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Rivolta popolare con barricate, sassaiole e voglia di cambiamento di una città affamata di lavoro

Quella che vogliamo raccontarvi oggi è la storia di una rivolta popolare scatenata da una politica inetta, clientelare e tornacontista che aveva fatto sprofondare una città nel baratro della miseria, della disoccupazione, della precarietà.

Molti potrebbero pensare che questa narrazione sia legata alle disavventure della nostra Agrigento, della nostra provincia, ma non è così.

Oggi, parliamo di una rivoluzione popolare che avvenne nel 1970 a Reggio Calabria dove una città intera scese in piazza per protestare energicamente contro la incapacità della politica di creare lavoro, sviluppo e futuro per i giovani che già allora e in massa, come i nostri concittadini agrigentini, emigravano per il nord in cerca di fortuna.

E' una storia da leggere e da ascoltare per intero, inoltre in fondo al racconto di quei caldi giorni calabresi, potrete vedere le testimonianze e la cronaca in un eccellente documentario che racconta i fatti dei moti di Reggio Calabria.

Per vedere le altre foto di quei giorni cliccate sull'immagine in alto e quando si apre la foto al centro scorrete cliccando a destra dentro l'immagine stessa per vedere le altre. Per vedere il video-documentario in 4 parti scorrete in fondo all'articolo.

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Reggio Calabria nel luglio del 1970 diede vita a una violenta protesta meglio conosciuta come la ‘Rivolta di Reggio’ per esprimere il proprio dissenso rispetto ad alcune scelte politiche e, soprattutto, allo scippo del capoluogo, assegnato a Catanzaro rispetto a un’appartenenza storica di diritto naturale, ma i moti hanno radici lontane, in mali antichi e in nuove vistose contraddizioni: la disoccupazione, la precarietà, l'esodo verso il Nord industrializzato.

La Città scese in piazza in massa, con decine e decine di migliaia di persone tra cui moltissime donne a protestare contro le scelte delle stanze dei poteri, cucite abilmente contro gli interessi di Reggio. Furono giorni violentissimi. Lo Stato rispose con la violenza, inviando a Reggio l’esercito, i lacrimogeni, i celerini e i carri armati. La stampa si macchiò della pagina più buia della sua storia in Italia, censurando e trasformando la realtà dei fatti, dipingendo la Rivolta di Reggio come i moti di pochi “facinorosi“, “teppistelli fascisti” o peggio ancora “delinquenti mafiosi“.  Mentre i giornali e i telegiornali di tutto il mondo raccontavano la sofferenza di una Città che si sfogava così ai soprusi di un Governo ormai nemico, la stampa nazionale, assoggettata al potere, censurava i documenti di cronaca che arrivavano da Reggio, ignorava quei fatti dedicando pochi trafiletti nelle ultime pagine, vicino il meteo o lo sport, e quando scriveva qualche colonna in più lo faceva solo e soltanto per infamare ulteriormente una Città già devastata.

Il 14 luglio 1970 si decise di assegnare a Catanzaro la sede dell'Assemblea Regionale. Il giorno precedente il sindaco, appoggiato da tutte le forze politiche con l'esclusione di PCI e PSI, aveva proclamato lo sciopero in città contro la penalizzante decisione. Il giorno 15 succede qualcosa: un gruppo di giovani reggini va alla stazione per occupare i binari. La polizia carica con decisione, con violenza, ci sono parecchi feriti e una decina di arresti.

Intanto nascono le prime barricate nel centro storico e viene bloccata l’autostrada. Una folla enorme si riversa in Piazza Italia, la piazza principale di Reggio, e chiede l’immediato rilascio degli arrestati. La polizia carica nuovamente, anche in maniera più decisa e la città esplode. La sera si conteranno circa 45 feriti, quasi tutti frale forze dell’ordine, poiché i Reggini non andranno in ospedale per paura di essere identificati.

Nella drammatica giornata successiva c’è il primo morto: Bruno Labate, ferroviere e iscritto alla CGIL, viene trovato agonizzante nei pressi di corso Garibaldi dopo una carica della polizia. La situazione sta degenerando, ai funerali del Labate partecipano migliaia di persone che sfilano in corteo passando sotto la questura, che viene attaccata da un migliaio di giovani; la celere, presente in forze e armata di mitra, è pronta ad intervenire, ma il questore Santillo riesce a bloccarli evitando sicuramente una strage.

Nella via vengono date alle fiamme decine di auto civili e due mezzi della polizia.  La rivolta si estende anche in periferia e sembra ormai sfuggire di mano dal comitato politico unitario formato dalla Dc e dal Sindaco Battaglia.

La destra, all'inizio, chiama gli sciperanti teppisti e cialtroni, ma quando il comitato di azione locale finisce sotto il controllo del segretario provinciale della Cisnal, Francesco Franco detto Ciccio, si schiera con la sollevazione. Nasce lo slogan "boia chi molla". Ordine Nuovo attribuisce a Reggio un ruolo pressoché storico: "è la nostra rivolta, dice, è il primo passo della rivolusione nazionale in cui si brucia questa oscena democrazia".

Il 22 luglio una traversina della ferrovia provoca il deragliamento della Freccia del Sud a Gioia Tauro, causando la morte di sei passeggeri e il ferimento di altri cinquanta.

Barricate,occupazioni,nei giorni successivi la violenza aumenta, bombe molotov, attentati dinamitardi,incendi,cariche della polizia, pestaggi e 5 morti e centinaia di feriti.  Il comitato di lotta inasprisce la rivolta proclamando la lotta con le armi,esplosivi e finanziamenti, alcuni industriali Reggini vengono sospettati di favoreggiamento verso i rivoltosi.

La rivolta di Reggio durerà fino al Febbraio del 1971 quando il presidente del Consiglio Emilio Colombo annuncia che a Reggio Calabraia sorgerà il 5 centro siderurgico nazionale con un investimento di 3 mila miliardi e oltre 10 mila posti di lavoro. La città e i Reggini accettano la proposta, e dopo pochi giorni l’esercito entra in città con i carri armati che sgomberano le strade dalle barricate diventate in alcuni casi veri e propri muri innalzati dai rivoltosi.

Il processo a carico dell'animatore della rivolta, diventato nel frattempo senatore missino, e dei suoi seguaci, si terrà nel 1975. Franco, ritenuto colpevole di istigazione a delinquere, apologia di reato e diffamazione a mezzo stampa, verrà condannato a un anno e quattro mesi di reclusione.

Nell'ottobre 1972, a due anni dai fatti di Reggio, su uno dei treni pieni di operai e di sindacalisti diretti nel capoluogo calabrese per la Conferenza del Mezzogiorno, esploderà una bomba: cinque i feriti. Due ordigni scoppieranno sulle rotaie in vicinanza di Lamezia Terme. Altre bombe inesplose verranno rinvenute lungo la stessa linea ferroviaria.

Pierre Carniti, in un affollatissimo comizio, dice: "Quel treno che portava via gli emigranti...non volevano consentire che tornasse per farli partecipare a questa grande manifestazione. Siamo in presenza, amici e compagni, e non la sottovalutiamo affatto, siamo in presenza di una criminalità organizzata, che è anche indicativa, però, del suo isolamento. Si tratta di gente disperata, perché ha capito che l'iniziativa di lotta dei lavoratori, di questa stessa manifestazione sindacale, rappresenta un colpo durissimo. Ecco perché reagiscono con rabbia, reagiscono con disperazione. E oggi, come cinquant'anni fa, questa reazione conferma che il fascismo con il manganello e il tritolo è al servizio dei padroni e degli agrari contro i lavoratori e contro il proletariato. Ma dunque compagni, debbono sapere che non siamo nel '22 e che la classe operaial, le masse popolari, le forze politiche democratiche hanno la forza ed i mezzi per difendere le istituzioni democratiche dall'attacco e dall'aggressione fascista. E ciascuno farà la sua parte in questa direzione. Oggi non sono calati a Reggio, amici e compagni di Reggio, i barbari del Nord, ma con gli impiegati e con gli operai del Nord sono tornati a Reggio i meridionali!"

Ma  qual’è la vera chiave di lettura sociale della Rivolta di Reggio?

S’è trattato, innanzitutto, di un sentimento popolare diffuso in tutta la Città. Una Città che, fiera e orgogliosa, aveva deciso di scendere in piazza e fare la guerra per mantenere alta la propria dignità, ribellandosi ai soprusi imposti dall’alto. I sentimenti di rabbia, sofferenza e soprattutto amore per la propria Città portarono decine di migliaia di reggini a identificarsi in una comunità, rinforzando l’identità urbana mai scalfita da dominazioni e stagioni storiche nel corso dei secoli e dei millenni.

La rivolta di Reggio era anche la rivolta del Sud: “Con il bordello di Reggio metteremo fine al bordello d’Italia“, recitavano alcuni “striscioni” con fortunose scritte su muri e cartoni. Altri erano contro la mafia. Molti altri ancora erano contro Cosenza e Catanzaro, in quella che oggi possiamo definire una lotta tra poveri. In fondo, Cosenza e Catanzaro non facevano altro che portare avanti i loro legittimi interessi. Avevano una classe dirigente e politica che contava e pesava in parlamento, al contrario di Reggio, e che riusciva a rispondere alle esigenze di sopravvivenza di quel territorio, per molti aspetti ancor più malmesso rispetto a Reggio e dintorni.

I politici che, con grande furbizia e abilità, segnarono in quegli anni i più grandi successi della storia di Cosenza e Catanzaro, erano anch’essi meridionalisti convinti. Facevano parte anch’essi di un Mezzogiorno in grande sofferenza. Sofferenza di cui la Reggio del luglio 1970 e dei mesi seguenti fu eloquente espressione. La Rivolta durò più di un anno.

La Città fu più volte a un passo dal collasso civile, sociale, economico e anche fisico. Il ruolo della Chiesa e dello sport fu decisivo affinchè si calmassero le acque. E l’indimenticato Sindaco Battaglia, il Sindaco della Rivolta, è oggi ricordato al pari di Ciccio Franco: un eroe. Un eroe perchè seppe, semplicemente, interpretare i sentimenti della società civile, perchè se ne fece carico a livello politico e istituzionale e proseguì fino alla morte la battaglia dalla parte della sua Città.

Oggi Reggio è diversa, è cresciuta ed è proiettata al turismo, al Mediterraneo, allo sviluppo e al benessere. Sul bellissimo Lungomare c’è il Monumento ai Caduti della Rivolta e la Stele a Ciccio Franco, cui è dedicata l’Arena dello Stretto.

Il processo di crescita e sviluppo che la Città ha intrapreso negli ultimi 12-13 anni, senza ombra di dubbio, ha radici proprio nel 1970, in quella Rivolta da cui Reggio uscì comunque vincitrice perchè diede al mondo l’immagine di una Città unita, fiera, orgogliosa di se stessa e capace di rivoltare sottosopra un intero Paese se scalfita, offesa e umiliata. “Una Città protesta quando in sè è vivo il germe della speranza” diceva il Sindaco Battaglia. Una speranza che oggi è diventata realtà.

Dopo i ‘Moti di Reggio‘, la Città attraversò altri anni bui, quelli delle guerre di mafia, dei morti ammazzati, delle lupare sui balconi. Poi la rinascita. Il Lungomare, il Tapis Roulant, i concerti, la cultura, le mostre, i voli internazionali all’Aeroporto, i turisti, i giovani, la movida notturna, le notti bianche, progetti avveniristici per il futuro e il Governatore Reggino, tutti tasselli di un puzzle inimmaginabile fino ad appena 16-17 anni fa. E poi c’è il futuro. Il futuro che vede Reggio tra le 10 Città Metropolitane d’Italia. Un grandissimo successo politico trasversale di una classe dirigente che, oggi, conta eccome in parlamento e persegue le istanze della Città.

Oggi Reggio ricorda la Rivolta con film, dvd, cd, foto, libri, testimonianze, racconti, speciali dei giornali, articoli, rubriche, convegni e conferenze. Perchè, come diceva Indro Montanelli, “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente“.