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Il «caso Tandoj» uno dei gialli più intricati della storia di Agrigento. Prima parte

Così un libro dal titolo "Delitto alle elezioni - Paolo Bongiorno sindacalista ucciso dalla mafia" di Calogero Giuffrida, descriveva il cosiddetto caso Tandoj, uno dei gialli più intricati e misteriosi della storia di Agrigento e forse d'Italia. Un caso difficile di passione, di storie d'amore segrete, di orge, di droga ma anche di mafia, della Agrigento bene di quegli anni. Ecco un riassunto di quello che troverete in questo dossier.

(Per vedere altre foto riferite a quegli anni e a quel fatto cliccate sulla foto in alto e poi quando si apre al centro scorrete cliccando la freccia presente all'interno dell'immagine stessa). Le immagini e gli articoli presenti in questo dossier sono di proprietà dei rispettivi editori.


«La sera del 30 marzo del 1960 al numero civico 211 del viale della Vittoria dei killer si avvicinarono al commissario di polizia Cataldo Tandoy e spararono a bruciapelo. Tre proiettili raggiunsero il poliziotto che si accasciò a terra trascinando con sé la moglie Leila Motta (nella foto) che teneva per mano. Il commando colpì anche uno studente, Ninni Damanti vittima innocente.

Un classico per i delitti di mafia. Le indagini si mostrarono subito difficili ed imbarazzanti: pista privilegiata quella passionale. Si scoprì che la moglie di Tandoy aveva una relazione extraconiugale. L’amante era Mario La Loggia, un potente di mestiere psichiatra, appartenente ad una delle famiglie borghesi più in vista della città, impegnato in politica con la Democrazia Cristiana. Con l’accusa di esserne stato il mandante La Loggia fu tratto in arresto con altri due presunti complici, ma le convinzioni della magistratura naufragarono al processo.

Chiusa la pista passionale restò in piedi quella legata al suo lavoro di capo della Squadra Mobile. Si accertò che nonostante il suo trasferimento a Roma Tandoy aveva deciso di portare avanti un’inchiesta sulla famiglia mafiosa di Raffadali che egli conosceva bene per via delle confidenze avute da tale Cuffaro. Chiese così all’agente Ippolito Lo Presti di inviargli un baule pieno di documenti al nuovo indirizzo romano. Nella cassa, successivamente perquisita, si trovò tutto tranne il dossier- Raffadali.

Sul banco degli imputati questa volta finirono cinque raffadalesi. Venne sollevata l’eccezione della libera suspicione e per incompatibilità ambientale il processo si celebrò a Lecce: agli imputati furono inflitte pene severe. Ma poi usufruirono dei benefici di legge».

Un omicidio che in quegli anni fece molto scalpore in Italia e che fu seguito, come un vero e proprio romanzo giudiario, da milioni di italiani ma anche all'estero. 

In questo dossier ripercorreremo passo-passo tutti i fatti lasciando parlare i cronisti dei giornali dell'epoca, partendo non dal giorno dell'omicidio avvenuto il 30 marzo del 1960 bensì dagli sviluppi delle indagini che portarono ad alcuni arresti eccellenti della Agrigento bene.

Di seguito il primo articolo datato 12 maggio 1960.


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Arrestata la giovane vedova del dottor Tandoj fermato il fratello dell'ex-presidente la Loggia
(12.05.1960)

(Nostro servizio particolare) Agrigento, 12 maggio.

Le indagini sull'uccisione del commissario di pubblica sicurezza dott. Aldo Tandoj (assassinato a colpi di pistola la sera del 30 marzo scorso da uno sconosciuto che aveva abbattuto nella sparatoria anche lo studente diciottenne Antonino Damanti) sono culminate oggi in un clamoroso colpo di scena.

La vedova del dott. Tandoj, signora Leila Motta, è stata arrestata dalla polizia e condotta nel carcere di San Vito dopo otto ore di interrogatori. Nello stesso tempo è stato pure fermato il prof. Mario La Loggia, direttore dell'ospedale psichiatrico di Agrigento e fratello dell'expresidente della Regione siciliana on. Giuseppe.

Il grave provvedimento contro la vedova e contro il noto psichiatra, che è una delle persone più ragguardevoli della Sicilia, ha provocato una forte emozione. Esso è legato al fermo, eseguito improvvisamente e nel massimo riserbo, di cinque uomini: i fratelli Giovanni ed Angelo Albani, l'infermiere Calogero Mangione ed i contadini Giuseppe Pirrera e Salvatore Calacione.

I primi tre lavorano nel manicomio diretto dal prof. La Loggia; il Pirrera ed il Calacione sono esponenti della malavita locale. Questa notte, mentre i cinque uomini erano accompagnati sotto scorta nella questura per essere interrogati sull'omicidio del dott. Tandoj, alcuni funzionari di polizia si recavano nella casa e nello studio del prof. La Loggia: durante una minuziosa perquisizione venivano alla luce un pacco di lettere ed armi da fuoco che i funzionari sequestravano.

Subito dopo effettuavano anologhe perquisizioni nell'alloggio della vedova Tandoj, dove scoprivano un diario ed altre carte, poste anch'esse sotto sequestro; e nell'abitazione del barone Giuseppe Agnello, ex-presidente dell'Ente provinciale per il turismo e cugino del patrizio Francesco Agnello, rapito dai banditi due anni fa e rilasciato dopo che la famiglia versò un elevato riscatto.

La notizia dei sensazionali sviluppi, trapelata nel tardo pomeriggio quando i giornalisti • videro la signora Tandoj uscire dalla questura pallida e sgomenta fra due carabinieri, e salire su un'automobile diretta alle carceri, è stata confermata in serata dal procuratore della Repubblica dott. Ferrotti.

In una conferenza stampa protrattasi una ventina di minuti il dott. Ferrotti ha detto di aver ordinato l'arresto della vedova ma non ha precisato i motivi della decisione che saranno comunicati domattina. A proposito del fermo del prof. La Loggia e degli altri agrigentini, il procuratore della Repubblica ha comunicato che intende mantenerli fino a quando non sarà in grado di interrogare tutti quanti:
Anche il prof. La Loggia, fermato per indagini di polizia giudiziaria è in prigione. li magistrato ha infine dichiarato che nel corso delle perquisizioni della notte scorsa sono state trovate delle tracce di stupefacenti. Tuttavia questo elemento non avrebbe che un valore secondario ai fini dell'indagine»

Egli ha concluso dicendo che l'inchiesta continua. Ed ha lasciato credere che sono possibili imminenti sviluppi, poiché ha incaricato il capo della squadra mobile di Agrigento, dott. Caruso, di rendere note ai giornalisti le eventuali novità che dovessero verificarsi nelle prossime ore, anche durante la notte.

L'operazione per la cattura degli assassini del commissario Tandoj sembra dunque prossima alla conclusione. Il delitto aveva provocato in tutta la Sicilia un alto scalpore e la polizia aveva mobilitato i suoi uomini migliori, decisa di assicurare ad ogni costo i responsabili alla giustizia. Il dott. Aldo Tandoj fino al settembre scorso aveva diretto la squadra mobile di Agrigento: poi, date le sue grandi capacità professionali, era stato avanzato di grado e trasferito alla sezione di polizia scientifica di Roma, e vi si era recato da solo, lasciando la giovane consorte in Sicilia.

Il 28 marzo era ritornato ad Agrigento, per un breve permesso, al termine del quale si riprometteva di stabilirsi definitivamente a Roma con la moglie. La sera del 30marzo, egli percorreva il viale della Vittoria con la moglie sottobraccio. All'improvviso, dall'ombra, sbucò un uomo. Gli si avvicinò e sparò cinque colpi di pistola. Quattro proiettili raggiunsero il commissario, alla schiena; il quinto proiettile andava a colpire al petto un passante, lo studente Antonino Damanti, che cadeva morto senza lanciare un grido.

Visto stramazzare il dott. Tandoj, l'omicida fuggiva giù per la ripida scarpata che dal viale della Vittoria porta alla passeggiata archeologica, riuscendo a dileguarsi. La signora Tandoj era crollata priva di sensi sul corpo del marito. Quando si riprese, fra scoppi di lacrime dichiarò che a sparare era stato un individuo di bassa statura, che aveva atteso la vittima stando in agguato dentro ad un portone: non seppe fornire altri particolari.

Le indagini si orientarono dapprima verso alcuni settori della malavita agrigentina. Le autorità ritenevano che l'assassinio potesse trarre origine da motivi di vendetta contro il commissario che aveva per oltre dieci anni, con severità ed abilità encomiabili, portato a compimento più di una operazione difficile (fra le altre l'arresto di una dozzina di omicidi e rapinatori e la identiflcazione dei banditi che avevano sequestrato il barone Agnello).

Successivamente l'uccisione del dott. Tandoj veniva messa in relazione con il furto compiuto nel gennaio scorso alla caserma delle guardie di P. S. della città, ove erano stati rubati dalla cassaforte circa 6 milioni di lire. Infine, apparsi inconsistenti gli indizi per procedere ancora nella direzione della vendetta e del furto, la soluzione del delitto veniva cercata nella vita intima del commissario, ed in quella dei suoi familiari.

Il momento decisivo del giallo di Agrigento si avvicinava. Il prof. Mario La Loggia, dirigente politico agrigentino, era stato in buoni rapporti con il dott. Tandoj e le loro mogli erano legate da vincoli di affettuosa amicizia. Sembra che una sua lettera, scritta al commissario e trovata nell'abitazione del psichiatra, abbia orientato la polizia verso il colpo di scena odierno. In quella lettera che La Loggia inviava all'amico dopo il trasferimento di questi a Roma, si esprimeva il marcato risentimento per la decisione che il commissario aveva preso di trasferire nella capitale anche la famiglia.

La partenza di Leila Motta da Agrigento, secondo la lettera, avrebbe particolarmente turbato la consorte del psichiatra, signora Danika. Le indagini sono sempre state circondate dal riserbo assoluto di tutte le fonti ufficiali, ed anche stasera non si sa molto. Gli stessi protagonisti pare siano stati colti di sorpresa dall'azione della P. S. e dei carabinieri, se è vero che il prof. La Loggia fino a qualche minuto, prima della perquisizione, presenziava, apparentemente calmo, alla inaugurazione di una cappella e della lavanderia dell'ospedale psichiatrico in compagnia dello stesso Procuratore della Repubblica.

Più tardi egli dichiarava sorridente ai giornalisti di augurarsi che fosse fatta luce al più presto sul . Mezz'ora dopo era in questura, in attesa dell'interrogatorio. Quanto alla signora Leila Motta-Tandoj (che è figlia di un questore ora in pensione), nei brevi attimi in cui la si è scorta mentre attraversava un corridoio della Questura, sembrava disfatta.

Un sottufficiale di polizia e due carabinieri hanno dovuto sorreggerla quasi di peso per farla salire sull'automobile diretta alle carceri di San Vito. Appena in auto è svenuta. Si ignora ciò che le è stato esattamente contestato dal giudice istruttore, quali sono state le sue risposte e quale sia stata la sua parte nel delitto. Sull'intricata matassa non siamo in grado per ora di riferire altri particolari. Basti sapere che le fonti vicine al questore di Agrigento affermano che la verità è finalmente venuta a galla, anche se per il momento l'autorità giudiziaria non si può dire in pieno possesso di prove schiaccianti.

Tuttavia è già stato possibile ricostruire, in parte l'inchiesta finale, e si dice che uno degli indizi principali sarebbe connesso all'esito di un accertamento scientifico di grande importanza e che accuserebbe i responsabili. E' certo che alla base dell'assassinio del commissario Tandoj pesano oscure e torbide passioni e foschi retroscena. L'ombra di uno scandalo colossale, che non ha precedenti in questa città, minaccia alcune famiglie che appartengono alla élite locale, coinvolte in un dramma ai cui vertici sarebbero la moglie del dottor Tandoj ed il prof. La Loggia.

Le altre figure, i cinque uomini fermati, non sarebbero che di contorno. Fra i cinque si troverebbe l'esecutore materiale. Conosceremo presto, forse domani, il suo nome: se quello dei fratelli Angelo e Giovanni Albano, persone di fiducia del psichiatra, o Calogero Mangione, infermiere nel manicomio, ex-segretario della Camera del Lavoro di Raffadali (piccolo comune vicino ad Agrigento), iscritto al partito comunista ed espulso per indegnità; o Giuseppe Pirrera o Salvatore Calacione, fattori del barone Agnello, tristemente conosciuti per il loro passato burrascoso.
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La giovane e bella moglie del dottor Tandoj era al centro di torbide e sfrenate passioni
13-05-1960


Il delitto di Agrigento svela oscuri segreti di note famiglie siciliane: La giovane e bella moglie del dottor Tandoj era al centro di torbide e sfrenate passioni, su tutto l'ambiente dominava la signora Danika La Loggia, una slava bruna, dal volto mascolino e volitivo. Il barone Agnello e il psichiatra prof. La Loggia sono le altre due figure di primo piano. Il commissario fu ucciso la sera in cui volle portare con sé, per sempre,  la moglie a Roma. Un diario d'amore, lettere anonime, false accuse a un tenente, eroina e oppio hanno portato agli attuali arresti e fermi (Dal nostro inviato speciale) Agrigento, 13 maggio 1960.

Bisognerebbe chiedere a un Peyrefltte di scrivere la storia di questo delitto, a un Peyrefltte in gonnella perché è più storia di donne che di uomini. E' un delitto di provincia, lentamente maturato in una calda atmosfera di noia, ricchezza e vizio, con personaggi che chiamano insistentemente al ricordo i grandi fatti di sangue del nostro dopoguerra: la Bellentani, la Montesì, Fenaroli e Ghìani, il medico di S. Maria Capua Vetere uccisore dello studente, di cui egli stesso aveva fatto l'amante della sua donna.

Ed è un delitto in contrasto con la terra da cui è nato: una terra dove spesso si uccide, ma per vendette o passioni naturali, e ancor più frequentemente per onore. Questo, invece, è il delitto del disonore: non potrebbero essere meno «micidiali» due dei suoi personaggi principali; due mariti rassegnati, se non compiaciuti, per i tradimenti delle mogli.

La sera del 30 marzo il commissario di polizia Aldo Tandoj viene assassinato In una delle strade centrali di Agrigento, mentre rincasa in compagnia della moglie: colpito al cuore da una pallottola, resta ucciso anche uno studente di diciotto anni, vìttima innocente.

Questo il fatto: ecco i protagonisti. Il dottor Tandoj è un uomo grasso, stanco, precocemente invecchiato: una ferita di guerra e una successiva operazione chirurgica lo hanno indebolito, togliendogli la possibilità di dare alla moglie tutto il suo amore.

La moglie Leila è giovane, ha trentadue anni, è di sangue caldo: emiliana, di Parma. Alta, bruna, morbida, pigra. Figlia di un vice-questore trasferito ad Agrigento, dove nel 1944 viene anche il marito, nominato capo della < Mobile ».

Poi c'è la famiglia La Loggia. Lui, Mario, sui 45 anni, anche bruno ed alto, con lo sguardo sempre velato da occhiali per il sole. E' figlio di uno dei più illustri uomini politici siciliani, suo fratello è stato presidente della Regione. Assessore comunale, come il fratello, un fanfaniano, e si è battuto per la Giunta di centro-sinistra che ha tanto addolorato il vescovo dì Agrigento.

E' direttore dell'ospedale psichiatrico, dove trascorre gran parte della giornata fra i pazzi, studiandoli, e forse, come molti psichiatri, subisce il fascino dei suoi folli. Ha una passione confessata: le armi antiche, archibugi e spingarde, di cui fa raccolta in una delle sue ville, quella che si affaccia sulla vallata dei templi greci. Altra passione: le donne o, per meglio dire, il sesso. La moglie, Danika, 40 anni, è una profuga Jugoslava, bruna, con le gambe tozze e con un volto mascolino, volitivo.

Appassionata giocatrìce d'azzardo, guida audacemente la macchina regalatale dal marito, con la quale spesso parte da sola, o con la Tandoj, per andare a bagnarsi su spiagge solitarie. Ha un figlio di 9 anni e un cane boxer. La Loggia la sposò a Roma, ove era cassiera in un bar. Trapiantata in provincia, subito dominò la ristretta vita mondana di Agrigento, impose moda e costume alle sue amiche.

Di questa vicenda, apparentemente fondata su due ménages à trois, è il personaggio principale, il vertice comune dei due triangoli. Ultimo protagonista, il barone Giuseppe Agnello, anche lui sui 45 anni, anche alto ed elegante, ricorda Curzio Malaparte degli anni migliori ed è molto ricco. Ha, oltre le donne, la passione delle macchine da corsa.

In che rapporti sono i cinque personaggi? Tandoj sa che la moglie è amica di La Loggia e per molto tempo subisce. La Loggia sa che la moglie è in rapporti con il barone Agnello (una volta partirono insieme per un viaggio di cinque mesi) ; e non se ne preoccupa.

Ci sono anche relazioni tra Agnello e la signora Tandoj? Questo non è l'interrogativo principale, è un altro. Sono i rapporti tra le due donne, legate da una amicizia sempre più stretta e morbosa. Danika è la dominatrice, Leila la succube in questa particolare amicizia, incoraggiata da uno dei mariti, La Loggia e aborrita da Tandoj. Dopo quattordici anni di squadra mobile, Tandoj riesce a farsi trasferire a Roma, reparto polizia scientifica.
E' la occasione sognata da tutte le donne costrette a vivere in provincia, delle donne che ripetono — come le tre sorelle di Cecov —: «A Mosca, a Mosca! ». Invece Leila Tandoj non vuole staccarsi dalla provincia, e il marito deve trascorrere nove mesi da solo a Roma. Finalmente rientra ad Agrigento, risoluto a costringere la moglie ad accompagnarlo nella capitale. Il giorno dopo il suo arrivo lo ammazzano. Qualcuno pensa a un delitto per vendetta, a un nuovo crimine della mafia.

Quante persone non ha mandato in galera nei suoi quattordici anni di attività ad Agrigento? Ma la mafia non colpisce avvocati, medici, preti e poliziotti (se non sono essi stessi mafiosi), non si vendica di chi esegue il suo dovere. E allora? Allora nessun indizio fino a quando alcune lettere anonime non accusano del delitto il tenente di polizia Zurria, anche sospettato (e tutte due le volte a torto) d'un furto avvenuto in quei giorni: sei milioni sottratti dalla cassaforte delle guardie di P. S.

Le lettere sono vergate con grafia volutamente artefatta (ma una perìzia calligrafica avrebbe riconosciuto la mano della signora Tandoj). Una sola è scritta a macchina. Viene spedita il 25 aprile, da Cefalù; e ora si appura che La Loggia era a Cefalù il 25 aprile, e viene sequestrata la sua macchina per scrivere.

I mandanti dell'assassinio non hanno pensato di avere condannato a morte un uomo appartenente alla polizia scientìfica, i cui uomini si sono impegnati a fondo per vendicare il collega. Riescono a scoprire una lettera nella quale La Loggia scriveva a Tandoj pochi giorni prima del delitto: «Se porti Leila a Roma io sono rovinato, perché Danika vorrà seguirla e mi abbandonerà».

E scoprono impressionanti somiglianze fra la grafia delle lettere anonime contro il tenente Zurria e quella di una lettera inviata al Giornale di Sicilia, in cui si dice: «Noi l'abbiamo ucciso, in tre eravamo. Qualsiasi arresto per il commissario è inutile. Sono tutti innocenti. L'unico rimorso è per il giovane studente, vittima inconsapevole. Il motivo del delitto è strettamente personale, non si può pubblicare. Eravamo troppo amici col dott. Tandoj, amici ìntimi, fraterni. Tutti per uno e uno per tutti ».

Le frasi sono rivelatrici. Del resto ogni psichiatra sa che i maniaci sessuali sono sempre degli esibizionisti. Questi e altri indizi servono per indurre la polizia a fermare La Loggia e la signora Tandoj, che da oggi si trova in stato di arresto per falsa testimonianza e per calunnia due volte aggravata: ha attribuito un reato grave (omicidio) a un pubblico ufficiale, il tenente Zurria.

Signiflca che la signora Tandoj è stata scagionata da più gravi imputazioni? Difficile dirlo; ma visto che può tenerla nel carcere di San Vito per queste incriminazioni, il procuratore generale non ha per ora bisogno di scoprire le altre sue carte. Anzi ha benignamente detto che alla vedova potrebbe anche essere concessa la libertà provvisoria, se dovesse chiederla il suo avvocato, che è anche suo cugino, l'on. Angelo Bonfiglio,
deputato regionale.

. < Se lo abbiamo fermato, dojvevamo avere indizi gravi >  dice il procuratore generale ai giornalisti < E il barone Agnello? > * Lo abbiamo interrogato stamane >. « Ed è vero che avete ricevuto delle lettere anonime? >. < Molte >. « E le altre cinque persone fermate?», < Due sono state rilasciate stasera; ed invece ne abbiamo fermata un'altra, Antonio Milioto, al quale è stato sequestrato un fucile ».

Questi altri personaggi, fra i quali dovrebbe essere l'assassino, sono meno appassionanti. Non è il sicario, ma il mandante che interessa. Oggi la polizia ha fatto rivestire a uno di lorol, Salvatore Calacione, i panni che furono visti indosso all'omicida: giacca dì velluto marrone, «coppola» bassa sugli occhi e scarpe di gomma. E in una sua fotografia in questa tenuta la vedova avrebbe riconosciuto l'uomo che sparò contro il marito.
Fra Calacione e Tandoj c'era anche ruggine personale.

Durante un incidente per una occupazione di terre Calacione, allora comunista, sferrò un calcio ai dott Tandoj. In questo intrigo di passioni sessuali, di cui è preziosa testimonianza il diario sequestrato alla vedova, si mescolano anche passioni d'altro genere: droga e denari. Si parla di somme prestate e non restituite; di tracce di eroìna trovate nell'automobile del dott Tandoj; di oppio sequestrato in casa La Loggia.

Sono particolari minori del dramma scoppiato in questo mondo di gente ambigua. E' un mondo che non stupisce chi ha trascorso parte della sua vita nei paesi del Settentrione, che hanno anch'essi analoghe passioni e vizi ancora peggiori. Ma a Berlino e a Stoccolma sarebbe stato facile trovare una soluzione naturale per il complicato intrigo. Ad Agrigento, piuttosto che rischiare lo scandalo di una separazione personale, si è preferito (se sono autentici i sospetti delle autorità inquirenti) uccìdere. O far uccidere.

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