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"Il Kottabos dei Sikeloi" di Margherita Arancio

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Sulla natura e il significato del gioco ci sono tante teorie. Il gioco veniva interpretato come svago, come riposo dal lavoro. Il gioco d’azzardo con la posta di danaro o in oggetti preziosi ebbe diffusione a Roma nell’età Imperiale, sebbene proibito.

Il popolo giocava alla ruzzola, alla morra, alla corsa nei sacchi, ai dadi. I ragazzi, invece, giocavano con giochi mai tramontati come: la campana, il girotondo, la cerbottana, il cerchio. A poco a poco si diffusero i giochi detti di società, quali sciarade, i proverbi muti, la pentolaccia.

In tempi più moderni, oltre gli scacchi e alla dama (inventato in Persia da un mercante, povero, che sfidò il pascià, la posta chicchi di riso) si sono affermati il lotto, la roulette, le parole incrociate, il biliardo. I giochi moderni, il bridge, il poker, la scala quaranta, il ramino, la canasta e burraco.

Attualmente circa tre milioni di giocatori in Italia hanno la passione per il burraco (buraco che tradotto vuol dire setaccio), soprattutto le donne che si riuniscono nelle sale da the o in circoli ed associazioni, è un gioco che esercita una funzione psicologica, mentale, di competizione, di sociabilità, ha norme severe internazionali (con arbitri).

Negli anni quaranta in Uruguay ( dove fu inventato) cominciarono le prime partite con cinquantadue carte compresi i jolly, in Italia il boom arrivò negli anni ottanta. Nel mondo Greco i giochi sono descritti da Omero di origine antichissima e molto popolari, consistevano in gare atletiche, di lotta, lancio del disco a cavallo o con i carri. L’ars ludica più in voga nel mondo Greco erano il cottabo, il ludus latrunculorum (gioco dei ladruncoli-scacchi) e il ludus duodecim scriptorum (gioco dei dodici scrittori) un gioco simile alla dama.

Presso i Greci di Sicilia c’era l’usanza prima di iniziare il banchetto o dopo, di giocare al cottabo, diventò una mania. Affinchè il gioco fosse autentico occorreva una schiava giovane, vestita solo di fiori che si occupava di mettere a posto il Plastinx (piattino piccolo che veniva fissato sulla parte superiore del rhabdus, palo) e di riempire le coppe di vino. Presso i Sikeloi si sviluppò nel V sec.a.c. il gioco del Kottabos, a prima vista sciocco, piacque a tal punto che col tempo si predispose un’apposita stanza circolare; si doveva restare sdraiati sul kline (letto da pranzo) sul fianco sinistro (se non si era mancini) e, solo con la mano destra, con il movimento del polso, doveva far tutto.

Questo movimento preciso veniva detto “ankilè”, con l’ultima goccia di vino rimasta nella tazza kilix (coppa per il vino) si tentava di colpire un vaso dondolante a  una certa distanza e, contemporaneamente  al lancio, si pronunciava il nome della persona amata;se le gocce non bagnavano il pavimento, il fortunato giocatore aveva diritto di amare la persona prescelta (in un vaso Ateniese sulla coppa c’è una scritta “questo lo faccio per te ,Leagros ”il piu’ bell’uomo della Grecia), ecco perché a questo gioco potevano partecipare anche le donne.

Il vincitore, alla fine, deduceva le fortune amorose dicendo “so che tu mi ami”. Finita la cena, gli uomini, sempre sdraiati sui triclini, sgranocchiavano qualcosa (mandorle,noci,miele,formaggi) e bevevano il prezioso dono di Dioniso (symposion-bere insieme. I Greci non bevevano mai da soli),ben presto però presero molto gusto per questa bevanda che essendo troppo forte faceva male alla salute e finivano per morire pazzi.

Fortunatamente, dopo che molti furono colpiti dalla pazzia del vino, Giove decise di intervenire e con un gran  temporale insegnò agli uomini l’arte di annacquare il vino. La leggenda racconta di un gruppo di uomini, che mentre stavano banchettando vicino al mare, scoppiò un temporale che li mise in fuga. I bevitori abbandonarono tutto sulla spiaggia e si ripararono in una grotta: piovve molto e l’umore celeste riempi’ il vaso di vino ancora pieno a metà.

Finita la burrasca gli uomini, allegri,tornarono al recipiente e assaggiarono il vino diluito, trovarono che era buono e, oltretutto, non bruciava lo stomaco. Da allora i greci cominciarono a bere il vino diluito, a volte  anche gelato, mettendolo in un vaso pieno di neve, detto “psiktere (vaso per mantenere fresco il vino). Amfizione (terzo sovrano di Atene) aveva instituito il costume di bere, a fine cena, un sorso di vino puro (vino puro fortissimo,Ulisse lo fece bere al Ciclope) e subito dopo continuare a berlo solo diluito (pros bian, per costrizione del padrone di casa).

Secondo le cene esistevano  varie diluizioni: metà e metà o tre quarti di acqua e una parte di  vino. Anacreonte di Teos (un animatore di banchetti,un seduttore,mori’ soffocato con un acino d’uva) scrive molto del gioco ispirato da Afrodite (dea dell’amore) e dice: “col braccio piegato fan suonare il cottabo Siciliano”.

Pindaro  nei suoi canti conviviali, parla del gioco inventato in Sicilia che intratteneva fanciulli e fanciulle e del premio finale (cottabeia)che poteva essere anche un gioiello o una somma di denaro. Per trecento anni fu il gioco di moda per il dopo cena, raffigurato su innumerevoli vasi e dipinti, molti Kilix e Pisketere sono stati ritrovati  e oggi fanno bella mostra nei Musei; nel terzo sec.a.c. cadde in disuso e i Romani non lo hanno conosciuto.

Molti crateri (vasi), dipinti con figure rosse con scene di banchetti, rappresentano il passatento preferito, rinvenuti negli scavi, oggi sono esposti nel Museo Archeologico Nazionale S.Nicola di Agrigento.
Un brindisi: Kaire, Kaire Kai pie eù (salute e bevi bene )

Margherita Arancio

Chi non odia costui come la peste, mai beva dalla coppa con noi alla festa. ( Aristofane )