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Pirandello e l'incontro con Einstein tra sogni americani, cinema e delusioni

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Correva il 1935 e lo scrittore agrigentino Luigi Pirandello, fresco di Nobel, era diretto per la seconda volta (la prima nel 1923) in America perchè contattato dalle major cinematografiche statunitensi: Universal, Paramount,  Fox,  Goldwin Mayer. Il successo mondiale di Pirandello fu tale che gli americani lo accolsero come una celebrità Hollywoodiana al suo arrivo a New York.

Il drammaturgo agrigentino sbarcò dal «Conte di Savoia» a metà luglio di quell'anno, accolto da truppe di giornalisti, dalle promesse dei produttori hollywoodiani, dai solenni omaggi delle autorità accorse per salutare come si doveva il Premio Nobel, uno dei maggiori scrittori del momento, con banchetti, concerti, party.

Ma le aspettative di Pirandello furono subito deluse e le speranze di sfondare nel business del cinema sfumarono da lì a poco.

In una lettera alla sua Marta (Abba) scrisse: "ne ho la nausea fino alla gola". Lo scrittore comprese che le trattative con la Paramount, con la Fox, con la Goldwin Mayer, con la Universal per portare sul grande schermo alcuni dei suoi scritti più famosi si rivelarono solo fumo negli occhi, e anche l'interesse della celebre Marlene Dietrich (la quale l' aveva chiamato augurandosi di avere una parte in un eventuale film tratto da "Trovarsi") era rimasto "niente più che un auspicio" e "che Hollywood non fa per lui e soprattutto lui non fa per Hollywood". Pirandello lo saprà con certezza lasciando l'America, in ottobre.

Mentre nel '23, su invito (e con il contributo) del magnate dell' automobile Henry Ford, la tournée produsse qualche successo di pubblico e di critica, stavolta fu il definitivo fallimento di un sogno a lungo maturato («sono alla vigilia di una grande fortuna», aveva detto prima di imbarcarsi).

Poco prima di tornare nella sua Agrigento, però, Pirandello ebbe modo di incontrare il più grande scienziato di tutti i tempi, Albert Einstein, che già allora si era trasferito a Princeton, negli States. Fu lo stesso Einstein a invitare Luigi Pirandello nel «suo» campus universitario (nella rara immagine in alto l'incontro tra i due a Princeton).

Ma forse quella mattina d' agosto in cui raggiunge il suo amico Albert dopo un'oretta di treno, Pirandello non ha ancora perso tutte le speranze. Amico è forse dir troppo. C'era un tempo, neanche tanto remoto, in cui solo a sentirne il nome gli venivano i nervi. Era quando i critici accostavano troppo ingenuamente il cosiddetto relativismo esistenziale dei suoi personaggi con la teoria della relatività.

Nel '22, a un giornalista di «Epoca» che gli chiedeva se condividesse l' opinione di molti secondo cui le questioni proposte nelle sue opere erano già nell' «aria del tempo», rispose un po' risentito rivendicando un primato: «Ebbene, quei problemi erano unicamente miei, erano sorti spontanei nel mio spirito, si erano naturalmente imposti al mio pensiero. Solo dopo, quando i miei primi lavori apparvero, mi fu detto che quelli erano i problemi del tempo, che altri, come me, in quello stesso periodo si consumavano su di essi. E  ancora io non conosco Einstein!».

Due anni dopo ribadiva: «io ho compiuto e creato la mia opera d' arte senza alcun riferimento a questa filosofia (la relatività); del resto vi confesso che fino a poco tempo fa ignoravo Einstein e la sua scuola; ora, per curiosità, sentendone parlare ho cominciato ad occuparmene».

Il primo incontro con lo scienziato tedesco risale al 1925: Pirandello era a Berlino con il suo Teatro d' Arte e Einstein andò a vedere Sei personaggi in cerca d' autore. Pochi mesi dopo, ricordando quella serata, lo scrittore dimostrava di aver cambiato idea sui rapporti con la teoria del fisico. «Ella pensa, Maestro, di aver fatto nel teatro, ciò che Einstein ha fatto nella scienza?», gli chiese un giornalista. Risposta: «Perfettamente».

Con una precisazione: «L' ho conosciuto al tempo del mio recente giro in Germania (...). È voluto venire egli stesso a trovarmi in teatro, nel mio camerino, e, appena entrato, mi ha detto in italiano (lo parla con fatica, ma con studio particolare, per esprimersi chiaramente): "Noi siamo parenti". Ho passato con lui un' ora interessantissima. È un uomo geniale e simpatico, e la conversazione, su qualunque argomento, anche ben lontano dalla sua scienza, è sempre attraente: rivela una mente lucida e una cultura vastissima».

Esule negli Stati Uniti in fuga dalla Germania nazista, di cosa avrà voluto parlare con il fascista Pirandello l' ebreo Einstein? Perché ha voluto raggiungere telefonicamente lo scrittore italiano nella sua suite al quarantunesimo piano del Waldorf Astoria invitandolo a Princeton? Sicuramente per salutarlo. In fondo anche a Parigi, nel '31, saputo che Pirandello era in Francia, Einstein lo invitò, raccogliendone il rifiuto, per una serata in casa sua con il grande Charlie Chaplin.

Ma stavolta le cose stanno diversamente. Lo racconta bene Elio Gioanola nel suo Pirandello Story (Jaca Book 2007). Arrivando a New York, il Premio Nobel, in una burrascosa conferenza stampa, non rinunciò a difendere le imprese coloniali africane del regime italiano, rivangando - a difesa di Mussolini - le colpe storiche americane: «Anche l' America era un tempo abitata dagli Indios e voi l' avete occupata. Se era diritto il vostro, lo è anche il nostro».

Il giorno dopo fu un putiferio sui giornali e non è escluso che Einstein avesse voluto affrontare la faccenda, rinfacciando all' amico, sedicente «apolitico» o «impolitico radicale», la sua fede fascista. E può anche darsi che quell' immagine di semi-idillio rurale preludesse a una discussione tutt' altro che accomodante. «Parenti» sì, ma fino a un certo punto.