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Il «caso Tandoj» uno dei gialli più intricati della storia di Agrigento. Seconda parte

Seconda parte del nostro dossier sull'uccisione del commissario di Polizia Cataldo Tandoj, omicidio compiuto il 30 maggio 1960 e che ha visto coinvolti, in un primo momento, personaggi della Agrigento bene come Mario La Loggia e il celebre barone Agnello.

 

Leila Tandoj «sapeva» anche se non fu complice e ricorse alla calunnia per salvare l'amante
Agrigento, 14 maggio 1960.


Si chiariscono col procedere dell'inchiesta le responsabilità nel delitto di Agrigento. Leila Tandoj «sapeva» anche se non fu complice e ricorse alla calunnia per salvare l'amante.

Non si è potuta accertare, per ora, la sua partecipazione all'orditura del crimine, ma è provato che fece di tutto per sviare le indagini.
Il dott. La Loggia, oppresso dagli indizi, continua a negare. Sua moglie Danika ed il barone Agnello vengono considerati semplici testimoni anche se vi sono stretti legami fra l'assassinio e il loro libertinaggio.

Agrigento, sabato sera. Secondo indiscrezioni trapelate a tarda notte da Palazzo di Giustizia, tre nuovi «fermi» sarebbero stati eseguiti ieri pomeriggio a Favara, la campagna dove possiede una delle sue tenute il barone Agnello.
I fermati sarebbero contadini, amici dì quel Salvatore Calacione sul quale pesano i maggiori sospetti di essere l'esecutore materiale dell'assassinio del commissario di polizia dott. Aldo Tandoj.

Anche questa «operazione», come tutte quelle dei giorni scorsi che hanno portato al clamoroso «colpo di scena» dell'arresto della giovane vedova della vittima e del fermo del suo amante, il prof. Mario La Loggia, è circondata dal massimo riserbo.
Parrebbe però da escludere che da questi eventuali nuovi fermi gli inquirenti si attendano sensazionali conseguenze. Secondo quanto si può Interpretare dalle evasive dichiarazioni ufficiali, il quadro della situazione è ormai completo e si starebbe lavorando solo a definirne i contorni.
Si cercherebbe cosi di individuare i favoreggiatori degli assassini, coloro che possono aver collaborato a sviare le indagini ed a proteggere i responsabili.

Sotto questa luce va visto il fermo, operato l'altra sera del contadino Antonio Milioto. Egli è sospettato di aver ospitato il Calacione la notte seguente al delitto e di aver nascosto l'arma, la pistola Beretta calibro 9, dalla quale sono partiti i colpi che hanno ucciso il commissario ed un giovane studente che si trovava a passare casualmente nel luogo dell'attentato.

Particolari di secondaria importanza, ma che concorrono indubbiamente a chiarire alcuni punti ancora oscuri. La pista principale rimane quindi quella che porta ai mandanti del delitto e si addentra  faticosamente in un ambiente di vergognosa licenza ammantata di apparente rispettabilità.
Nel corso della conferenza-stampa che da alcuni giorni convoca quotidianamente, il Procuratore della Repubblica, dott. Ferrotti, ha fatto il punto a questo proposito. Il fermo del Calacione viene mantenuto. Non è stato ancora possibile conoscere il capo di imputazione che si intende elevare nei suoi confronti, ma è facile supporre che l'agricoltore sia ritenuto il sicario.

La signora Leila Motta Tandoj, vedova della vittima, è in stato di arresto per aver tentato di sviare le indagini e per aver accusato del delitto un estraneo pur sapendolo innocente. Con ciò si deve arguire che la giovane vedova conosce i veri responsabili? Probabilmente no. O meglio: quasi sicuramente ignora chi è stato l'esecutore materiale dell'omicidio, e crede invece di sapere chi è il mandante.

E quest'ultimo dev'essere persona a lei molto cara se è stata indotta a tentare di salvarla accusando un innocente. Si giunge cosi al dott. Mario La Loggia. Sebbene nulla di ufficiale sia stato detto al suo riguardo, è evidente che quale mandante è sospettato lui. Lo stesso sospetto avrebbe indotto la signora Tandoj a tentare di scagionarlo. Egli nega tutto, respinge qualsiasi contestazione, su determinati episodi non si arrende neppure davanti all'evidenza del fatti.

E Intanto il Procuratore della Repubblica ha deciso di avvalersi del diritto di prolungare per altri sette giorni il suo fermo, provvedimento che ha adottato anche nel confronti di tutti gli altri prevenuti, dicendo che esistono indizi gravi». Quale motivo può aver avuto il neurologo per ordinare l'uccisione del Tandoj?

A questo punto si rientra nel campo delle supposizioni e il discorso deve tornare sui rapporti che univano i protagonisti di questa torbida vicenda, rapporti anormali, di vizio, dominati da passioni che possono portare anche al delitto.

Il commissario vuole portare sua moglie a Roma. Ma Danika La Loggia non potrebbe sopportare la separazione da Leila, è decisa a seguirla. Scoppierebbe lo scandalo: il velo di ipocrito conformismo che nasconde questo intrigo di sentimenti anormali, di relazioni inconfessabili verrebbe squarciato mettendo a nudo la realtà. Questo dev'essere impedito ad ogni costo.

Danika La Loggia, quindi, secondo queste supposizioni, sarebbe la vera causa del delitto. Ma causa involontaria. La bella slava, appassionata e sensuale, è completamente estranea al fatto di sangue.

Dopo brevi interrogatori, il magistrato se ne è convinto e non ha più sentito il bisogno di convocarla per altre delucidazioni. Ad analoghe conclusioni gli inquirenti sono giunti a proposito del barone Agnello, l'ultimo personaggio di questa vicenda. E' l'amante di Danika, forse lo è stato anche della Tandoj, forse non ignora che genere di legami intercorrono tra le due donne: ma del delitto non sa assolutamente nulla.

Il cerchio si stringe, e intanto, al di fuori del campo delle informazlont ufficiali, la ridda delle voci, degli episodi sconcertanti, dei pettegolezzi, si ingigantisce. Quanti conoscono i protagonisti o sono in rapporto con loro fanno a gara a dare «informazioni» che meglio lumeggino la loro figura.
A tutto questo al aggiunge la speculazione politica e non solo politica, perché non si deve dimenticare che questi personaggi sono persone di primo piano nel mondo sociale, ricoprono alti Incarichi, hanno, al dì fuòri degli oscuri segreti della loro vita intima, una spiccata personalità.

Così si è parlato di segreti contatti di Mario La Loggia con la mafia, di un infame patto che avrebbe legato la vittima del delitto con l'Illustre clinico (Tandoj avrebbe sopportato la tresca della moglie e sarebbe stato ripagato dal La Loggia con informazioni sulla malavita che lo avrebbero enormemente facilitato nella sua attività di capo della "mobile"), pettegolezzi privi di fondamento, divulgati per colpire persone che, meritatamente o immeritatamente, sono cadute.

A questo punto non resta che attendere gli sviluppi dell'inchiesta. Durerà ancora molto? Negli ambienti di Palazzo di Giustizia e della Questura non lo si crede. Si ritiene che la fase risolutiva sia imminente; o almeno ce lo si augura. Sono appena passati tre giorni dal clamoroso colpo di scena, ma l'orgasmo dell'attesa, il susseguirsi di falsi allarmi, di notizie smentite, fanno sembrare lunghissimo questo breve periodo di tempo. Ma lo stesso magistrato ha detto nella sua ultima conferenza stampa: «Abbiate pazienza, stiamo agendo con la massima celerità che ci è consentita dalla complessità delle indagini.

Una rapida conclusione dell'inchiesta è nello stesso interesse della giustizia. Spero di poter dare presto un annuncio definitivo ».



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La vedova di Tandoj e l'amante in carcere negano tutto, anche quello che è provato

Agrigento 14/05/1960


(Dal nostro inviato speciale) Agrigento, 14 maggio 1960.

Cercate la donna: il movente del delitto è la passione >, ci ha detto stasera il Procuratore della Repubblica incaricato dell'istruttoria per l'assassinio del commissario di polizia Tandoj; e ha poi escluso che per il crimine si possa cercare un'altra causale: vendetta di mafia od eliminazione d'un uomo venuto a conoscenza di troppe cose (e diremo più tardi quali).

La donna non c'è bisogno di cercarla: è già nelle carceri di San Vito accusata di calunnia e di reticenza nella testimonianza. E' la vedova dell'ucciso, la bella Leila, peccatrice di provincia. Perché ha mentito al magistrato durante l'interrogatorio? Perché ha ripetuto le accuse contro il tenente di polizia Zurria, incolpandolo dell'assassinio del marito, come aveva già fatto nel colloquio concesso due settimane fa a un giornalista che aveva ella stessa chiamato per manifestare i suoi sospetti contro Zurria?

E, se è vero che la perizia calligrafica le ha attribuito le lettere anonime inviate ai giornali per incolpare il tenente di polizia, perché tanto accanimento contro un innocente, contro un uomo al quale, quando è stata interrogata dal magistrato, non ha saputo muovere accuse più precise? Leila Tandoj non conosce l'assassino di suo marito.

Ma conosce — o, più probabilmente, crede di conoscere — il mandante del delitto. E ha voluto proteggerlo, cercando di sviare le indagini. Non lo avrebbe certamente fatto per garantire l'impunità a un mafioso. Pur vivendo da molti anni in Sicilia, non si sarebbe certamente piegata, lei, donna del Settentrione, lei, figlia di un vice-questore, a subire quella < omertà » che chiude altrimenti la bocca a tutti i testimoni dei delitti compiuti nall'isola. Ha dunque tentato di proteggere una persona cara.

Ricordando la sua relazione amorosa con il dott. Mario La Loggia, bisognerebbe pensare che ha tentato di difendere il suo amico sapendo (o, più probabilmente, immaginando) che egli sia stato il mandante del delitto. Se è vera questa ipotesi — e su di essa sembrano fondarsi per ora le accuse —, bisognerebbe dire che il delitto di Agrigento rientra in uno schema classico: l'amante uccide — o fa uccidere — il marito della sua amica per averla tutta per sé.

Questa può essere la verità (siamo sulla pista giusta — ha detto il Procuratore della Repubblica —); ma non è tutta la verità. Per conoscerla bisognerebbe forse leggermente modificare la frase signiflcativa del magistrato e dire Cercate le donne>.
L'altra donna in questa vicenda viene indicata nella persona della signora La Loggia: contro di lei « non ci sono seri indizi e perciò non è stata neanche interrogata», come ha dichiarato ancora una volta il magistrato inquirente, dottor Ferrotti, che ogni sera si sottopone al martìrio di una conferenza-stampa.

«Né ci sono indizi seri che portino a credere a una corresponsabilità della signora Tandoj nell'assassinio di suo marito ». Sui complessi rapporti fra i tre personaggi principali (il quarto, che è il barone Agnello)  appare per ora sulla scena soltanto come amante della signora La Loggia) ci viene ora raccontato un episodio significativo.

Un paio di mesi fa Danika La Loggia stava giocando a canasta nell'appartamento di una sua amica: interruppe la partita per chiamare il marito al telefono, ma il numero era occupato; formò allora il numero di casa Tandoj, ed anche quello era occupato. Riprovo dopo pochi minuti e Leila Tandoj, che evidentemente aveva appena concluso la conversazione, subito disse senza dar tempo a Danika di parlare: < Sei ancora tu, Mario? » Infuriata, Danika attaccò il telefono e, senza preoccuparsi di nascondere alle amiche il suo nervosismo, chiamò il padre di Leila e gli disse alcune parole scottanti sul conto della figlia.

Anche questo episodio dovrebbe riportarci allo schema classico della moglie tradita e gelosa; e invece chi lo racconta sostiene che questa è la verità, ma non è tutta la verità; e per spiegarsi dice: « Ma di chi era gelosa la signora La Loggia? ». E' difficile orientarsi in questo labirinto di passioni complicate, ma qualsiasi possa essere la verità, bisogna dire che lo scandalo, connesso o non connesso che sia con il delitto, riguarda al più tre persone o quattro, se si vuole tener conto anche del barone Agnello.

Ma non esiste una < dolce vita » agrigentina, non ci sono stati « balletti rosa » o messe nere in questa città impigrita dal sole e dalla bellezza del panorama, che è ora però tutta eccitata per le notizie ricevute sulla famiglia più nota del circondario. La città appare eccitata: una gran folla attende a tutte le ore in via Atenea gli strilloni che gridano i giornali portati da Palermo con un servizio speciale di automobili; o attende i giornalisti all'uscita del palazzo di giustizia per domandare che cosa abbia raccontato il procuratore della Repubblica.

In questa calda atmosfera prosperano i microbi delle voci incontrollabili. Gli « innocentisti » vedono nel fermo del dottor La Loggia la vendetta di una passione politica, i « colpevolisti » sono pronti a raccontare che La Loggia compensava Tandoj in forma molto strana per la condiscendenza alla tresca con la moglie: fornendogli informazioni che gli consentirono di scoprire gli autori di molti delitti.

Ma chi dava al dottor La Loggia queste informazioni? La mafia, naturalmente. (Non c'è uomo politico siciliano al quale gli avversari non attribuiscano segreti contatti con i mafiosi). Altre persone insinuano invece dubbi e sospetti di natura ancor più delicata per spiegare i successi di Tandoj( che in verità furono notevoli, nelle sue indagini poliziesche.

Fra gli « innocentisti » e i « colpevolisti » si inseriscono i fautori di un'altra soluzione: quella del < mandato preterintenzionale ». «Può darsi — dicono — che un giorno il dottor La Loggia, parlando con uno dei suoi dipendenti, abbia accennato al fastidio di avere fra i piedi il marito dell'amica; e che questo dipendente, peccando di eccesso di zelo, abbia fatto fuori Tandoj». E se si tenta di far comprendere quanto assurda appaia questa spiegazione, ci si sente rispondere: «Siciliano è lei? No: e allora non può comprendere la Sicilia».

Forse noi, continentali, non possiamo neanche comprendere l'argomentazione dei < colpevolisti » quando dicono: «Lei sa chi è La Loggia? E chi è suo fratello? E chi sono i suoi amici principali? Quale funzionario avrebbe messo a rischio la propria carriera buttando in carcere La Loggia senza avere prove sicure a suo carico? Si fosse trattato di un mezzadro o di un operaio... ma era La Loggia».

In verità finora prove precise contro La Loggia o contro le altre persone fermate non ce ne sono; almeno per quel che ne sappiamo. E nei nuovi interrogatori subiti oggi, tanto La Loggia quanto la signora Tandoj si sono tenuti continuamente sulla negativa, rifiutando di ammettere anche fatti per i quali la polizia ha prove schiaccianti. Anche nessuna prova è stata raccolta contro il presunto autore materiale del delitto, quel Calacione del quale ieri la polizia ha distribuito delle fotografie prese dopo che gli erano stati fatti indossare abiti uguali a quelli che — secondo le dichiarazioni dei testimoni- — portava l'assassino.

Ma non si è pensato ad invitare prima questi testimoni per vedere se riconoscevano nel Calacione la persona che uccise il dottor Tandoj; e c'è da domandarsi quale valore potrebbe domani avere un riconoscimento da parte dei testimoni, che sarebbero evidentemente influenzati dalle fotografie. In ogni caso il fermo del Calacione non è stato tramutato in arresto; e nulla ancora si sa sulle, accuse portate alle altre persone fermate dalla polizia, che tra quattro giorni dovranno essere rimesse in libertà se non verrà emesso un mandato di arresto a loro carico.

Oggi la polizia ha interrogato la moglie e la madre di Antonino Milioto, il contadino fermato ieri perché sospettato di aver ospitato il Calacione la notte seguente il delitto e di aver nascosto l'arma del crimine: una pistola Beretta calibro 9. Tornando al movente, andrà detto che a Roma il dott. Tandoj era stato incaricato di indagare sulla falsificazione su vasta scala di titoli pubblici, per i quali era stata adoperata carta autentica del Poligrafico di Stato.
Sarebbe stato accertato che i responsabili provenivano da Agrigento; e dunque, Tandoj (si dice) sarebbe tornato ad Agrigento non per costringere la moglie a seguirlo a Roma, ma per cercare i colpevoli. E fra questi delinquenti andrebbe cercato l'assassino. Contro tale ipotesi, oltre le parole precise del Procuratore della Repubblica, ci sarebbe l'antica tradizione che vieta ai mafiosi di uccidere i commissari di polizia, gli avvocati, i medici, i sacerdoti: tutte le persone, cioè, che compiono il loro dovere.

Ma esiste veramente questa tradizione che, per quanto riguarda i poliziotti, appare smentita da una serie di delitti: dal lontano assassinio del commissario Petrosino fino ai delitti della banda Giuliano? L'ipotesi del crimine passionale rimane però la più probabile. Ma bisognerà ancora attendere per conoscere l'epilogo di questa storia d'amore e di sangue che ebbe inizio diciotto anni fa quando una ragazza di Parma, a nome Leila, volle divenire madrina di guerra e scrisse ad un reggimento che si trovava sul fronte russo, indirizzando la lettera < all'ufficiale che oggi non ha ricevuto posta ». Soltanto il capitano Tandoj quel giorno non aveva ricevuto posta; e fu lui ad aprire la lettera. Diciott'anni più tardi, doveva chiudere la sua vita per mano di un sicario prezzolato.


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La Loggia avrebbe ammesse la tresca con Leila Tandoj

Agrigento, 16/05/1960


La Loggia avrebbe ammesse la tresca con Leila Tandoj. Quasi impossibile negare quanto da tempo era trapelato in città - Forse un «amico» al quale aveva confidato i suoi guai decise di togliere di mezzo il commissario.

La giornata domenicale ha fatto necessariamente registrare una battuta d'arresto al «caso Tandoj». L'assenza da Agrigento del Procuratore della Repubblica dottor Ferrottl — recatosi a Palermo sabato pomeriggio per trascorrervi in famiglia la giornata festiva — e l'assenza di quelle < conferenze-stampa » che sono state fino ad ora avare di notizie, ma prodighe di mezze frasi e di allusioni, hanno permesso ai molti « inviati speciali » attualmente ad Agrigento per seguire da vicino il « giallo di viale della Vittoria» di rimuginare tutto quanto è stato fatto ed è stato detto in questi giorni successivamente agli < esplosivi » fermi della vedova di Aldo Tandoj, signora Leila Motta, e del notissimo esponente politico agrigentino, nonché direttore del locale manicomio dottor prof. Mario La Loggia.

Intanto, secondo una notizia circolata a tarda ora, nel corso di un interrogatorio subito in carcere, il prof. Mario La Loggia avrebbe confermato la relazione amorosa esistente tra lui e la signora Leila Tandoj Motta. Questa notizia, come quasi tutte le altre, del resto, non ha potuto trovare conferma e non possiamo che darla come una delle tante voci circolanti ad Agrigento sulla vicenda di viale della Vittoria.

Ecco dunque una ricostruzione della dinamica del delitto che, contrariamente a quanto in un primo tempo poteva apparire, sembrerebbe ora, nelle sue linee essenziali, di una semplicità quasi sorprendente, anche se — è ovvio — alcuni elementi di cui è intessuta la criminosa vicenda, in special modo quelli di ordine psicologico, non risultano in tutta la loro chiarezza e non si inseriscono perfettamente entro il quadro che la delimita.
Data per certa la relazione La Loggia-Tandoj, potremmo dire che un giorno i due si incontrarono e si innamorarono. Non si potrebbe giurare su un colpo di fulmine, ma in ogni caso si tratterebbe di un particolare insignificante.

E' certo che l'uno e l'altra vivevano In un sonnacchioso ambiente provinciale privo di slanci. Le evasioni non sono consentite ed ogni esuberante vitalità vi viene mortificata, compressa, avvilita. In questo modo, i due — vittime, a quel che aumbra fino ad ora, di circostanze familiari entrambe sfortunate — avrebbero raggiunto quella comprensione reciproca non trovata nei rispettivi coniugi.

Oltre a questo, li avrebbe accomunati la reciproca passione. I due amanti comunque avrebbero sopportato mal volentieri la presenza del commissario Tandoj. Questi era molto innamorato della moglie e si dice che avesse ucciso — per gelosia, addirittura! — con un colpo di pistola il suo bel cane, per il semplice motivo che la signora Leila gli era molto affezionata. E' ovvio che non avrebbe permesso, il commissario Tandoj, che la signora lo abbandonasse definitivamente per andare a convivere con un altro uomo.

L'amore per la moglie era davvero esclusivo. Continuando in queste pure e semplici supposizioni — delle quali al momento ci si deve contentare, come abbiamo detto all'Inizio — si potrebbe dire che il com missario Tandoj fosse all'oscuro della relazione adulterina che legava la sua consorte e Mario La Loggia.

SI potrebbe affermare comunque che quando ebbe sentore della possibile fuga dei due amanti piombò da Roma, dove era stato trasferito, ad Agrigento per opporsi a questo disegno passionale con tutte le sue forze, ricorrendo nei confronti del La Loggia forse anche alla minaccia, forse anche al ricatto.

II Tandoj infatti certamente conosceva del La Loggia vita e miracoli, e sicuramente poteva avere in mano elementi tali da trascinare il La Loggia in un grosso scandalo che slcuramente avrebbe nuociuto non poco e all'uomo politico e al professionista.

Il La Loggia si sarebbe trovato cosi, improvvisamente, di fronte a questo grosso ostacolo. Avrebbe potuto abbandonare il suo disegno avrebbe potuto sfidare l'Ira del commissario; ma avrebbe anche potuto annullare addirittura l'ostacolo, facendo scomparire dalla scena il funzionario barese. A questo punto si potrebbe supporre che sotto la sferzata della minaccia che il commissario Tandoj avrebbe operata nei confronti del La Loggia, questi si fosse lasciato andare al punto da confidare ad uno dei suoi fidati « amici » il guaio nel quale si trovava.

Da ciò il delitto; un delitto che può essere stato commesso da un sicario sotto la spinta « morale » operata proprio dal professionista agrigentino. Come ben si comprende è soltanto una supposizione, una ricostruzione-fantastica che non ha per base che tutta l'incastellatura costituita dalle dicerie della gente e dalle mezze frasi degli inquirenti che ancora al proposito non si sono sbilanciati. Il fermo del dott. La Loggia e degli altri quattro individui attualmente in carcere scadrà mercoledì.

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Il dott. La Loggia certo della scarcerazione minaccia vendette contro chi lo ha accusato

(16.05.1960)


Negano In carcere tutti gli indiziati per l'assassinio del commissario Tandoj. Il dott. La Loggia certo della scarcerazione minaccia vendette contro chi lo ha accusato. Più prudente, suo fratello, ex-presidente della regione siciliana, gli ha assicurato la difesa dell'avv. Delitala.

Una voce attribuisce alla vittima d'aver preannunciato gravi rivelazioni all'on. Aldo Moro, suo compagno di scuola, a carico del neurologo, dirigente della D. C. agrigentina. DAL NOSTRO INVIATO Agrigento, lunedi mattina.

L'arrivo ad Agrigento del vice-capo della Polizia, Giuliani, e dell'ispettore-capo della pubblica sicurezza per la Sicilia, Modica, ha ravvivato ieri le speranze dei < colpevolisti », ora sicuri di poter vincere le scommesse con gli < innocentisti ».

I due alti funzionari sono venuti — si dice — per assistere alla conclusione vittoriosa delle indagini sull'assassinio del commissario Aldo Tandoj e per dimostrare che non si può impunemente uccidere un uomo della polizia. Ad Agrigento sono arrivate ieri anche numerose personalità politiche; ma sarebbe difficile dire che la loro venuta sia da mettere in correlazione con le indagini in corso.

Nell'arrivo di Giuliani e di Modica gli < innocentisti > ravvisano Invece una preoccupazione per il lento procedere delle indagini, oramai in corso da 45 giorni. Ed in realtà né li capo della squadra mobile né il Procuratore della Repubblica ci hanno finora saputo — o voluto — dire perché hanno fermato uno dei più noti esponenti della d.c. siciliano, il dott. Mario La Loggia, sospettandolo di essere il mandante dell'assassinio del marito della sua amante, la bella Leila Tandoj Motta.

Noi siamo oramai da quattro giorni in Sicilia; e dobbiamo confessare (come dovrebbero confessare tutti gli altri inviati speciali) di non avere ancora appreso nulla di nuovo. Al contrario, abbiamo già potuto osservare l'infondatezza di molte voci, come quelle correnti sulla « dolce vita » agrigentina, sull'atmosfera di vizio in cui sarebbe maturato il delitto, sulle intime e peccaminose festicciole alle quali avrebbero partecipato i notabili della città.

In realtà Agrigento non potrebbe essere più borghese e addormentata. Forse tre o quattro persone hanno intrecciato relazioni amorose o sessuali, ma chi ci autorizza a far suonare per questa ragione le campane a martello? Ma il dott. La Loggia (si afferma) era innamorato della moglie della vittima. E con questo? Se tutti gli amanti di donne sposate dovessero far uccidere i mariti, quanti nuovi cimiteri non bisognerebbe aprire in Italia.
Finora i presunti colpevoli non sono stati posti a confronto e la polizìa, anche se ha prove decisive in mano, le tiene ben nascoste.

Ma c'è chi crede che tali prove non esistano e che fra due giorni il fermo del dott. La Loggia e dei presunti esecutori materiali del delitto verrà sì trasformato in arresto, ma soltanto sotto la accusa di detenzione abusiva di armi (La Loggia aveva in casa una collezione non denunciata di armi antiche), in modo che si possa guadagnare tempo con l'inchiesta: una inchiesta, ripetiamolo, condotta al rallentatore, tanto che sabato il magistrato inquirente se ne andò a Palermo, per trascorrere qualche giorno in famiglia, ed ancora non è tornato.

D'altra parte si sa che né il dott. La Loggia, né la signora Tandoj, né le quattro persone fermate sotto il sospetto di avere partecipato all'esecuzione del delitto hanno finora fatto la minima ammissione. Siamo in Sicilia e tutti sanno quanto difficile sia aprire le bocche dei siciliani.
Ci raccontano anzi che La Loggia stia mantenendo nel carcere di San Vito un atteggiamento spavaldo ed abbia chiaramente detto che subito dopo la sua scarcerazione — della quale appare convinto — troverà modo di vendicarsi di chi l'ha ingiustamente sospettato.

In ogni caso suo fratello, l'ex-presidente della regione siciliana, ha già ottenuto che l'avv. Giacomo Delitala faccia parte del collegio di difesa. In mancanza di fatti, prosperano le voci incontrollabili.

Si dice — e con molta, molta insistenza — che il commissario Tandoj fosse a conoscenza di molti delitti con retroscena politici e che, per costringere il dott. La Loggia a troncare la relazione con sua moglie, lo abbia minacciato di uno scandalo, ricordandogli di essere stato compagno di scuola dell'on. Aldo Moro, al quale avrebbe potuto fare alcune piccanti rivelazioni sulla famiglia La Loggia. E, in tal modo, avrebbe firmato la propria condanna a morte. Un'altra voce dice che il dott. La Loggia e la signora Tandoj si preparavano a fuggire per Roma, dove avevano già affittato un appartamento.

Ma si tratta delle voci sorte nella pigra atmosfera della domenica solatia e noiosa, durante la quale è stato possibile registrare soltanto un nuovo interrogatorio del dott. La Loggia da parte del dirigente la squadra Mobile, il quale si è recato al carcere portando con sé la macchina da scrivere sequestrata in casa La Loggia con cui sarebbe stata scritta una delle lettere anonime nelle quali si accusava del delitto il tenente di polizia Mario Zurria.

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