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"La fantasia non ha confini, la storia di Don Chisciotte" di Margherita Arancio

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La fantasia non ha confini è una forza creatrice, ha il potere di immaginare, inventare cose e fatti come fossero veri. Lo scrittore Miguel de Cervantes  Soavedra (ne aveva tanta ) è uno scrittore spagnolo a livello mondiale, nel 1579 partecipò alla guerra di Lepanto (arruolatosi come soldato volontario in Italia) a causa della perdita di un braccio fu ricoverato in un ospedale di Messina.

Uscito  dal nosocomio salì su una nave per la Spagna ma fù  fatto prigioniero dai pirati, portato in una prigione di Algeri vi restò per cinque anni  meditò e tentò  la fuga anche se pur menomato, fu liberato dai frati della Trinità e riacquistata la libertà  tornò in Spagna. Il monco di Lepanto questo ormai era il suo soprannome, nel 1605 scrisse e publicò le vicende cavalleresche di Don Chisciotte, il suo grande capolavoro che gli regalò il grande e sospirato successo.

In un borgo della Spagna, la Mancia, viveva uno squattrinato nobile Alfonso Chisciano detto il “Buono” che desiderava indossare le vesti di un cavaliere, un uomo di ogni tempo che deluso dalla realtà si inventò un mondo (grazie alla fantasia)  nel quale si può avere fiducia nel prossimo e nella giustizia.

Affrontò  tutto il mondo e vi recò lo spavento;
e fu sua ventura                                           
Viver pazzo e morir rinsavito.

Nella Mancia viveva un gentiluomo di modesta condizione ,con una governante  una nipote  e un garzone metà stalliere e metà contadino. Si chiamava Alfonso Chisciano era secco sulla cinquantina amante della caccia  e dei libri che parlavano di avventure cavalleresche, una vera mania tanto che per acquistarli (ne aveva tanti) aveva venduto una parte del suo podere.

Accadde che a furia di leggere  le  storie  di incantesimi, di duelli, di amori fatali e di castelli andò fuor di cervello. Una mattina decise di diventare cavaliere  e di andare in giro per la Spagna alla ricerca di avventure.

Si mise addosso alcune vecchie armature, montò il suo ronzino e senza dir nulla a nessuno partì senza una meta. Visto che un cavaliere deve avere un nome scelse per se quello di Don Chisciotte e per il suo cavallo quello di Ronzinante, e considerando che un cavaliere deve avere una dama a cui dedicare  le su imprese pensò a una sua contadina, piuttosto graziosa ma con un nome non poetico Aldonza che fu trasformato in Dulcinea del Toboso.

Cammin facendo si ricordò di non essere mai stato nominato cavaliere e pensò: ”mi farò  nominare dal primo castellano che incontrerò sulla mia strada”. Verso tarda sera, stanchissimo e affamatissimo, vide un’osteria che, nella sua fantasia fu trasformata in un castello. Scese da cavallo  e sulla soglia vide due ragazze molto sguaiate, si rivolse a loro con gran gentilezza e cortesia scambiandole per dame, "nobili  donzelle ,non temete  sono un cavaliere“ e fece un grande inchino.

Le ragazze  e l’oste vedendo quella strana figura armata di elmo e corazza fecero una gran risata. Ma impauriti da quell’armamento pensarono di accoglierlo rispettosamente per come si conviene far a uno straniero. Don Chisciotte quindi cenò alla meno peggio e con gran disagio, perché avendosi allacciato l’elmo con nastri non riuscì a scioglierli e fu costretto a farsi imboccare e a bere con un imbuto. Dopo di che, inginocchiatosi davanti  all’oste (che per lui era un castellano) lo pregò di nominarlo cavaliere.

L’oste sicuro di avere a che fare con un folle, pensò di  non contraddirlo, con un manuale di cucina (letto come un vangelo) con l’assistenza delle ragazzacce ordinò a Don Chisciotte di mettersi in ginocchio e diede un colpo di spada sulla spalla dell’aspirante cavaliere e, dopo averlo abbracciato, lo fece salire su Ronzinante e  lo  mandò con Dio, felicissimo di essersi sbarazzato di lui. Trasformò la realtà in un sogno: visse pazzo e morì savio.

Margherita Arancio