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Il «caso Tandoj» uno dei gialli più intricati della storia di Agrigento. Terza parte

Terza parte del giallo riguardante l'omicidio del commissario Tandoj. Il magistrato, sicuro della colpevolezza dei due amanti emetterà l'incriminazione che costringerà La Loggia, la bella vedova Motta e i due presunti killer del poliziotto, a rimanere in carcere per sette mesi...fino a quando...

 


(17.05.1960)
Questa sera il magistrato dovrebbe annunciare che Tandoj fu ucciso per ordine di La Loggia


Scadono I termini di legge per il fermo degli indiziati, questa sera il magistrato dovrebbe annunciare che Tandoj fu ucciso per ordine di La Loggia. Contro lo psichiatra verrebbe spiccato mandato di cattura.

Un dipendente dell'ospedale sarebbe accusato di essere l'esecutore materiale del delitto; un altro sarebbe suo complice - Due sono stati scarcerati La vedova della vittima incriminata per calunnia e falsa testimonianza - Gli accusati negano ogni responsabilità.
(Dal nostro inviato speciale) Agrigento, 17 maggio 1960.

L'incriminazione del dottor Mario La Loggia per un reato che comporta la pena dell'ergastolo verrà, probabilmente annunciata domani sera durante la conferenza-stampa che il procuratore della Repubblica terrà allo scadere dei termini legali per il fermo preventivo di Mario La Loggia e delle due persone, alle quali verrebbe attribuita l'esecuzione materiale del delitto di cui restò vittima, la sera del 30 marzo, il commissario di polizia Aldo Tandoj, colpevole di avere una moglie bella ed esuberante  (e forse anche di conoscere troppo bene la vita segrete della provincia di Agrigento, dov'era stato per tredici anni capo della squadra mobile).

E' sempre possibile un colpo di scena che possa rimettere in libertà all'ultimo momento l'amante di Leila Tandoj, ma se il procuratore della Repubblica avesse avuto dubbi sulla colpevolezza del dott. La Loggia, che è fra i più noti uomini politici della Sicilia, non avrebbe trascorso gli ultimi tre giorni in famiglia, a Palermo, e non avrebbe atteso lo scadere dei termini di legge per fare aprire a Mario La Loggia le porte del carcere; ed è anche difficile credere che il noto psichiatra possa venir incriminato soltanto per il possesso abusivo di armi antiche di cui faceva collezione nella sua villa.

Quando riceverà i giornalisti, il procuratore della Repubblica dovrebbe annunciare di avere incriminato il dott. La Loggia per avere incaricato un suo dipendente, Salvatore Calacione, di uccidere il commissario Tandoj. Trattandosi di omicidio premeditato la pena prevista sarebbe, sia per mandante sia per il sicario quella dell'ergastolo, anche a prescindere dall'aggravante dei motivi abbietti ed anche a voler dimenticare che la sparatoria portò pure alla morte di uno studente di 17 anni, Antonino Damanti, colpito da una pallottola al cuore mentre passeggiava a pochi passi dal commissario Tandoj.

Per concorso nello stesso reato dovrebbe assere incriminato un dipendente del dott. La Loggia, Giovanni Pirrera, che avrebbe fatto da « palo » e che anche rischierebbe l'ergastolo.

Per calunnia doppiamente aggravata, un delitto che può essere punito con molti anni di reclusione, verrà incriminata Leila Tandoj, colpevole di avere attribuito a un innocente — il tenente di polizia Mario Zurria — l'assassinio di suo marito; la signora Tandoj dovrà anche rispondere di falsa testimonianza, e non è perciò probabile per il momento l'accoglimento dell'istanza del suo difensore, on. Bonfiglio, che ha chiesto la libertà provvisoria per la sua cliente (che è anche sua cugina).

Il movente del delitto dovrebbe essere la passione, secondo le dichiarazioni già fatte dal procuratore della Repubblica. Si è già osservato come sembri improbabile che un uomo politico, intelligente e ricco, possa essersi spinto fino a ordinare l'assassinio del marito della propria amante soltanto per impedirgli di costringere la moglie a seguirlo a Roma, dov'era stato trasferito.

Più valida può sembrare un'altra ipotesi, quella delle minacce che il commissario Tandoj avrebbe rivolto al dottor La Loggia, dicendosi pronto a rivelare alcuni retroscena « politici » nella vita dello psichiatra, se questi non si fosse dichiarato pronto a sua volta interrompere la relazione amorosa coti la moglie; sarebbero state queste minacce a far perdere la testa al dottor La Loggia, che avrebbe perciò ordinato al Calacione l'assassinio.

La notizia dell'acquisto da parte del dott. La Loggia di un appartamento a Roma, in via Scalia, può essere interpretata in modi diversi. Era un appartamento non grande — camera e salone — che lo stesso , La Loggia aveva fatto arredare con mobili svedesi evidentemente non poteva servire all'intera famiglia La Loggia, abituata a vivere in grandi e lussuose ville.

Era una garsonnière e probabilmente doveva servire a Mario La Loggia per incontrare la amante quando si sarebbe trasferita a Roma. Così stando le cose, che interesse avrebbe avuto ancora lo psichiatra a far uccidere il commissario Tandoj, visto che era pronto a incontrarne la moglie anche a Roma. Ma forse (si dice) Tandoj ebbe notizia dell'acquisto dell'appartamento e, per costringere La Loggia a troncare definitivamente la relazione, lo minacciò di uno scandalo, firmando in tal modo la propria condanna a morte.

C'è speranza che il procuratore della Repubblica voglia dirci, domani o dopodomani, com'è arrivato alla convinzione della colpevolezza di Mario La Loggia e quali prove abbia in suo possesso. Sembra difficile che lo psichiatra sia stato fermato, e poi venga incriminato del delitto, soltanto perché era l'amante di Leila Tandoj: quali giudici potrebbero, in un processo indiziario del genere, pronunciare una sentenza di condanna partendo da questo solo, tenue presupposto?

D'altra parte, né il dott. La Loggia né i presunti esecutori materiali del delitto hanno confessato e, per quanto ne sappiamo, non sono stati ancora messi a confronto fra di loro, né sono stati riconosciuti dai testimoni della sparatoria: quali sono allora le carte nel gioco del procuratore della Repubblica? Sono forse i documenti riguardanti il dott. La Loggia che sarebbero stati rinvenuti nell'abitazione romana del commissario Tandoj? O la lettera che lo psichiatra avrebbe scritto al commissario di polizia, dicendogli: < Se la vogliono prendere con me e mi attribuiscono rapporti con la mafia, ma tu non c'entri»?

Da parte del magistrato inquirente si riafferma soltanto, come abbiamo già detto, che il movente del delitto è la passione. E stasera il procuratore della repubblica si è recato al carcere dove ha ordinato la scarcerazione di Antonino Milioto e Angelo Alfano, due dei personaggi minori che erano stati fermati sotto l'accusa di favoreggiamento.
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Il cerchio dell'accusa sta per chiudersi intorno agli uccisori del dottor Tandoj

18/05/1960


Si affaccia un più valido movente: eliminare uno che sapeva troppo. Il cerchio dell'accusa sta per chiudersi intorno agli uccisori dei dottor Tandoj. Dopo la liberazione di due indiziati minori, rimangono in carcere i due campieri del barone Agnello che dovrebbero essere incriminati come esecutore materiale e complice -

L'incognita principale riguarda il dott. La Loggia, presunto mandante. Nostro servizio particolare Agrigento, mercoledì sera.

Lentamente, ma in maniera inesorabile, il cerchio si chiude intorno alle persone indiziate per l'uccisione del commissario di polizia dott. Aldo Tandoj. A quarantotto giorni dal delitto, gli inquirenti sono forse giunti alla conclusione della loro fatica. Una settimana fa si ebbe il clamoroso colpo di scena, con il fermo della vedova del commissario assassinato, la giovane e bella Leila, e di una personalità del mondo politico e professionale di Agrigento, il dott. Mario La Loggia fratello dell'ex-presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana, esponente della locale Democrazia Cristiana, direttore dell'ospedale psichiatrico provinciale.

Con loro vennero fermate cinque persone di minore notorietà: ma tra queste doveva trovarsi l'esecutore materiale del delitto. In questi sette giorni l'attività del capo della squadra mobile, dott. Caruso, e del Procuratore della Repubblica, dott. Ferretti, non ha avuto tregua. Il magistrato ed il funzionario di polizia, hanno vagliato attentamente e minuziosamente la posizione dei sette fermati, per arrivare a determinare e circoscrivere con esattezza le eventuali responsabilità di ognuno.

Prima sensazionale conseguenza: il «fermo» della vedova Tandoj fu tramutato in arresto. La giovane donna era estranea al delitto, ma aveva cercato di sviare le indagini, con le sue dichiarazioni alla polizia e con lettere anonime, addossando la responsabilità dell'assassinio ad un ufficiale di polizia. Il mandato di cattura era motivato con le imputazioni di falsa testimonianza e calunnia. Quale ragione poteva aver avuto la bella Leila per comportarsi in quel modo?

E' un interrogativo al quale si potrà rispondere con esattezza solo quando l'indagine sarà conclusa. Nei giorni seguenti, uno dei fermati <minori» veniva rimesso in libertà: si trattava di Calogero Mangione, un infermiere dell'ospedale psichiatrico diretto dal La Loggia. L'uomo era stato riconosciuto completamente estraneo al fatto di sangue.

Le indagini, dopo questo provvedimento del magistrato, sono proseguite circondate da un riserbo assoluto. Per tale motivo, le giornate di ieri e oggi erano attese, da chi segue gli sviluppi di questa vicenda, come decisive. Ieri sera, infatti, per i quattro indiziati « minori », scadevano i sette . giorni consentiti dalla legge per il «fermo»; questa sera, tale termine scade per il dott. La Loggia.

Il magistrato, perciò, doveva prendere una decisione: o scarcerare i « fermati », non il dottor Mario La Loggia avendo trovato sufficienti elementi d'accusa a loro carico, oppure ordinare il loro arresto, motivando il grave provvedimento.

Nella notte tra ieri e oggi, un passo avanti è stato fatto. In momenti successivi, precisamente alle ore 23 ed a mezzanotte, dopo ulteriori interrogatori, due fermati sono stati rimessi in libertà. Si tratta di Antonio Milioto, fittavolo del barone Agnello, e di Angelo Alfano, dipendente dell'ospedale psichiatrico: entrambi sono stati riconosciuti estranei al delitto. Prima di essere scarcerati, come s'è detto, sono stati sottoposti ad un ultimo interrogatorio da parte del Procuratore della Repubblica, dal capo della Squadra Mobile e dal maresciallo Gulino, comandante la squadra di polizia.

Il cerchio si stringe, le indagini sono giunte alla stretta finale. In carcere, in stato di « fermo », si trovano ancora tre persone: gli agricoltori Salvatore Calacione e Giuseppe Pirrera, pregiudicati e fattori del barone Agnello, ed il dott. Mario La Loggia. Per I primi due il termine del «fermo» è ormai scaduto.

Non sono tornati in libertà, ma mancano dichiarazioni ufficiali del magistrato che annuncino il loro arresto e gl! eventuali capi d'imputazione. Non v'è dubbio, però, che il mandato di cattura dev'essere stato spiccato. Altrimenti i due indiziati non potrebbero essere trattenuti in carcere. Quali le accuse? Può sembrare azzardato avanzare delle ipotesi in assenza di comunicati ufficiali.

Ma per chi ha seguito l'andamento delle Indagini, appare evidente che con ogni probabilità il Calacione sarà incriminato quale esecutore materiale del delitto, ed il Pirrera sarà suo coimputato per avergli fatto da « palo ».

Che il Calacione sia sospettato di essere l'assassino era noto fin dai giorni scorsi, quando, indossando una giacca di fustagno trovata in casa sue, uguale a quella- che portava l'uomo che fece fuoco contro il commissario Tandoj, era stato messo più volte a confronto con persone che da lontano avevano assistito al delitto. Rimane la grande incognita: il dott. Mario La Loggia.

Quale è stato il suo ruolo in tutta questa complessa ed oscura vicenda? Le autorità inquirenti non hanno mai fatto mistero di ritenere ch'egli sia il mandante che ha ordinato di uccidere Tandoj. Ma quale motivo può aver spinto un uomo come lui al delitto? Sì è parlato di una relazione sentimentale tra il La Loggia e Leila Tandoj, particolare ammesso dal psichiatra stesso; si è parlato di torbidi rapporti tra la Tandoj e la moglie del La Loggia, e questa volta, naturalmente, la notizia non ha trovato alcuna conferma; si è parlato di altri morbosi retroscena: tutto ignorando fin dove arrivasse la realtà e dove iniziasse la fantasia.

Ma, all'oscuro delle eventuali carte che sono in mano della polizia, tutto ciò non appare sufficiente per spingere al delitto un uomo come Mario La Loggia. Allora si è cercata un'altra pista. E sì è fatto Il riepilogo dei molti delitti politici commessi negli ultimi anni in provincia dì Agrigento. Quanti retroscena compromettenti doveva conoscere Tandoj che su tali crìmini aveva indagato nella sua qualità di capo della mobile! Forse sì era voluto « eliminare » uno che sapeva troppo. Ma perché temerlo così d'improvviso? A questo punto si è cercata una relazione tra le vicende private e pubbliche dei protagonisti.

Il commissario, per indurre la moglie ad interrompere I rapporti extraconiugali, avrebbe ricattato i suoi rivali minacciando chissà quali « rivelazioni »... E' tutto nel campo delle ipotesi. Una cosa si osserva ad Agrigento: se si è toccata una persona come La Loggia è perché si avevano importanti elementi in mano; se lo si è tenuto in carcere fino allo scadere del sette giorni, non è certo per rilasciarlo all'ultimo momento. Lo si sarebbe posto in libertà non appena ci si fosse accorti che sì era imboccata una strada sbagliata.

Comunque tutto, nel giro di poche ore, sarà chiarito. Per questa sera, il Procuratore della Repubblica dott. Ferrotti ha convocato i giornalisti per «l'ultima conferenza, stampa ». La riunione era stata indetta per domani mattina ma a tarda notte la si è anticipata a questa sera.
In essa il magistrato annuncerà la decisione presa nel confronti del dott. La Loggia e dei due altri fermati, ed i motivi che l'hanno indotto a prendere tale decisione. Finalmente sul clamoroso « caso » sarà fatta piena luce.
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Il dott. La Loggia e la bella Leila Tandoj denunciati per l'assassinio del commissario
18 maggio 1960


La sera del 30 marzo di quest'anno, la più bella donna di Agrigento andò a passeggio insieme con il marito, appoggiandosi al suo braccio, si fermò a salutare dei conoscenti con i quali parlò della primavera in ritardo, poi riprese a camminare avviandosi verso la zona meno illuminata di viale della Vittoria. E sempre sapeva che da un istante all'altro sarebbe sbucato dall'ombra un sicario per uccidere, al suo fianco, il marito: Aldo Tandoj, che restò fulminato dai colpi di una Beretta calibro nove.

Un'altra pallottola andò a uccidere, per sbaglio, un ragazzo di diciassette anni. Subito dopo la sparatoria, Leila Tandoj si buttò piangendo sul corpo del marito del quale, secondo l'accusa, aveva voluto la morte; ed aveva ancora le gote rigate dalle lacrime quando, insieme con Mario La Loggia — il suo amante, l'uomo che, sempre secondo l'accusa, aveva organizzato l'assassinio — partecipò in gramaglie ai funerali della vittima.

Se verranno provate le accuse mosse oggi al dott. La Loggia, a Leila Tandoj e ai due presunti esecutori materiali del delitto, questa dovrebbe essere la ricostruzione della morte del commissario di polizia Aldo Tandoj, colpevole soltanto d'aver tentato di strappare la propria moglie.
Ma sarà bene precisare che si tratta di una suppo sizione. Nessun particolare sugli elementi di prova è stata diffusa dal Procuratore della Repubblica.

E poiché da stasera ha ufficialmente inizio l'istruttoria, trascorreranno molte settimane — o forse mesi — prima che sia data a conoscere tutta la verità. Nel frattempo bisognerà veramente rinunciare a vedere nel delitto l'espressione di un mondo torbido e ambiguo, nel quale si sarebbero mossi personaggi istupiditi dalla droga o esaltati da passioni poco naturali.

Non c'è cocaina, non ci sono orge sullo sfondo dell'omicidio. Ci sarebbe un uomo che non vuole rinunciare alla sua amante e ne elimina il marito. Lo schema è classico con una sola innovazione in questa Sicilia dove tanta gente ha il grilletto facile — siamo ad Agrigento da sei giorni e abbiamo letto di otto assassinii compiuti in questo periodo fra Palermo e Catania, qui invece di uccidere, l'amante incarica un sicario di uccidere.

Quando ha ricevuto i giornalisti, il procuratore della Repubblica, dott. Ferrotti, appariva stanco. Il suo lavoro non è stato facile; egli era amico intimo dell'uomo e della donna che ha ora incriminati per un reato punibile con l'ergastolo. < La questura e i carabinieri di Agrigento — ha detto — hanno trasmesso alla Procura un rapporto di denuncia a carico di Mario La Loggia, Leila Motta ved. Tandoj, Salvatore Calaciane, Salvatore Pirrera per concorso in omicidio pluriaggravato e inoltre, a carico di Mario La Loggia, per detenzione- abusiva di armi comuni e da guerra ».

La detenzione delle armi si riferisce alla collezione di venti archibugi che lo psichiatra conservava nella sua villa di Agrigento. In quanto all'omicidio, è pluriaggravato (immaginiamo) perché commesso con premeditazione e per motivi abbietti. Ciò significa che se le accuse verranno provate, una Corte d'Assise dovrà pronunciare quattro sentenze di ergastolo in quello che sarà probabilmente un processo indiziario perché nessuno degli imputati ha confessato e nessun testimone ha riconosciuto i sicari. <.Che prove avetet», abbiamo domandato al Procuratore della Repubblica.

« Non posso rispondere — ha detto —; ma anche gli indizi sono prove ». « E il movente? ». « Non posso dire nulla. Ma voi giornalisti avete scritto che c'è di mezzo una donna. (Sì lo abbiamo scritto, perché lo stesso Procuratore lo disse con chiare- parole durante la precedente conferenza-stampa. E non dovrebbero esservi dubbi sul movente passionale del delitto).

« E- vero che il dott. Tandoj mandò una somma di denaro al dott. La Loggia la mattina del delitto? ». < Non posso confermarlo né smentirlo». (Si trattava di alcune decine di migliaia di lire che il commissario aveva preso in prestito dallo psichiatra. Saldando il suo debito, voleva probabilmente avere le mani pulite nel momento in cui si preparava a dare battaglia all'amante di sua moglie per costringerlo a troncare la tresca. Ma anche questa è soltanto una supposizione).

« Quali prove avete contro i presunti mandanti e i presunti esecutori materiali? ». « Non posso rispondere. Da oggi le indagini sono protette dal segreto istruttorio. Si tratta di istructoria sommaria, che diverrà formale quando gli atti saranno trasmessi al giudice istruttore». 
Come siete arrivati a sospettare del dott. La Loggia e della signora Tandoj ? ».

« Non posso dirvi nulla e nulla potrò dirvi per molti e molti giorni ancora », ha detto il procuratore della Repubblica, concludendo la conferenza-stampa.
Ci sono due punti sui quali si era però già soffermata la attenzione di un giornalista siciliano, Luigi Merante, che non volle mai credere ai sospetti contro il tenente di polizia Mario Zurria, che era stato accusato dell'omicidio da lettere anonime inviate al suo stesso foglio, il Giornale di Sicilia. (Se è vero che alcune di queste lettere, quelle scritte a mano, sono state attribuite da una perizia calligrafica alla signora Tandoj, e se è vero che la sola lettera scritta a macchina — quella spedita il 25 aprile da Cefalù, dove in quel giorno era di passaggio il dott. La Loggia — è stata scritta sulla « Olivetti » sequestrata in casa La Loggia, ebbene allora bisognerà dire che l'accusa non si fonda soltanto sugli indizi. E bisognerà dire che i due amanti si sarebbero perduti per aver voluto strafare).

Il giornalista crede sempre ad un delitto passionale, basandosi anche su due osservazioni. La prima è questa: durante il funerale non una sola parola di condoglianza venne rivolta dal questore alla vedova. Era già sospettata Leila Tandoj, o, più probabilmente, si trattò di una coincidenza? La seconda osservazione è più importante. Il sicario, che sarebbe stato Salvatore Calacione, era nascosto in un portone sul lato sinistro del viale del la Vittoria.

Quando il suo complice (Salvatore Pirrera) passò di corsa per avvisarlo che la coppia si stava avvicinando, l'assassino uscì dal suo nascondiglio e si portò nel centro della strada.

Eppure gli sarebbe stato molto più facile sparare dal portone, restando nell'ombra, visto che i due Tandoj camminavano sul marciapiedi sinistro. Ma il marito dava cortesemente la destra alla moglie, che si sarebbe trovata sulla traiettoria dei colpi. Se avesse sparato dal portone, il sicario avrebbe rischiato di uccidere l'amante dell'uomo che gli aveva commissionato il delitto.

E preferì portarsi al centro della strada, per sparare i cinque colpi della sua Beretta calibro nove che andarono ad uccidere il dott. Tandoj e lo studente Antonio Damanti. Si conclude così nel sangue — e, per Leila Tandoj, in una cella del carcere di San Vito — una storia che ebbe inizio il 1946 quando il commissario Tandoj venne trasferito ad Agrigento. Si era sposato da poco con una donna molto più giovane. Bella e passionale, con un marito che in famiglia non aveva la stessa forza d'animo di cui dava prova nella lotta ai delinquenti (forse perchè i postumi d'una ferita di guerra lo avevano indebolito), Leila strinse subito amicizia con le poche famiglie buone della piccola città di provincia.

E, innanzitutto, con i La Loggia. Un paio di anni dopo il suo arrivo, Danika La Loggia abbandonò la famiglia per andare a vivere col barone Agnello; ma dopo qualche mese ottenne il perdono del marito che si mostrò pensoso dell'avvenire del figlio e, probabilmente, anche della sua carriera e di quella del fratello, che fu poi presidente dell'Assemblea regionale siciliana.

Mario La Loggia, che viveva separato dalla moglie pur abitando sotto lo stesso tetto, era un uomo senza affetti. Si dedicò agli studi di psichiatria e agli intrighi politici, cambiando cinque volte di partito nel giro di pochi anni. Per molto tempo non gli venne attribuita alcuna amante. Né si sospettò della sua relazione con Leila, perché la donna era legata a sua moglie da una grande amicizia.

Fu proprio Danika La Loggia a favorire, o a tollerare la relazione di suo marito con l'amica? E il commissario Tandoj, quando seppe di essere tradito? E per quanto tempo sopportò il tradimento prima di decidersi a reagire? Non sono interrogativi ai quali è per ora possibile rispondere.
Ma se i sospetti degli inquirenti sono esatti, Aldo Tandoj tentò, qualche mese dopo il suo trasferimento a Roma cioè fra gennaio e marzo — di costringere la moglie a seguirlo nella nuova sede.

Leila trovò molti pretesti per rinviare la partenza; e, quando il commissario Tandoj perse la pazienza e minacciò lo scandalo, lei si mise d'accordo con l'amante per accompagnare il marito nella tragica passeggiata sul viale della Vittoria, dove era in attesa il sicario.
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Troppi indizi incatenano con La Loggia, Leila Tandoj e gli esecutori del crimine
(19.05.1960)


Uguale per tutti la denuncia: concorso in omicidio pluriaggravato contro il commissario e lo sventurato studente raggiunto dalle pallottole dello sparatore in agguato - Il magistrato nel dure l'annuncio non ha voluto precisare la causale ammettendo soltanto che «c'è di mezzo una donna» - Da questo momento il segreto proteggerà le indagini. Agrigento, giovedì sera.

Il dott. Mario La Loggia, direttore dell'ospedale psichiatrico provinciale, la giovane e bella Leila Tandoj, vedova del commissario di polizia assassinato, e i due agricoltori Salvatore Calacione e Salvatore Pirrera, sono stati dichiarati in arresto e denunciati per concorso in omicidio pluriaggravato.

Essi sono i presunti responsabili dell'uccisione del dott. Aldo Tandoj, l'ex-capo della squadra mobile di Agrigento caduto vittima di un tragico agguato la sera del 30 marzo scorso. I mandati di cattura sono stati emessi, tra ieri e l'altro ieri, dal Procuratore della Repubblica, dott. Ferretti, allo scadere del termine di sette giorni consentito dalla legge per il fermo degli indiziati.

L'annuncio della nuova decisione è stato dato ieri dal magistrato nel corso di una breve conferenza-stampa, convocata in una sala del Palazzo di Giustizia. Si conclude così, a cinquanta giorni dal delitto, la prima fase dell'inchiesta su questo tragico fatto di sangue dai molti punti ancora oscuri. La conferenza-stampa del Procuratore della Repubblica era attesa con trepidazione dai molti giornalisti giunti ad Agrigento dalle varie città italiane.
Dopo tanti giorni di incertezze, di voci incontrollate che si diffondevano rapidamente senza alcun fondamento, di pettegolezzi e < rivelazioni » più o meno rispondenti al vero, di supposizioni e congetture, finalmente si avrebbe avuta una notizia ufficiale, valida per chiarire la situazione.

L'attesa è andata parzialmente delusa. Oltre l'annuncio della gravissima denuncia sporta nei confronti dei quattro indiziati, nulla è trapelato sui ruoli che essi avrebbero avuto nel delitto, sui moventi del crimine, sulle eventuali prove, a carico dei presunti assassini, che sono nelle mani della polizia.

Il Procuratore della Repubblica ha infatti dato lettura di un breve comunicato, dopo aver premesso che avrebbe rifiutato di fare qualsiasi commento. La dichiarazione del magistrato dice testualmente: « La Questura ed i carabinieri di Agrigento hanno trasmesso a questa Procura rapporto e denuncia a carico del dott. Mario La Loggia, di 43 anni, della signora Leila Motta vedova Tandoj, di 36 ani, di Salvatore Calacione, di 50 anni è di Salvatore Pirrera, di 60 anni, per concorso in omicidio pluriaggravato in persona del commissario di P.S. dottor Cataldo Tandoj e dello studente Antonino Damanti (il giovane che trovandosi per caso a passare per il luogo dell'attentato rimase fulminato da un proiettile al cuore); e inoltre a carico del dott. Mario La Loggia per abusiva detenzione di armi. La signora Leila Motta deve inoltre rispondere di calunnia doppiamente aggravata e di falsa testimonianza».

Erano le 17,40, la sala del Palazzo di Giustizia messa a disposizione per la conferenza-stampa era affollata di giornalisti. A questo punto è iniziata una ridda incalzante di domande: si volevano dei particolari, notizie che permettessero di fare il quadro completo della situazione. «Che prove avete? > è stato chiesto. Al che il magistrato, dott. Ferrotti, ha risposto: < Non posso rispondere, ma anche gli indizi sono prove ». « Allora c'entra la donna ? », si è incalzato. « Si, ha indovinato », è stata la risposta.

Dopodiché, di fronte alle insistenze dei rappresentanti della stampa, il Procuratore della Repubblica ha affermato in maniera categorica: Non posso rispondere. Da oggi le indagini sono protette dal segreto istruttorio. SI tratta di istruttoria sommaria, che diverrà formale quando gli atti saranno trasmessi al giudice istruttore. Non posso dirvi più nulla, e nulla potrò dirvi per molti e molti giorni ancora ».

A questo punto, sulla base dei pochi elementi certi che si hanno nelle mani, si fosse stata elevata per permettere agli inquirenti di tenere in carcere la bella vedova, senza scoprire le loro carte, in attesa di continuare l'inchiesta e muoverle successivamente l'accusa ben più grave, di omicidio. In seguito, però, si era fatta strada la convinzione che Leila fosse estranea all'uccisione del marito: avrebbe mentito per proteggere colui che credeva mandante dell'assassinio.

I fatti hanno confermato la prima ipotesi. Non rimane che arguire che i due amanti, secondo che le dichiarazioni ufficiali non avevano detto. Ed in particolare i ruoli che i quattro incriminati avrebbero avuto nell'esecuzione del delitto. Salvatore Calacione dev'essere accusato dell'esecuzione materiale del delitto.

Lo si era già capito, subito dopo il suo  fermo: con indosso una giacca di fustagno trovata in casa sua ed uguale a quella che portava l'assassino al momento della tragica sparatoria, era stato messo a confronto con le persone che erano state testimoni dell'attentato.
II prof. Mario La Loggia possedeva a Roma un appartamento nel quartiere di Monte Mario, al settimo plano dell'edificio di via G. Scalia 4. Lo aveva acquistato due anni fa e recentemente lo aveva ammobiliato do l'accusa, avrebbero ideato e deciso insieme la soppressione del commissario Tandoj.

Il La Loggia si sarebbe poi interessato dell'organizzazione dell'agguato, cercando gli uomini che si sarebbero prestati a commettere il delitto. Se ne ricaverebbe un impressionante rifratfo di Lelia Tandoj.

Questa donna che in una tranquilla sera di marzo, mentre un tenue tramonto primaverile illuminava la città, avrebbe passeggiato a lungo con il marito che sapeva condannato a morte, e poi lenta e inesorabile si sarebbe avviata, portandolo, ignaro, incontro all'assassino in agguato. Questa donna che con glaciale determinazione avrebbe raggiunto l'oscuro viale della Vittoria dove il sicario attendeva; e non avrebbe avuto l'istinto di fuggire inorridita.

Qualcuno pare lo avesse riconosciuto, soprattutto tra i compagni del giovane Damanti. Poiché l'attentatore era stato uno solo, per il Pirrera, nell'esecuzione materiale del crimine, non resterebbe che il ruolo di « palo.

Ma quale è stata la parte della giovane vedova della vittima e del suo amante in questa complessa vicenda? La donna era stata arrestata poche ore dopo il suo « fermo », sotto l'accusa di falsa testimonianza e di calunnia doppiamente aggravata.
Con lettere anonime e con le deposizioni rese alla polizia, avrebbe tentato di sviare le indagini, addossando la responsabilità del delitto al tenente di polizia Zurria. In un primo tempo si era pensato, come poi è effettivamente risultato, che si hanno nelle mani, si effettivamente risultato, che è cercato di ricostruire quell'imputazione meno grave dita quando è passata di fronte al portone in cui era nascosto l'omicida prezzolato; e sapeva che nel fulmineo giro di pochi istanti alle suo spalle sarebbero crepitati alcuni colpi di pistola e l'uomo che le era al fianco sarebbe stramazzato ucciso.
Avrebbe un che di mostruoso, tutto ciò, se dovesse risultare vero. Quale passione può aver spinto a un cosi orrendo delitto? Anche a tale proposito, nulla di ufficiale, E' vero che il magistrato ha sottolineato che « c'entra la donna ». Ma non può questo solo giustificare il crimine.

La Loggia, se effettivamente è il mandante, non avrebbe fatto uccidere per una donna. Soprattutto per una donna che poteva avere con relativa facilità, anche se essa avesse lasciato Agrigento per seguire il marito a Roma. Perché La Loggia, proprio negli ultimi tempi aveva vinto un concorso per direttori di ospedali psichiatrici ed era stato trasferito a Terni. Ed è stato accertato che nella capitale si era già montato un elegante alloggio. Non è certo per impedire a Leila di andarsene che La Loggia avrebbe ordinato l'uccisione di Tandoj. Freddo e calcolatore? Non sarebbe neanche stato il tipo da farlo.

Bisogna trovare un altro movente, anche se collegato al motivo, diciamo cosi, passionale. E questo movente potrebbe essere dato dalla minaccia che Tandoj avrebbe fatto di rivelare compromettenti retroscena sull'attività politica di La Loggia, per indurre il rivale a troncare la relazione con sua moglie. Ma per conoscere con precisione tutti questi particolari, occorrerà forse attendere la conclusione dell'istruttoria. Per ora di certo che solo il verbale degli inquirenti che accusa i due amanti di avere ordito il delitto.

FINE DELLA TERZA PARTE. CLICCA QUI PER LA QUARTA PARTE