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Una riflessione sul caso della giovane partoriente che lascia il figlio all’ospedale di Licata

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La notizia che una donna ventenne  di origine rumena,  residente nella nostra provincia, dopo aver partorito un bambino decide di affidarlo ai medici dell’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata, è senz’altro  un segnale di grave di assoluta povertà sociale che sta attraversando la nostra provincia.

Questo avvenimento, a prescindere dalla storia personale di questa giovane donna, che tra l’altro non conosciamo e non sarebbe giusto esprimere giudizi morali, ci deve soprattutto far riflettere sul perché si possa  arrivare a questo estremo gesto di rifiuto del proprio figlio, di accudirlo in prima persona.

 

C’è stato il tempo in cui ciò era più difficile che accadesse, per via del fatto  che  interventi    interfamiliari o istituzionali   garantivano una dignitosa soluzione, soprattutto umana. L’eventuale affidamento  non deve farci sentire più tranquilli  dato che i tempi dell’affido saranno molto lunghi, privando  lo sfortunato neonato  di un indispensabile ed urgente bisogno di calore e cure materne o paterne.

La ruota o il “baliato” di vecchia memoria non esistono più, e il nostro sfortunato figlio “d’anima” (come un tempo si usava dire) dovrà attendere nelle asettiche culle ospedaliere il necessario iter burocratico prima di essere accudito e cullato nelle calde braccia di una mamma.

E credo che a questo punto dobbiamo dirla tutta: questa vicenda di reale e cruda  povertà   non è altro che la punta dell’icerberg di un malessere sociale  molto più grave ed esteso di quello che appare in superficie. Ed anzi, bisogna  dire che questa giovane donna ha assunto una decisione, sicuramente molto sofferta, ma umana sul piano della riduzione del danno, rispetto a tanti altri casi di inenarrabili infanticidi di indifese creature che hanno riempito le cronache.

La federazione provinciale di  Sinistra ecologia e libertà di Agrigento e il circolo di Licata  ha sentito il dovere di  sollevare questa triste storia per avviare una riflessione  sul piano del costume sociale,  umano ed economico della nostra provincia, classificata tra le più povere d’Italia, ma soprattutto vuole ribadire che questa  storia è anche frutto  dei tagli dei finanziamenti allo stato sociale portati avanti dai governi berlusconiani a livello nazionale, quelli lombardiani a livello regionale,  a scapito delle classi più povere della regione.

Lo stato sociale che si rispetta in un paese democratico dovrebbe essere in primo piano  nell’azione politica di tutela  verso i minori che, assieme ai cittadini bisognosi, dovrebbero essere  aiutati e non  abbandonati a loro stessi; a causa di questa scellerata politica berlusconiana dei tagli ai comuni, specie nel campo dei servizi sociali, si sono smantellati i presidi di servizi sociali  che bene o male garantivano il minimo sostegno alimentare.

Infatti non ci sono più soldi per il sostegno alle famiglie, ne per le ragazze madri, ne per  vedove ed orfani, ne per portatori di handicap, ne per i disoccupati cronici, ne per gli immigrati, che senza  favorirne l’integrazione vengono spinti alla ghettizzazione.

Quindi, a prescindere questo singolo e triste caso della giovane donna che abbandona il proprio figlio perché non è in grado economicamente di sostenerlo,   un intervento dei servizi sociali del comune attraverso un  sostegno economico  alle cosiddette “ragazze madri” potrebbe evitare il trauma dell’abbandono materno.

Calogero Miccichè Coordinatore Prov.le di Sinistra ecologia e libertà di Agrigento e Il circolo di Licata di SEL