Mario La Loggia continua ad essere calmo nelle tetre mura del carcere di San Vito di Agrigento, fiducioso, come si dice, che prima o poi anche la sua Innocenza verrà provata; per gli altri due imputati Invece, come noi avevamo previsto, i braccianti Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera, la loro posizione si è, a quanto sembra, aggravata.

Il supplemento di indagini che il Procuratore della Repubblica ha richiesto al giudice istruttore può essere un indizio dello scarso numero di prove raccolte a carico dello psichiatra agrigentino, prof. La Loggia, e di una sua imminente scarcerazione.

Il movente politico del delitto Tandoj riaffiora cosi in tutta la sua evidenza dopo il clamoroso crollo, avvenuto ieri, del movente passionale con il rilascio, anche se in forma non ancora definitiva, della signora Tandoj-Motta: pertanto le indagini, a quanto ci è stato comunicato In via strettamente ufficiosa in base a notizie che troverebbero conferma anche a Roma negli ambienti giudiziari, verrebbero riprese al più presto su ben altre piste.

Le accuse che la signora Leila Tando] aveva rivolto, in sede d'interrogatorio nella fase istruttoria, contro il tenente di P. S. Mario Zurrla, hanno trovato conferma nell'evolversi degli avvenimenti: infatti il tenente Mario Zurrìa si trova al carcere militare di Palermo, sotto l'accusa di peculato aggravato e furto per sei milioni e mezzo dalla cassaforte della caserma di P. S. in contrada Colleverde di Agrigento, e per analoga imputazione è stato anche arrestato l'altro appuntato di P.S. Giuseppe Militano, mentre un altro sottufficiale, il maresciallo Giuseppe Colapinto, che era in arresto prima del tenente Zurria, è stato invece rimesso In libertà perché a suo carico non sono stati trovati elementi dì colpa.

La signora Tandoj per queste calunnie rivolte al tenente Zurrìa s'era buscata la accusa di calunnia nei- confronti di pubblico ufficiale: comunque per tale Imputazione il procuratore della Repubblica, Ferrotti, che funge da P. M. nella Istruttoria Tandoj, ha richiesto la libertà provvisoria, ciò che potrebbe anche significare che il Procuratore della Repubblica vorrebbe chiarire completamente la posizione della vedova del commissario ucciso la sera del 30 marzo ad Agrigento nel viale della Vittoria, unitamente allo studente Ninni Damanti che si trovava casualmente nel pressi con alcuni amici. Le indagini, se condotte effettivamente sul binario del movente politico e dell'ambiente della mafia agrigentina, potrebbero risolvere quasi certamente il giallo Tandoj.
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Clamorose rivelazioni nell'istruttoria del P. M. contro il professor La Loggia

16 dicembre 1960.

(Dal nostro corrispondente) Agrigento, 16 dicembre. « Il Pubblico Ministero chiede che il Giudice Istruttore ordini il rinvio al giudizio della Corte d'Assise degli imputati Mario La Loggia, Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera, per rispondere dei reati loro attribuiti emettendo mandato di cattura, contro gli stessi, e dell'imputata Leila Motta vedova Tandoj per rispondere dei delitti di calunnia e falsa testimonianza.

Voglia dichiarare non doversi procedere contro la Motta in ordine al delitto di concorso in omicidio per non avere commesso il fatto ».

Cosi conclude la requisitoria del P. M. dott. Ferrotti in relazione al < gioito » di viale della Vittoria e, secondo alcune indiscrezioni apprese negli ambienti forensi di Agrigento, le accuse attribuite agli imputati Mario La Loggia, Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera, sono le seguenti: omicidio aggravato dalla premeditazione, — il primo quale mandante, il secondo quale esecutore materiale, il terzo come cooperato, re immediato — per aver cagionato la morte di Aldo Tandoj e quella, per errore nell'uso dei mezzi, dello studente Antonino Damanti.

La Loggia, inoltre, è accusato di detenzione abusiva di armi da guerra unitamente a Salvatore Calacione. La signora Leila Tandoj Motta, pur godendo nelle richieste del P. M dell'assoluzione dall'accusa di concorso in omicidio, deve essere rinviata a giudizio per calunnia doppiamente aggravata in danno del tenente Mario Zurria e di falsa testimonianza per avere taciuto il vero in una deposizione al Procuratore della Repubblica.
Questa la sintesi della requisitoria scritta dal P. M. Ferrotti, delle richieste insomma ch'egli, con tale documento, rivolge al giudice istruttore Tumminello. Questi, esaminando il materiale raccolto nel fascicolo, potrà accogliere le istanze, respingerle, oppure modificarle ed eventualmente ordinare altre indagini, Il fatto singolare di queste clamorose richieste è costituito dall'assoluta mancanza di una vera e propria novità.

Tutti attendevano che il Procuratore della Repubblica di Agrigento chiedesse il rinvio a giudizio dei tre imputati in base ad elementi nuovi, emersi nel corso della istruttoria e non acquisiti in precedenza durante le indagini di polizia. Invece il dott. Francesco Ferrotti si è servito degli stessi indizi che da un anno e mezzo gravano sugli attuali imputati. Il dott. Ferrotti, a quanto si è potuto apprendere, si era opposto, nel dicembre dell'anno scorso alla scarcerazione del prof. Mario La Loggia, di Calacione e Pirrera, che il Giudice Istruttore, di sua iniziativa e ritenendo di non aver indiai sufficienti per giustificare la loro permanenza nel carcere giudiziario, aveva deciso improvvisamente.

Il Procuratore della Repubblica non ritenne di impugnare il provvedimento del Giudice Istruttore perché, col suo atto, non avrebbe concluso nulla di positivo. Il suo sarebbe stato, allora, un provvedimento destinato a passare inosservato. L'appello del Pubblico Ministero non avrebbe sospeso infatti l'esecuzione dell'ordinanza di scarcerazione e tutto si sarebbe risolto in una interruzione della procedura, in quanto i fascicoli avrebbero dovuto essere trasmessi all'autorità superiore (cioè alla sezione istruttoria della Corte d'Appello di Palermo) per la decisione su una impugnazione del genere.

E' evidente oggi che il dott. Ferrotti preferì evitare questa interruzione dell' iter processuale, forse anche per potersi procedere immediatamente al supplemento di istruttoria. Nelle loro linee generali, con molta approssimazione, dato il riserbo che l'istruttoria impone ai magistrati, si è potuto apprendere particolari che gettano una nuova luce sul delitto di viale della Vittoria.

La sera del 30 marzo il prof. Mario La Loggia, poco dopo il delitto, si sarebbe incontrato col Questore di Agrigento e gli avrebbe raccomandato di evitare l'autopsia sul cadavere del commissario ucciso, per un espresso desiderio dei familiari della signora Leila Motta. Poco dopo, però, sia il comm. Giuseppe Motta come la figlia Leila, interrogati dalla Mobile avrebbero negato di avere espresso questo desiderio. Anzi il comm. Motta sollecitò l'esecuzione della perizia necroscopica.

Il Procuratore della Repubblica continuerebbe ad affermare nella requisitoria scritta che la stessa sera del 30 marzo il prof. La Loggia si sarebbe recato a protestare per gli interrogatori cui veniva sottoposta la vedova Tandoj. Sembrerebbe anche che la signora Motta fosse stata interrogata appunto perché gli inquirenti avevano creduto di ritenere sospetto l'atteggiamento cavalleresco del prof La Loggia.

In realtà, probabilmente, la vedova venne sentita perché era l'unica testimone in grado di fornire i connotati dell'assassino. Altre indiscrezioni non é stato facile avere. Anche gli avvocati della difesa e delle parti civili hanno mantenuto il massimo riserbo.

Si è potuto comunque sapere che la signora Leila Tandoj Motta avrebbe ammesso la sua presunta relazione con lo psichiatra, ma che questi sarebbe rimasto ostinato nelle smentite e soltanto dopo si sarebbe deciso ad ammettere qualche « effusione amorosa ».

Più volte la signora Tandoj e il prof. La Loggia vennero messi a confronto e al termine di uno di questi drammatici esperimenti — secondo quanto si dice — li prof La Loggia avrebbe querelato per diffamazione la vedova del commissario che gli attribuiva l'adulterio, provocando con ciò un collasso alla signora Tandoj, in quell'occasione la donna venne ricoverata in infermeria.

Sembra confermato che sia Calacione sia Pirrera abbiano lasciato Favara. Al prof. La Loggia è certo che verrà riconosciuta la sua completa estraneità alla vicenda e che tutto quanto si è riferito non è altro che il frutto di informazioni sbagliate e di errate interpretazioni di fatti che, per contro, sarebbero spiegabilissimi.

Leila Tandoj Motta ha dichiarato: "Era evidente! Ero certa che la Giustizia mi avrebbe riconosciuta innocente". Quale valutazione farà ora il giudice istruttore di questi episodi ? Essi sono degli indizi e già gli erano noti allorché pose in libertà gli imputati. Il p. M. si è convinto che essi fossero nell'insieme cosi imponenti da assumere valore di prova ed ha chiesto il rinvio a giudizio del presunto mandante e dei due sicari. Però è possibile che per il giudice istruttore non siano sufficienti a concretare una sicura colpa. Gli avvocati difensori hanno dichiarato che è facile dare una spiegazione a tutti i fatti sui quali poggia l'accusa.
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Fu un mafioso a fare arrestare il prof. La Loggia e la bella vedova Tandoj

23 dicembre 1960


La sua prima giornata di libertà il professor Mario La Loggia l'ha dedicata, in buona parte, ad un lungo incontro con i difensori, gli avvocati Caroselli, Canzoneri e onorevole Giuseppe Alessi. Il colloquio è stato lungo e, al termine, non sono trapelate indiscrezioni. I patroni, interrogati, hanno ribadito i concetti già espressi ieri sera, quando il professionista aveva lasciato, poco prima delle 19,30 il tetro grigio edificio delle carceri di San Vito: < Non possiamo non esprimere la nostra soddisfazione —' ha detto l'avvocato Caroselli — per l'intervenuto riconoscimento dell'Innocenza del nostro raccomandato.

Subito dopo il deposito degli atti istruttori avremmo potuto presentare una istanza diretta ad ottenere la sua scarcerazione. Abbiamo preferito attendere che le Indagini minuziose della magistratura avessero il loro corso, certi come eravamo che sarebbe d'un contadino cisione di rimettere in libertà gli imputati principali nonché i presunti autori materiali del crimine - "Confesso a voi" ha dichiarato lo psichiatra siciliano appena uscito da San Vito -

Gli inquirenti avrebbero già raccolto, anche se il delitto che costò la vita al commissario appare più che mai un giallo, di difficile soluzione comunque giunta una parola definitiva sull'innocenza del professor La Loggia.
Questa parola è giunta oggi, dopo mesi di interrogatori, sopralluoghi, perizie e confronti. Finalmente ecco la verità e la prova dell'insussistenza di semplici indizi a carico dell'imputato.

Nessuna dichiarazione, Invece, è stata resa dagli avvocati Guglielmo Cavallaro e Giovanni Marino, difensori dei braccianti Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera, accusati il primo di essere l'esecutore materiale nell'omicidio del commissario di p. s. Cataldo Tandoj, il secondo di complicità nel crimine. Quando ieri sera il prof. La Loggia usciva dal carcere di San Vito, in esecuzione dell'ordinanza emessa dal giudice istruttore dott. Tumminello, Calacione e Plrrera stavano sbrigando le ultime formalità all'Ufficio matricola»; i due imputati, verso le 20, abbandonavano l'edificio salendo subito su un'auto pubblica, chiamata telefonicamente e che li ha condotti al loro paese, Favara.

Anche per essi l'ordinanza di scarcerazione emessa dal magistrato cita l'artìcolo 269 del Codice di Procedura Penale, cioè la mancanza di indizi di colpevolezza. «E' tutto da rifare — diceva stamane un funzionario di polizia. — Bisogna ricominciare daccapo e battere un'altra strada. Prima o poi gli assassini di viale della Vittoria debbono cadere nelle mani della Giustizia».

Ma il «giallo» di Agrigento non sembra, ora, di facile soluzione: la pista che conduceva alla coppia La Loggia-Motta e a quella Calacione-Pirrera si è dimostrata infondata anche se gli atti relativi alla motivazione dell'ordinanza di scarcerazione non sono stati ancora depositati in cancelleria e non se ne conoscono pertanto i termini precisi; è difficile, quindi, che — se esistevano degli indizi a prova di un'altra tesi — essi possano venir repertati dagli inquirenti e usati per giungere all'identificazione dei veri responsabili.

Il professor La Loggia, avvicinato dal giornalisti, non ha voluto fare dichiarazioni impegnative. Si è limitato a dire: "ln carcere ho letto molto e molto mi sono annoiato. In un primo tempo "ero veramente preoccupato; poi, col passare del giorni, mi sono reso conto che la mia innocenza sarebbe venuta in luce, e non mi sono dato pensiero che per la mia famiglia".

«Vedrà la vedova Tandoj? » gli è statò chiesto, Il professore ha ignorato la domanda. E' certo, comunque, che i motivi che hanno indotto gli Inquirenti a rimettere in libertà il 2 dicembre scorso Leila Motta sono alla base dell'attuale scarcerazione dello psichiatra.
Le quattro lettere scambiate fra il professor Mario La Loggia e la vedova Tandoj (al testo delle quali si attribuivano più o meno chiare allusioni al delitto di viale della Vittoria) hanno perduta l'Importanza iniziale: probabilmente il professionista agrigentino ha potuto dimostrare a chi erano diretti, realmente, gli accenni ch'esse recavano e che avevano fatto sospettare una complicità, sua e della vedova del funzionario di p.s. nel crimine.
Ma se queste lettere sono xxxxxxxx chi Informò la polizia della loro esistenza? Le indiscrezioni vogliono (e certamente la sentenza di proscioglimento ne parlerà) che sia stato un < mafioso », « fermato» cinque giorni dopo il delitto, a far arrestare la coppia La Loggia-Motta rivelando l'esistenza di «compromettenti missive».

La posizione di Salvatore Calacione e del suo presunto complice, accusati di aver realizzato il crimine preparato in precedenza dallo psichiatra e dalla sua amica, è stata Invece chiarita, come hanno detto i difensori, dalla perizia medico-legale compiuta, per ordine della magistratura.

Le testimonianze di coloro che avevano viste cadere Alfredo Tandoj e lo studente Damanti sotto le revolverate di uno sparatore sconosciuto erano state concordi nel dire che l'omicida correva zoppicando: i professori Petrina e Cavadi di Palermo hanno, invece, potuto escludere, nel modo più categorico, che Salvatore Calacione potesse camminare nel modo descritto dai testi.

Ora la Procura della Repubblica di Agrigento dovrà disporre un'altra istruttoria, sulla base di alcuni elementi già raccolti dàlia polizia: altrimenti il «caso» potrà essere archiviato.
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Scarcerati il prof. La Loggia ed i due braccianti ritenuti estranei all' uccisione di Aldo Tandoj

Agrigento, 22 dicembre 1960


Il professor Mario La Loggia ed i braccianti Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera, detenuti da diversi mesi in quanto coinvolti nell'omicidio del commissario di P. S. dott. Aldo Tandoj, sono stati  scarcerati stasera per insufficienza di indizi a loro carico.

L'ordinanza del Giudice istruttore dott. Tumminello cita infatti l'articolo S69 del. Codice di Procedura Penale il quale prevede la concessione dell'immediata libertà, nel corso dell'istruttoria, allorché vengono a mancare gli indizi di colpevolezza a carico degli imputati detenuti.

Il primo ad uscire dal grigio edificio del carcere è stato il prof. La Loggia. Alle 19 il portone della casa di pena si è dischiuso e nel vano è apparso lo psichiatra agrigentino che indossava un impermeabile marrone, il cappello di feltro abbassato sugli occhi coperti da lenti scure e nella destra stringeva un giornale. Ad attenderlo, dinanzi al carcere, vi era l'Opel color amaranto di uno dei suoi difensori, l'avvocato Caroselli.

Il professor La Loggia ha fatto un breve cenno di saluto agli agenti di custodia ed è salito sulla vettura. Dieci minuti dopo è arrivato a casa, una graziosa villa solitaria sulla strada che conduce alla « Valle dei Templi ».

Il professionista ha abbracciato a lungo il figlio Enrico, di dodici anni, che lo attendeva al cancello ed ha ricevuto le feste di Vampiri, il grosso mastino inglese al quale è molto affezionato.

Sull'ingresso di casa lo aspettava la moglie, Danika La Loggia: un, rapido abbraccio; poi la coppia è sparita nell'interno dell'edificio. Pochi minuti dopo, alle 19:45, hanno lasciato il carcere di San Vito il contadino Salvatore Calacione e il minatore Salvatore Pirrera; il primo era stato accusato di essere l'au tore materiale dell'omicidio di Aldo Tandoj, il secondo di aver preso parte all'organizzazione del crimine.

Il commissario di P. S. era stato ucciso a revolverate, la sera del 30 marzo scorso, in viale della Vittoria ad Agrigento mentre a braccio della moglie Leila Motta (che successivamente doveva essere arrestata) stava tornando a casa.

L'autore della sparatoria aveva esploso diverse revolverate contro il funzionario; uno dei proiettici aveva raggiunto ed ucciso anche lo studente Antonino Damanti che camminava a poca distanza dai coniugi Tandoj. Salvatore Caiacione e Salvatore Pirrera, appena usciti dal carcere, sono saliti su un'auto pubblica, chiamata telefonicamente dal posto di guardia, che li ha condotti a Favara, il loro paese di residenza.

Come il professor La Loggia, essi non hanno voluto rilasciare dichiarazioni: «Rivolgetevi ai nostri legali. Noi non abbiamo nulla da dire. Anche la Giustizia si è accorta che siamo innocenti ». I patroni del prof. La Loggia, nelle loro dichiarazioni, non si sono sbilanciati.

L'avvocato Caroselli ha detto: « Non appena gli atti istruttori vennero depositati in cancelleria, ci rendemmo conto che il nostro cliente era completamente estraneo ai fatti che gli si volevano addebitare. Avremmo potuto presentare istanza di scarcerazione anche pochi giorni dopo l'arresto; preferimmo invece attendere che l'indagine della magistratura, minuziosissima, arrivasse fino in fondo onde non potesse sussistere più alcun dubbio sull'innocenza del professor La Loggia ».

L'avvocato Cavallaro, difensore di Salvatore Calacione, ha spiegato che l'istanza di scarcerazione, per mancanza di indizi sufficienti, provvide a presentarla subito dopo la perìzia medico-legale compiuta dai professori Petrina e Cavadi di Palermo sulla persona del suo difeso: <Le testimonianze dirette sulla sparatoria di viale della Vittoria affermavano che l'assassino del commissario di P.S. era claudicante e aveva un'andatura caratteristica di chi ha una imperfezione agli arti inferiori. La perizia medico-legale ha escluso, nel modo più tassativo, che Salvatore Calacione possa correre come l'omicida del dott. Tandoj ».

La ordinanza del giudice istruttore dott. Tumminello — lo stesso magistrato che a dicembre concesse, con l'identica formula di < insufficienza di indizi », la libertà a Leila Motta — non è stata ancora depositata in cancelleria; non si conoscono pertanto gli estremi della decisione: il < giallo » di viale della Vittoria, comunque, ripiomba con questa decisione nel mistero iniziale.

Si dice, ad Agrigento, che gli inquirenti vennero posti sulla pista della coppia La Loggia-Motta e Calacione-Pirrera da una confidenza raccolta nei primi giorni dell'indagine sull'omicidio del commissario Tandoj.

Stasera il professor La Loggia ha ricevuto numerose visite; dopo essere sceso in giardino per qualche minuto è però rientrato frettolosamente in casa dichiarando di essere «molto affaticato> e di desiderare « qualche giorno di tranquillità».

La notizia del provvedimento del giudice Tumminello, poco dopo le 21, si è diffusa a Palermo e, alla assemblea generale siciliana, è stata portata da un giornalista all'onorevole Giuseppe La Loggia, ex-presidente della Regione e fratello dello psichiatra agrigentino.

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