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Tuesday, Sep 17th

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Romanzo Criminale, le confessioni dell'ex boss Di Gati: politica ed imprenditoria agrigentina nell'ultimo libro di Arnone (VIDEO E STRALCI)

"Sono molto soddisfatto della presentazione del mio libro stamattina. E' stata una lezione di democrazia, dal momento che ho consentito che i presenti affrontassero argomenti - come ha fatto Elio Di Bella e in parte Diego Romeo, estranei agli argomenti trattati nel mio libro". E' soddisfatto il consigliere comunale Giuseppe Arnone dopo la presentazione del suo scottante libro dal titolo "Romanzo Criminale" che tratta delle rivelazioni del boss pentito Maurizio Di Gati.

Scottanti retroscena di presunti intrecci tra politica e mafia in provincia di Agrigento, ritenuti oltremodo attendibili dalla magistratura anche attraverso sicuri riscontri. Arnone poi si sofferma su alcuni momenti di attrito nel corso della conferenza stampa tra lui stesso e il giornalista Franco Castaldo:  "L'incidente di cui è stato protagonista, con gli esiti che ognuno può riscontrare su YouTube, il giornalista Franco Castaldo, è frutto della scarsa o inesistente tolleranza di quest'ultimo che, (richiesto di attendere pochi minuti, il tempo di un'intervista con l'emittente TVA che da oltre un'ora aveva a sua volta atteso per intervistarmi), ha preferito lanciarsi nei seguenti epiteti: "buffone, "miserabile", ecc. ecc., frutto di evidente nervosismo dello stesso Castaldo. Se Castaldo avesse atteso i 2-3 minuti necessari per rendere l'intervista innanzi a lui stesso, avrebbe potuto dire ciò che voleva e io avrei potuto rispondere, esattamente com'è avvenuto con Giuseppe Arnone da Favara, Elio Di Bella, Diego Romeo. Il filmato su Youtube è eloquente rispetto a ciò che è avvenuto" ha detto Arnone.

Sotto pubblichiamo in video alcuni momenti della conferenza stampa e quella intera della durata di un'ora. Nel libro, ovvero nelle dichiarazioni del pentito, sono stati tirati in ballo personaggi come il vice-sindaco di Licata Giuseppe Arnone, omonimo dell'Arnone agrigentino ed autore del libro, che in proposito è anche intervenuto con una minaccia di querela verso il l'ex mafioso. “Il filtro del sano garantismo che deve evitare infamie. Con disappunto e rammarico leggo le dichiarazioni di tale Di Gati inserita nel libro “Romanzo Criminale” pubblicato dall’Avvocato Arnone, do notizia di aver conferito mandato all’Avvocato Pennica di querelare per calunnia e diffamazione chi prima uccideva con la lupara e oggi colpisce con la calunnia.

Non conosco Di Gati e non l’ho mai incontrato avendo sempre lavorato in libertà, libertà che dà fastidio ai mafiosi. Le mie scelte politiche possono essere in distonia con alcuni e saranno gli elettori a stabilire se sono giuste o sbagliate, fin da ora annuncio che attiverò nei confronti di chicchessia tutte le azioni possibili per mettere al riparo l’onorabilità mia e della mia famiglia. Già martedì prossimo sarà depositata la querela. Concludo che la mia carriera politica è stata incentrata da sempre ai principi di legalità, trasparenza e lotta a tutti i tipi di mafia e non arretrerò di un millimetro su questa linea che per me vale più di qualsiasi poltrona o titolo" conclude il vice-sindaco di Licata.

Anche il deputato antimafia Giuseppe Lumia è intervenuto a commento del libro di Arnone: "Questo libro è un contributo alla conoscenza del fenomeno mafioso, della sua presenza e pervasività in tutti i campi della vita di un territorio. Ho sempre avuto un approccio rigoroso nei confronti dei collaboratori di giustizia. Di Gati si è rivelato attendibile. La magistratura lo ha gestito con la massima attenzione. Le sue dichiarazioni sono uno spaccato importante su cui riflettere. Arnone ha rischiato la vita per il suo impegno antimafia nella provincia di Agrigento. Quando si agisce su questo fronte bisogna mettere in conto tutto, non solo di rischiare la propria vita, ma anche di subire tentativi di delegittimazione. Questo libro deve servire a stimolare la politica tutta e la società ad un costante e quotidiano lavoro per sconfiggere la mafia e cambiare la realtà".

Non è mancato il commento dell'ex presidente della Regione Siciliana, Angelo Capodicasa tirato in ballo dal pentito: "Non ho mai conosciuto nessuno dei personaggi a cui si riferisce il Di Gati. Nè, tantomeno, ho mai avuto a che vedere con  le circostanze che egli dichiara di avere appreso da altri.  Di Gati riporta fatti e circostanze di seconda, terza e quarta mano, di cui è evidente la loro aleatorietà ed infondatezza. Difatti, pur essendo originario di Joppolo, non ho mai scambiato una parola in vita mia con il Luigi Cacciatore di cui si parla. Oltretutto si tratta di persona ormai da tempo deceduta".

Il consigliere comunale Arnone ha anche rilasciato alcuni stralci della pubblicazione che interamente pubblichiamo a seguire in questa pagina sotto i video della conferenza stampa e del siparietto con il giornalista Franco Castaldo.

 

STRALCI TRATTI DAL LIBRO "ROMANZO CRIMINALE" DI GIUSEPPE ARNONE

MAFIA, POLITICA E INFORMAZIONE AD AGRIGENTO OVVERO IL CASO DI FRANCO CASTALDO, DEI SUOI PROTETTI
ANGELO CAPODICASA E CALOGERO SODANO, E ALTRE INDECENTI “VOGLIE” DI CENSURA
Ad Agrigento abbiamo un sistema informativo ampiamente degradato innanzitutto per l’invasivo e inquinante ruolo assunto dal
“gran maestro” Franco Castaldo e dalla sua scuola.Una scuola che, attraverso il fido Nino Randisi, ha pure guidato per
interi decenni l’Assostampa agrigentina. Il lettore rilegga le pagine 7 e 8 di questo libro. Si tratta delle dichiarazioni, probabilmente, più
interessanti ed esplosive che abbia mai messo a verbale un pentito agrigentino. Tra le più dirompenti mai profferite negli ultimi trent’anni
sul tema mafia – politica, sicuramente per quanto riguarda Agrigento.

Dunque, come abbiamo appena letto nelle pagine 7 e 8, secondo il
pentito Di Gati, l’on. Capodicasa, cioè l’unico Presidente della Regione di sinistra della storia siciliana, nonché l’unico viceministro di sinistra
espresso da questa parte di Sicilia, è un politico “disponibile” con la organizzazione mafiosa e, addirittura, ritenuto interessato e aduso a
pratiche tangentizie. E il canale tra Cosa Nostra e Capodicasa non era soltanto l’autorevole e prestigioso anziano don Luigino Cacciatore
compaesano di Capodicasa, cioè di Joppolo Giancaxio, ma anche e soprattutto Calogero Gueli da Campobello di Licata.
E le attitudini di Gueli all’illecito fanno parte, adesso, di atti giudiziari e amministrativi ufficiali dello Stato italiano.

Tutto questo dovrebbe essere argomento di scoop giornalistico. Su Grandangolo, invece, non lo leggerete mai. Castaldo – che ha una idea
tutta sua del giornalismo – ritiene che queste notizie, che potrebbero arrecare tanto dispiacere all’amico Capodicasa, non vadano
minimamente diffuse. Come sono state censurate ampiamente ai lettori, con una opera di alterazione della verità che farebbe invidia al
vecchio KGB, gli accertamenti amministrativi e giudiziari a carico di Calogero Gueli.

E i lettori di Grandangolo – pseudo giornale antimafia, dove “pseudo” va scritto con caratteri pari al Monte Bianco e antimafia con
quelli in uso ai lillipuziani – non leggeranno mai le dichiarazioni rese da Di Gati che abbiamo appena riportato. Nel 1993, durante la
campagna elettorale che contrapponeva Sodano e Arnone per la carica di sindaco, nella masseria di Casteltermini ove era latitante il
pluriomicida Fragapane, numero uno provinciale dell’epoca, si discuteva dell’enorme impegno che Cosa Nostra deve spendere per
impedire che il “pericolosissimo” (per Cosa Nostra) Giuseppe Arnone divenga sindaco. E favorire, per converso, Calogero Sodano che si era
già messo “a disposizione”. Castaldo queste cose le censura. Non è bene dirle ai cittadini. Non è bene farle sapere. E’ molto meglio scrivere le dichiarazioni di Di Gati quando riguardano politici di terz’ordine, ampiamente ormai archiviati e che, magari, non hanno nulla a che spartire con le battaglie positive di Arnone.

Ma, se bisogna scrivere di personaggi attualmente potenti, perché Di Gati ne parla, ad esempio dell’ex ministro della Giustizia, Angelino
Alfano, neosegretario del PDL o del senatore Nuccio Cusumano, è meglio non scrivere nulla. Sul mafiosetto di terz’ordine, invece, sul politico finito, titoli e articolesse. Franco Castaldo alle elementari ha studiato molto, molto attentamente il comportamento di Maramaldo. E ha deciso di seguirne
le orme in ambito giornalistico, appunto: “Maramaldo Castaldo, tu uccidi un uomo morto”. Se abbiamo notizie che riguardano veri
potenti, le mettiamo in un cantuccio. Anche per ragioni economiche: Castaldo è molto interessato, per il suo giornale, a ottenere pubblicità
da enti pubblici. E se si scrive male di Alfano, è prevedibile che arrivino minori introiti pubblicitari.

Qualcuno potrebbe pensare che non è l’organicità con il gruppo Capodicasa a guidare tali meccanismi censori, perché si potrebbe ritenere – sbagliando – che queste “prudenze” riguardano tutti gli esponenti di primo piano del Partito Democratico. E’ esattamente l’opposto: Grandangolo non fa informazione, ma una cosa molto diversa. E molto meno “odorosa”. A fine gennaio 2011, Grandangolo si lancia in un attacco ad “alzo zero” contro l’on. Giovanni Panepinto. Proprio in quelle ore Giovanni Panepinto deve decidere con quale energia deve opporsi alla rielezione di Emilio Messana a segretario provinciale del PD. Messana, ovviamente, è creatura di Capodicasa.

Su Messana il Tribunale penale già scrive cose bruttissime (ovviamente mai pubblicate da Castaldo). All’avanguardia va tale Giuseppe Giuffrida da Cattolica Eraclea, uomo che condivide con Capodicasa, da sempre, pure il sonno della notte. Giuffrida, con evidenti e chiare finalità intimidatorie, tira fuori – contro Panepinto – una vecchia lettera anonima ripresa un lustro prima da un rapporto dei Carabinieri, rapporto che non ebbe alcun seguito. Ma, come si suol dire, “si un tingi, mascaria”. Ovviamente, Giuffrida è poco meno che un signor nessuno, è soltanto un grande amico di Capodicasa, peraltro sotto processo per un’ampia serie di reati posti in essere al Comune di Cattolica Eraclea per favorire, nei loro desideri, alcuni uomini di mafia. Per inciso, anche tutto ciò è censurato da Castaldo, che seleziona molto accuratamente le persone a cui “dare fastidio”. La sortita di Giuffrida, tempo 48 ore, diviene scoop con titoloni, paginoni, sul giornale Grandangolo. Panepinto – sarà o meno una coincidenza – acconsente alla rielezione di Messana e non eccede nel sostenere la battaglia di Arnone, ripresa persino dalla stampa nazionale.

Castaldo, evidentemente, perde il file di lettera anonima e relativo rapporto, e risparmia a Panepinto gli ingiusti e ulteriori fastidi. Leggendo i verbali di Di Gati nelle pagine che seguono, si avrà la misura esatta della distanza di Castaldo dal giornalismo e dalla informazione. Lui, Franco Castaldo, fa un’altra cosa: da un lato la censura, dall’altro l’invenzione. Invenzione allo stato puro, come si può leggere, ormai costantemente, nelle sentenze dei Tribunali che lo condannano. Deve pagare ad Arnone e agli ambientalisti una cifra largamente superiore ai 100.000 euro per tutte queste malriuscite invenzioni. E inventando, tenta di intimidire. Il principale bersaglio di Franco Castaldo è Teleacras.

Teleacras fa parlare tutti, proprio tutti, per primi quelli che parlano contro Arnone. Un noto politico e imprenditore, dalla storia molto, molto discutibile, ha dovuto risarcire ad Arnone lo scorso anno oltre 30.000 euro, pervia di sue interviste televisive a Teleacras. Lo stesso Castaldo è sotto processo penale – e tra breve verrà condannato – per avere offeso Arnone in una sua intervista a Teleacras. Ripetiamo il concetto, perché potrebbe apparire inverosimile, o frutto di un refuso: Castaldo è sotto processo, innanzi al Tribunale di Agrigento, giudice Luca D’Addario, per avere diffamato Arnone in una intervista rilasciata a Teleacras, inventandosi che Arnone aveva “una fedina penale lunga così”. Dicevamo, invenzioni funzionali al ricatto.

Alcuni mesi addietro,
Castaldo lanciava “L’ultimo avviso ai naviganti”, ossia un vero e proprio
avvertimento. Pretendeva che Teleacras censurasse Arnone, altrimenti
avrebbe scritto e continuato a scrivere una fastidiosissima bugia, tanto
grande quanto infamante per la vittima.

L’inventore inventava di sana pianta che l’editore di Teleacras,
Giovanni Miccichè, era coinvolto in indagini attuali quale possibile
mandante delle stragi ove perirono Paolo Borsellino, Giovanni Falcone
e le loro scorte.

Per gli amici Sodano e Capodicasa rigidissime censure. Non si
danno notizie sgradevoli. Per il “nemico” Giovanni Miccichè invenzioni
di sana pianta, chiaramente intimidatorie e ritorsive, esplicitamente
intimidatorie e ritorsive.

Ognuno pensi quanto sia negativo, ad esempio, per gli amici dei
propri figli, leggere a pagina intera la notizia (assolutamente non vera,
autentica “balla spaziale”, ma vergata a caratteri cubitali) che il proprio
padre è sospettato di aver contribuito a piazzare il tritolo utilizzato a
dilaniare i due eroici magistrati e le loro scorte.

Questo è Franco Castaldo, iscritto al Partito Democratico, corrente
Capodicasa. Uomo, come vedremo, anche in perfetta sintonia con
Capodicasa quando si tratta di dare man forte ad imprenditori –
corruttori strettamente collegati, per affari e interessi, con
importantissimi capimafia, quali Calogero Russello e Lillo
Lombardozzi.

Ed appunto, l’altra “tumultuosa passione” che storicamente collega
Franco Castaldo e Angelo Capodicasa è quella per la protezione e la
tutela degli interessi illeciti di Gaetano Scifo e soci.

A questo punto, vale la pena di operare un salto nell’attualità
quotidiana, sempre a proposito di intimidazioni e voglia di censura.
L’assessore Rosalda Passarello, ribattezzata Ros-Attila per i disastri
che riesce a combinare al Comune di Agrigento e, soprattutto, sul
nostro territorio, ha attuato – in questo mese di agosto – una
inverosimile protesta: ha occupato la stanza del direttore editoriale di
Teleacras, per protestare contro quelle che a suo dire sono le troppe
interviste e dichiarazioni di Arnone diffuse dall’emittente.

Si noti bene:
il problema non è quello di avere spazio per replicare ad Arnone. Il
problema non è quello di potersi confrontare con Arnone. Il problema
è altro, diverso, e attiene alla garanzia delle libertà democratiche. Il
problema, per Rosalda Passarello e i suoi sostenitori – tra cui, in testa,
Franco Castaldo, nonché l’humus politico di cui la Passarello è
espressione – è impedire ad Arnone di parlare. Censurarlo.

Nessuno si vuol confrontare con Arnone, men che meno Rosalda
Passarello o il suo massimo riferimento politico, cioè il marito –
segretario regionale del PSI – Giovanni Palillo. Si guardano bene dal
chiedere il confronto, si pretende la censura. E si ignorano, nel
pretendere la censura, le più elementari regole del giornalismo.
Teleacras concede all’uomo pubblico Giuseppe Arnone uno spazio
adeguato alle attività di Arnone e al ruolo politico ricoperto. Piaccia o
non piaccia, Arnone, nella qualità di professionista del Foro di
Agrigento, è impegnato praticamente in quasi tutti i processi più
importanti per reati contro la pubblica amministrazione e altro
ancora, diversi da quelli per mafia.

E normalmente non è impegnato
come legale di imputati, ma quale legale di parte civile. E anche come
avvocato ambientalista è probabilmente quello più presente nel
sistema mediatico nazionale. Piaccia o non piaccia, poi, Arnone è
soprattutto il politico agrigentino più votato. Alle ultime elezioni
provinciali, ultimo test significativo, gli elettori di Agrigento lo hanno
indicato quale l’effettivo capo e riferimento del centrosinistra.
Capodicasa e il suo gruppo hanno cercato lo scontro, perdendolo.
Sono stati letteralmente travolti dal voto popolare. E se prendiamo le
attività dei cosiddetti “nemici”, il giornale di Castaldo dedica ad
Arnone, in negativo, molto più spazio da un lato di tutti gli altri
giornali, dall’altro di tutti gli altri politici messi assieme. Metà giornale
è costantemente dedicato ad Arnone, di cui spesso la quasi totalità
della prima pagina. E in ogni numero vi sono ben tre editoriali, di cui
due in prima pagina, ove si critica variamente – spesso facendo ricorso
a bugie e diffamazioni – l’attività politica di Arnone.

Per capolavoro di viltà, due di questi editoriali, quelli a firma di
“Ulpiano” e “Attila”, sono elaborati da soggetti talmente vili, e coperti
nella viltà da Franco Castaldo, da scrivere nascondendo il volto,
esattamente come agivano i vili killer del Ku Klux Klan.
Giornale, quindi, questo Grandangolo di Castaldo, di censure e di
viltà, di invenzioni e di paladinaggi, di furberie da tre soldi.
Se fossi un congiunto di Franco Castaldo, mi preoccuperei molto
di ciò che costui ha combinato in danno al figlio.

Dopo le prime
condanne a risarcire, Franco Castaldo ha nominato editore, al suo
posto, il suo ragazzo appena maggiorenne. Costui, nel giro di poco
tempo, si troverà gravato da una esposizione debitoria per risarcimenti
del danno nell’ordine di centinaia di migliaia di euro. Risponderà
anche delle offese indecenti poste in essere dai vili anonimi Ulpiano e
Attila.

Il lettore si chiederà: ma perché ha nominato suo figlio editore e
lui, Franco Castaldo, è solo il direttore? La risposta è semplice: per
avidità, solo per avidità, ha voluto evitare i pignoramenti delle somme
delle pubblicità per enti pubblici. Quelle somme spettano all’editore, e
sin quando Franco Castaldo era editore, io potevo immediatamente
pignorarle. Dopo le prime condanne esecutive, l’editore è diventato il
figlio, che sarà chiamato a pagare solo dopo le prime sentenze che lo
riguarderanno direttamente. Ognuno può riflettere in che misura
risponda a sani sentimenti paterni coinvolgere il figlio in simili
disastrose intraprese economiche.

Ognuno di noi, io per primo, tendo a tutelare mio figlio, a
garantirlo, a proteggerlo. Pur avendo la nota capacità di scrivere
secondo gli insegnamenti della Suprema Corte, non mi sognerei mai di
far apparire mio figlio quale mio editore, seppur con rischi irrilevanti,
tanto più se confrontati alle certezze di condanna prossima ventura del
figlio di Franco Castaldo.

Già, è proprio un inventore. Un “inventore di m…ate orbe”: è stato
condannato per essersi inventato che Arnone si era fatto una tomba
abusiva, che Arnone aveva predisposto un bando di gara truccato a
Gela, che Arnone era stato scoperto mentre violava i segreti della
Procura della Repubblica accedendo a un computer, che Legambiente
aveva preso tangenti, che “Arnone, Fontana e Legambiente governano il
territorio mediante intimidazione, ricatto e assoggettamento”. E adesso,
in queste e altre analoghe “m…ate orbe” ha coinvolto il proprio figlio
appena maggiorenne. Il mio istinto di padre ne è realmente turbato.

Ma peggio di lui sono i vili Ulpiano e Attila, che ritengono di
esporre il ragazzo, a causa delle proprie indecenze, a certi
risarcimenti. Doppiamente vili, quindi, questi emuli dei cappucci del
Ku Klux Klan.
Torniamo a Rosalda, o RosAttila che dir si voglia. L’aggressione di
Rosalda – RosAttila a Teleacras non va liquidata, a mio parere, come
l’estemporanea iniziativa dovuta anche agli effetti delle elevate
temperature e del torrido sole di questo inizio di agosto.
Nei mesi scorsi, ho subito congiuntamente gli attacchi di RosAttila
e del marito, on. Giovanni Palillo. Quest’ultimo, malgrado la sua non
esaltante prestanza fisica, il suo stato di salute e la sua età, aveva pure
ritenuto di aggredirmi fisicamente, mettendomi persino le mani al
collo in piena pubblica via. Solo la mia nota freddezza aveva evitato
reazioni adeguate al gesto e quindi ulteriori conseguenze. Poi, Palillo,
aveva ritenuto di lanciare ulteriori intimidazioni attraverso persone a
me politicamente molto vicine.

Su questi gesti di RosAttila e del (poco)
onorevole marito, avevo ritenuto di avvertire, con una nota sinora
riservata, il Sindaco e il Questore, quest’ultimo affinchè richiamasse
Palillo ad abbandonare tali comportamenti violenti e impropri.
Adesso valuto l’irruzione di RosAttila a Teleacras nell’ambito di un
disegno più vasto, funzionale a chi vuole interferire negativamente
nella ormai aperta campagna elettorale per l’elezione del sindaco di
Agrigento.

E qui va detto, senza mezzi termini, che ormai i racconti dei pentiti
e le ricostruzioni giudiziarie mettono in luce che l’on. Palillo e la
consorte erano integrati in uno dei gruppi politici più inquinati della
prima Repubblica, quello che all’interno del Partito Socialista locale
faceva capo all’on. Giuseppe Reina. Reina era il parlamentare a Roma
e Palillo era parlamentare regionale e, prima ancora, segretario
provinciale del PSI. Appunto, sulle modalità di questo gruppo politico
e in primo luogo dell’on. Reina, di aggregare il consenso elettorale
anche in rapporto con ambienti mafiosi, vi sono accertamenti e
conferme giudiziarie. Ed ognuno adesso può pure riflettere sugli
interessi che già nel 1993 si sono mobilitati per impedire l’elezione a
sindaco di Arnone, favorendo per converso quella di Sodano.

Già allora, l’on. Reina, l’on. Giovanni Palillo, unitamente a tutto il loro
gruppo – RosAttila in testa – erano impegnatissimi, sino allo stremo
delle forze, per dare il loro contributo alla elezione di Calogero Sodano.
La storia adesso si ripete. E, conclusivamente, ognuno può
liberamente immaginare a chi appartengano i volti plaudenti di chi
approva la gazzarra inscenata da RosAttila a Teleacras, per pretendere
e tentare di ottenere la censura in danno a Giuseppe Arnone.


LA NUOVA STAGIONE DELL’IMPRENDITORIA AGRIGENTINA CHE OGGI DENUNZIA I MAFIOSI
E SI COSTITUISCE PARTE CIVILE CONTRO POLITICI CORROTTI

Un limpido ringraziamento è dovuto dalla nostra collettività ad
alcuni importanti imprenditori agrigentini, che rappresentano il
massimo di “rottura” con il sistema politico – mafioso che la nostra
realtà abbia prodotto nell’ultimo decennio. Anzi, è mia opinione che,
per la organicità e il valore effettivo, ma anche simbolico, della
coraggiosa ribellione operata, siamo all’avanguardia nella stessa intera
Sicilia. Oggi gli imprenditori di Agrigento, per la loro importanza, sono
un importante punto di riferimento nella odierna Confindustria
siciliana, che mette fuori dall’Associazione gli industriali che pagano il
pizzo senza denunciare, e decidono pure di costituirsi nei processi
penali contro sindaci e amministratori tangentisti o contro estortori e
mafiosi.

Di strada ne abbiamo fatta tanta. Anni addietro ero l’unico politico
che si indignava quando a presiedere Confindustria veniva eletto
Vincenzo Costanza, già allora protagonista negativo di vicende tutt’altro
che trasparenti e oggi indicato da Di Gati come uomo assai vicino a
Cosa Nostra del suo comune, Joppolo Giancaxio. Oggi il Presidente di
Confindustria è un uomo che fa esplicito vanto, in tutte le sedi, del suo
impegno per la legalità.

Come si vedrà più avanti, sono stato anche protagonista, nel
passato, di durissimi scontri con alcuni di questi imprenditori,
quando erano parte integrante del sistema che viene ricostruito dalle
dichiarazioni dei pentiti. Anche l’attuale presidente di Confindustria,
Giuseppe Catanzaro, persona che stimo molto, l’ho conosciuto – da
avversario – nelle aule di Tribunale. In quel caso si trattava soltanto di
un giudizio civile, per quanto rilevante.

Questa e le pagine che seguono, dedicate agli imprenditori
coraggiosi, sono tra le più importanti di questo volume, perché
servono a collocare in un tempo passato e fortunatamente superato, la
ricostruzione di Di Gati relativa al sistema spartitorio e tangentizio
dominato dalla mafia. Per questa ragione, oggi ritengo che la gente di
Agrigento possa essere, assieme a me e alla mia storia, orgogliosa di
avere queste persone quali concittadini.

Mentre c’è poco, molto poco, da essere orgogliosi dei vertici della
classe politica o burocratica agrigentina. Anzi, leggendo queste pagine
e confrontandole pure con fatti recenti, di queste ultime ore – come le
ultime vicende di Campobello di Licata – vi è semplicemente da
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vergognarsi. Sentenze irrevocabili come quelle che descrivono il
sistema affaristico, con collusioni mafiose, strutturato a Campobello di
Licata, avrebbero imposto nella sinistra agrigentina, una rivoluzione
morale. Invece, al protagonista negativo di quel disastro, etico e
politico, si è avuta la faccia tosta di tributare, innanzi agli occhi allibiti
delle Forze dell’Ordine, il lutto cittadino, i picchetti d’onore, le
cerimonie che si riservano agli statisti e agli eroi della Repubblica.
Non
mancando, a Campobello, neanche sceneggiate talmente ridicole da far
pietà come quelle dell’ex presidente della Regione, parlamentare in
carica, Angelo Capodicasa il quale, da commemoratore ufficiale del de
cuius, aggredisce verbalmente coloro che si sono battuti per riportare
la legalità a Campobello di Licata, appellandoli “corvi”, “iene” e
“sciacalli”.

Tra gli amici degli amici del superboss di Campobello Giuseppe
Falsone e gli uomini delle Forze dell’Ordine che si sono battuti per la
legalità, l’on. Capodicasa non ha dubbi con chi stare. Ognuno valuti da
sé a chi potesse riferirsi don Angelo Capodicasa, con quegli appellativi
finalizzati a vantare le doti morali e politiche di Calogero Gueli, così
bene scolpite nelle sentenze.

Si, don Luigino Cacciatore, il vecchio capomafia di Joppolo che
assicurava a Maurizio Di Gati che Capodicasa era un  amico  a
disposizione, candidato per suo sbaglio nelle liste di sinistra, avrebbe
potuto essere orgoglioso di cotanto parlamentare. L’opinione pubblica
democratica e antimafiosa un po’ meno.

Si, di questi imprenditori si può essere orgogliosi. Sono persone
molto benestanti, che potrebbero pensare a godersi la vita senza rischi,
anche pagando quella sorta di “tributo supplementare” che pretende
Cosa Nostra, il 2% o poco più, calando tranquillamente la testa
rispetto alle altre richieste dei capimafia di ottenere assunzioni e
subappalti. Tanto – potrebbero dire – “munnu a statu e munnu è: gli
operai  dobbiamo  farli  assumere,  i  camionisti  dobbiamo  pagarli,
tanto vale venire a patti con  i boss  locali e vivere  tranquilli, senza
rischi, magari in appaganti ville con belle piscine”. Invece no: questi
uomini hanno fatto scelte diverse, che vanno in direzione del riscatto
di questa terra.

Mi è capitato di ascoltare elaborazioni, ragionamenti, pensieri, del
presidente Catanzaro, o di Totò Moncada, o dello stesso presidente di
Girgenti Acque, Marco Campione. E mi è venuto naturale confrontare
il loro pensiero, la loro cultura, il loro sapere, con quello dei nostri
politici, dell’ex presidente della Regione ed ex viceministro Angelo
Capodicasa, o del suo fido discepolo, Giacomino Di Benedetto,
persone che per le loro capacità non sono neanche state in grado di
concludere regolarmente gli studi universitari. E per loro sarebbe
valido ciò che, in modo offensivo, Silvio Berlusconi, nelle sue
famigerate barzellette, attribuisce ai pubblici ministeri, e cioè che per
garantire alle loro famiglie un buon reddito, date le loro capacità
personali, non potevano che dedicarsi alla politica.
Totò Moncada, i fratelli Catanzaro, hanno saputo realizzare ciò che
è sotto gli occhi di tutti. Il mio Partito, il Partito Democratico, lo scorso
mese di luglio ha invitato Totò Moncada quale uno dei principali
relatori a un importante convegno economico, alla presenza di Bersani
e dei massimi vertici romani. Moncada è oggi un simbolo nazionale
della green  economy, e anche un simbolo degli imprenditori che si
rifiutano di sottostare al volere di capimafia e di politici corrotti.

E gente come Moncada si vede offrire, dal solito tempo galantuomo,
piena ragione anche rispetto alle sue scelte scomode e coraggiose: era
stato Moncada a denunziare il malaffare di politici e alti burocrati alla
Regione nel campo delle energie rinnovabili, e pochi mesi addietro la
Procura di Palermo ha arrestato un parlamentare “mazzettaro”
impegnato, con i suoi compari burocrati, ad inquinare questo
importante settore dell’energia e della libera impresa.

Questa è la qualità di questi imprenditori e, per converso,
possiamo “ammirare” lo spessore culturale e professionale della
nostra dirigenza politica. E mi sia consentita una battuta personale: io
ho all’incirca l’età dell’on. Di Benedetto e qualche anno in meno
dall’on. Capodicasa. Faccio politica da quando portavo i calzoni corti,
avendo nel mio piccolo ruoli di primo piano e vittorie elettorali, a
partire dal liceo e dalla sezione universitaria.

Ho sempre fatto politica molto intensamente, ma questo non mi ha impedito di dedicarmi agli
studi e di compiere intense, significative e apprezzate esperienze
professionali. La tragedia della politica agrigentina e siciliana,
innanzitutto per quanto riguarda la sinistra, e la differenza con gli
equivalenti livelli elevati della imprenditoria, deriva da ciò. Noi siamo
pieni di gente come Capodicasa o come Di Benedetto che,
professionalmente, sono senza né arte né parte e che, per garantire un
elevato livello economico ai propri congiunti, devono fare politica. E
pagare ogni prezzo, anche in termini di dignità, per poter permanere
in posti economicamente invidiabili, cioè fare i parlamentari o gli
uomini di governo.

Tale confronto consente di comprendere anche la qualità umana di
questi imprenditori che, al contrario dei politici citati, si sottopongono
a quotidiani rischi, anche di natura economica, discendenti dalle
nettissime scelte di rottura adottate.
Nei verbali di Di Gati si possono leggere vicende torbide o
pesantemente negative, relative a collusioni e subalternità di notevoli
settori dell’imprenditoria agrigentina rispetto al sistema politico
mafioso organizzato da Cosa Nostra e dei suoi servitori nella politica e
nelle amministrazioni. Poi, uomini come Totò Moncada, Peppe Burgio,
Marco Campione, l’attuale Presidente di Confindustria Giuseppe
Catanzaro e l’ottimo fratello Fabio, ed altri ancora, hanno creduto nello
Stato. Hanno pensato che poliziotti come Attilio Brucato, pubblici
ministeri come quelli che lavoravano a fianco a fianco di Caselli e
Pietro Grasso – talvolta sino a morire d’infarto, a meno di
quarant’anni, come Luca Crescente – colonnelli, capitani e graduati dei
carabinieri di prim’ordine come quelli che hanno tenuto alta la
bandiera di Giuliano Guazzelli, giudici rigorosi come ad esempio
Maria Agnello, Nina Sabatino, Totò Cardinale, Luigi Patronaggio,
Luigino D’Angelo, Francesco Carimi, potessero costituire la “nazionale”
vincente dello Stato italiano ad Agrigento con la quale impegnarsi.
E
rischiare. E mettere in gioco, appunto, le proprie stesse esistenze.
Peppe Burgio ha vissuto per anni e tutt’ora vive accompagnato dalla
scorta. Nelle aule di giustizia ha avuto un ruolo contro Cosa Nostra che
consente, secondo gli investigatori, di individuarlo come un simbolo da
colpire. Da qui la vita blindata. E’ stato Burgio, ad esempio, a fare
arrestare uno dei fratelli Di Gati quando Maurizio Di Gati era a capo
di Cosa Nostra seppur latitante. Certo, per una fase Burgio ha pagato.
Si è rapportato con i boss, ha scucito i quattrini. Poi ha creduto nello
Stato.

Esattamente come Totò Moncada. Da un determinato momento in
poi Moncada ha denunziato e mandato in galera, in ogni parte della
Sicilia, chi si presentava per estorcere e chiedere pizzo e tangenti. E lo
ha fatto sia mandando in galera i mafiosi, sia scontrandosi con politici
e burocrati con qualche “vizietto”. E di alcune vicende sono testimone
oculare, forse co-protagonista. Avevo conosciuto Moncada attorno al
1991-92 o giù di lì, all’aeroporto di Milano. Attendendo il volo,
pranzammo assieme presentati da un comune amico, un mio ex
compagno di scuola. In quell’occasione mi spiegò che stava lavorando
alla ristrutturazione del teatro comunale di Agrigento, chiuso da
trent’anni. Dopo quel giorno lo persi di vista. Però, quando entrai per
la prima volta nel teatro ristrutturato, nel 1995, il mio pensiero ritornò
a quel giovane imprenditore e pensai che era proprio bravo.
Quando l’ho rivisto, nel 2004 o nel 2005, non l’avevo neanche
riconosciuto. Mi venne a parlare perché il Consiglio Comunale doveva
approvare gli impianti eolici tra Agrigento e Palma, un grande
investimento. Ma tra i consiglieri burocrati lui aveva registrato “strani”
atteggiamenti di ostruzionismo. A Milano, li avrebbero probabilmente
definiti atteggiamenti finalizzati alla c.d. dazione  ambientale. Mi
spiegò il problema e nel giro di una decina di giorni il Consiglio
Comunale fece il suo dovere. Poi l’impianto fu inaugurato in pompa
magna.

Adesso, come accennavo, Moncada si scontra con quella
burocrazia Regionale il cui degrado è stato evidenziato dall’arresto, con
la mazzetta in tasca, del parlamentare regionale Gaspare Vitrano.
Bravo e tosto, Moncada: Di Gati racconta che, da un dato momento in
poi, il principe agrigentino delle pale eoliche diviene bersaglio degli
attentati del superboss Falsone, che ritiene di colpire le sue
attrezzature appena sbarcate persino nel porto di Termini Imerese.
Moncada è un imprenditore non solo coraggioso ma forse anche
contagioso. Sì, contagioso. Segue il suo esempio un altro personaggio
di primo piano, in grado di svolgere in Sicilia un ottimo lavoro di
squadra, Giuseppe Catanzaro. Anche lui, innanzi al “Galbani dello
Stato Italiano” ad Agrigento, cioè il poliziotto antimafia che riesce ad
ispirare fiducia, riempie pagine su pagine incastrando mafiosi ed
estortori.
La rottura tra Cosa Nostra e le migliori menti dell’imprenditoria
agrigentina è netta. In questi giorni l’impresa ISEDA, dei Consiglio e
degli Alongi, ha ottenuto un importante premio ambientale, per come
riescono a realizzare la raccolta differenziata in alcuni comuni
lombardi, ove hanno vinto le gare d’appalto.
Anche l’ISEDA era all’interno del vecchio sistema e ritengo certo
che si sia asservita all’ex sindaco di Agrigento, Calogero Sodano, per
ottenere l’aggiudicazione truccata di quell’appalto nel 1997. L’allora
Prefetto di Agrigento, Giosuè Marino (oggi vice Presidente del Governo
Regionale), mise a verbale innanzi alla Commissione Parlamentare
Antimafia il reticolo di rapporti poco chiari che ruotavano attorno agli
appalti gestiti dal sindaco Sodano.

Vi erano i Consiglio e vi era il conclamato capo mafia Russello, alter ego del boss Lillo Lombardozzi.
Come vedremo già alla fine degli anni ’90 il prefetto Marino aveva
anticipato ciò che racconterà Di Gati su Sodano a disposizione di Cosa
Nostra. Dunque l’ISEDA è un’impresa che è stata immersa in un
sistema mefitico, ma quando opera a Varese lavora meglio delle
imprese lombarde. Nella tutela dell’ambiente. E oggi è tra le imprese
che hanno denunziato il sistema di Cosa Nostra, mandando sotto
processo boss ed estortori. Si può essere orgogliosi anche di questi
frammenti del nuovo corso dell’ISEDA, protagonista appunto di
cambiamenti rispetto al contesto degli appalti truccati del Comune di
Agrigento. Già, perché la storia dell’ISEDA fa riflettere.

Nel 1984
l’assessore Calogero Sodano (sì, proprio lui, più giovane e con tutti i
capelli di un bel nero corvino) bandisce la prima grande gara d’appalto
per la nettezza urbana. La vince l’impresa del cugino di Sodano.
L’impresa dei Consiglio non ci sta e fa ricorso. La gara è irregolare e
viene annullata. Il contrasto tra l’impresa del cugino di Sodano e
l’ISEDA viene risolto con una geniale idea della politica agrigentina,
facendo associare i due imprenditori. Gestiranno assieme l’appalto,
non vi è motivo per litigare. Tutto si aggiusta, soprattutto grazie a chi
è in grado di truccare le gare. Ho raccontato questo episodio perché
la vicenda del 1984 rende chiaro quale sia il circuito perverso che si
può mettere in moto tra politici, mafiosi e imprenditori. Nel 1984 la
ISEDA prende lo schiaffone e crea fastidi facendo ricorsi. Poi impara
la buona educazione. E si accorda con Sodano e suo cugino. Il risultato
dell’accordo è il processo che si sta celebrando in Tribunale. Da
ultimo, in questi anni, anche l’ISEDA ritiene che è meglio abbandonare
pratiche condivise con i vari Sodano e peggio ancora con gli uomini di
Cosa Nostra. Pensano, i signori dell’ISEDA, che anche ad Agrigento
possono essere i primi e fare le cose come le fanno in Lombardia.
Altre pagine interessantissime nei verbali giudiziari sono state
scritte da un altro imprenditore dalla intelligenza finissima, Marco
Campione.

L’impresa Campione non è quella che viene fuori dalle
pagine di Di Gati. L’impresa Campione è oggi un altro soggetto
imprenditoriale che ha saputo reagire anche con scelte pericolose e
coraggiose scontrandosi con Cosa Nostra. Uno dei primi gesti di
grande rottura si è avuto quando i signori Campione si sono permessi
di controllare meticolosamente chi erano i soggetti interessati ai
subappalti e ai lavori connessi con il riempimento a mare di Porto
Empedocle che i Campione realizzavano con un vecchio finanziamento
europeo. Si trattava di lavori, quelli che i Campione hanno voluto
controllare, di movimento terra e di trasporto con i camion. Doveva
essere una pacchia per le imprese di Cosa Nostra.

Si è trasformato in un disastro. Operatori economici mafiosi allontanati dal cantiere. Una
selezione mai neanche immaginata prima di allora. E poi si è
proseguito su questa linea, rifiutando di pagare il pizzo e soprattutto
riempiendo pagine interessantissime di denunzie e testimonianze su
come il sistema politico mafioso, a cavallo tra gli anni ‘90 e 2000,
volesse spremere, asservire, condizionare le imprese, imponendo le
leggi del pizzo, della tangente, della spartizione. E non è un caso che
l’impresa Campione sia oggi costituita in giudizio contro il sindaco
tangentista di Lampedusa e con Girgenti Acque e i suoi coraggiosi
responsabili abbia contribuito a denunziare e comprovare, nelle aule
di giustizia, il sistema tangentizio dei sindaci di Licata e di Racalmuto.
Il mondo è proprio piccolo, perché Di Gati ci offre anche alcuni
elementi di riscontro delle qualità di quei sindaci estortori. Ma questo
lo vedremo più avanti.


DI GATI E LA SINISTRA

“Posso riferire dei fucili dati per uccidere l’On.le Giuseppe
LUMIA; li ho dati a VIRGA Domenico ed ad un soggetto che è
detenuto per le dichiarazioni di GIUFFRE”. VERBALE 1 DICEMBRE
2006
“So da FALSONE che GUELI di Campobello di Licata aveva
rapporti con lui; anzi disse che GUELI era “una creatura nostra”,
anche se era comunista, intendendo con riferimento alla famiglia
mafiosa”. “Disse che tramite questo Sindaco si poteva arrivare a
CAPODICASA per avere lavori. Per adesso mi ricordo questo”.
VERBALE 1 DICEMBRE 2006
“Altro esponente politico di cui ho parlato con FALSONE Giuseppe
in incontri avvenuti nel 2000 è GUELI di Campobello di Licata su cui
ho già riferito in precedenti verbali. Ribadisco che tramite lui si
poteva arrivare a CAPODICASA che so essere di Ioppolo Giancaxio
ma che non ho mai conosciuto.
Mandai a chiedere a Luigi CACCIATORE, vecchio capomafia di
Ioppolo, tramite Stefano FRAGAPANE, se di questo CAPODICASA ci
si poteva fidare. Il CACCIATORE mi disse che era una brava persona,
eventualmente a disposizione, ma che purtroppo aveva sbagliato
partito perché era candidato nella liste della sinistra”. VERBALE 22
FEBBRAIO 2007
“Parlando di politica, ricordo una circostanza relativa
all’elezione a sindaco di SODANO, nella metà degli anni ’90. In quel
momento c’era ARNONE l’ambientalista che era messo bene.
In questa circostanza SODANO ebbe l’appoggio di Cosa Nostra
nella persona di Arturo MESSINA.
Durante un’incontro da Salvatore FRAGAPANE che allora era
latitante a Casteltermini, eravamo presenti io, MESSINA Arturo,
Salvatore CASTRONOVO. In quel contesto sentii il MESSINA
lamentarsi di ARNONE, un ambientalista candidato a Sindaco di
Agrigento che era in buona posizione per vincere le elezioni, che non
avrebbe consentito di mettere più “le mani” di Cosa Nostra su
Agrigento. In relazione a tale fatto il MESSINA disse che SODANO gli
si era rivolto per i voti e fu effettuata una raccolta di voti a cura di
CASTRONOVO Salvatore ed Arturo MESSINA in entrambe le
circostanze in cui SODANO fu sindaco di Agrigento; ciò consentì
l’elezione di quest’ultimo”. VERBALE 19 APRILE 2007

“La società dell’autodromo si “metteva a posto” regolarmente e
quando non avveniva gli mettevamo il segnale. Prima ci pensava
Beniamino, poi se ne occupò Roberto. L’ultima volta che ricordo
l’importo pagato fu di 10.000 Euro ed era l’ultima tranche della
messa a posto. Ci basammo per la messa a posto sull’importo del
finanziamento che se non sbaglio fu di 8.000.000.000 di lire.
A.D.R. L’ing. MARCHESE e MORGANTE, entrambi soci, erano
politicamente inseriti nel centro sinistra ed in particolare vicini
all’on. CAPODICASA. Seppi da Lillo ROMANO che si erano rivolti a
quest’ultimo per il finanziamento ai sensi della legge 488. Parlai con
Lillo ROMANO perché sapevo che era tirchio e volevo capire come
faceva a spendere per l’autodromo.
“Parlai con Lillo ROMANO della questione autodromo prima della
mia latitanza nel 1998. All’epoca stavano iniziando i primi
sbancamenti e allora mi informai perchè volevo capire come
funzionasse tutto il sistema, credendo che i lavori fossero solo una
attività fittizia mirata solo a percepire i finanziamenti. Invece
appresi da Lillo ROMANO come si svolgeva la cosa, ovvero che
aveva i finanziamenti che percepivano grazie all’opera di ambienti
politici palermitani ed in particolare dell’on. CAPODICASA, ai quali
era stata promessa una tangente per tale intervento”. VERBALE 19
APRILE 2007