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Cara Girgenti Mia, 12.puntata: "la mafia ad Agrigento in epoca fascista"

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Dodicesima puntata di "Cara Girgenti Mia", la rubrica sulla storia della nostra città a cura de L'Altra Agrigento che pubblica articoli ed inchieste tratte dai giornali di fine ottocento e inizi del novecento. Oggi ci fermiamo al 1925 con un articolo che parla di mafia a Girgenti in quegli anni di fascismo e come, secondo il Governo dell'epoca, si riuscì a debellare questo cancro che ancor oggi, purtroppo infesta la nostra provincia. L'articolo è una disamina che parte dalla nascita della "maffia" (solo successivamente fu chiamata "mafia"), fino alla celebrazione di una presunta vittoria in realtà mai arrivata. Buona lettura.

Un comunicato Stefani dice che in questi giorni, dopo la cattura dell'ultima banda che infestava la provincia di Girgenti — la famosa banda Sacco — sono pervenute attestazioni di simpatia al prefetto Mori, per l'energica azione a lui affidata dal Governo fascista, per la liberazione delle piaghe rurali della Sicilia, ancora infestate dalla delinquenza attuale. « Speciale significazione — contìnua il comunicato — ha avuto la manifestazione unanime di consenso al nuovo indirizzo di propaganda, destinato a coronare l'opera di risanamento, oltre che per l'azione repressiva, che ha dato già i migliori fratti.

I mezzi per la propaganda educativa finora esplorati, mediante premi in natura e doni consegnati personalmente a « campieri » e soprastanti meritevoli, hanno fatto buona impressione. Recentemente è stato bandito un concorso a premi, di lire settemila, per la pubblicazione di un libro che, considerando i fenomeni della mafia e dell'omertà, venga a provare per le nuove generazioni una speciale valutazione dei rapporti che debbono intercedere tra individui e ordinamento sociale.

Cosi il Governo fascista — conclude la Stefani — con l'azione costante e coraggiosa svolta sotto la direzione del prefetto Mori, ha effettuato in gran parte le direttive solennemente annunciate dal Duce nel suo viaggio In Sicilia ».


Origini e degenerazione

L'argomento — la mafia — è dunque d'attualità: sicché è luogo a discorrerne, pur dopo il molto, e specie in questi ultimi anni, che se ne è detto e scritto, nell'isola e nel continente. E può essere opportuno ricordare che la parola mafia derivò già dal francese “mauffe”, che significa, come ognun sa, grazia, bellezza, attraenza in genere.

Con questo significato venne, in tèmpo remoto, in uso in Sicilia. Ma per acquistarne, in prosieguo dì tempo, un altro, più preciso, e diciamo più vigoroso: di forza, coraggio, superiorità, cavallina. Le origini di quésto mutamento di significato della parola si possono riconoscere intorno al 1830-40: quando una polizia corrotta — la polizia borbonica — arruolata tra gente di pessimo affare, che compiva ogni sorta di sopraffazioni e persecuzioni, cominciò a creare nell'animo dei rurali siciliani una sfiducia assoluta per la giustizia e la legge. Allora, ogni uomo che sapesse farsi giustizia da sè era “mafiusu”: cioè forte, coraggioso.

E indi ebbe origine la « mafia » -, associazione d'uomini che si facevano giustizia da sè, rifuggendo da ogni contatto con le autorità, di cui avevano una ripugnanza assoluta, e del resto perfettamente giustificata. La mafia nacque dunque, rileviamo, con caratteri di certa nobiltà, di dignità virile, d'indipendenza, di giustizia. In seguito però, e particolarmente dopo costituitosi il Regno d'Italia, dopo il '61, le tristissime condizioni in cui continuò ad essere abbandonata la P. S. nell'isola, il pessimo reclutamento della polizia, la debolezza cronica, se non pur l'estremo disinteressamento dei vari governi, fecero si che la mafia degenerasse completamente in un'associazione criminosa, con scopi prevalentemente delittuosi.

Nel 1900 il famoso processo Notarbartolo, che destò lauto scandalo pe l'arresto dell'onorevole Palizzolo, noto capo-mafia, dà un'idea di che cosa fosse la polizia nell'Isola, che portava i rapporti dei questori ai capi-mafia, e faceva scomparire verbali e prove compromettenti, diventata complice d'ogni razza di delinquenti. Il defunto on. De Felice Giuffrida nel suo noto volume “Mafia e delinquenza in Sicilia”, per dar un'idea della formazione del corpo di P. S. di quel tempo, cita il seguente episodio: « Un giorno viveva a Palermo un celebre delinquente, capo della mafia, violento, pericoloso e peggio. Il questore che lo sapeva organizzatore e complice di molti delitti, lo chiamò nel suo ufficio e gli disse: — Tu devi entrare nel corpo delle guardie di pubblica sicurezza —.

E gli offri un posto di graduato. L'altro rifiutò. E il questore duro: — Ti accordo otto giorni per riflettere, avvertendoti che hai-tali precedenti, ed io ho tante prove di quello che sei tu, che posso subito mandarti a domicilio coatto — L'altro parlò a Tizio, si raccomandò a Sempronio. Ma il questore duro: — O nelle guardie pubblica sicurezza o a domicilio coatto!— Allora il mafioso scelse una terza via. Aspettò il questore in piena piazza del Palazzo Reale, e pubblicamente lo pugnalò! ».

E i Governi non solo si dimostrarono sempre impotenti; ma anzi più di una volta si servirono, come fu provato, della mafia per loro fini polìtici, o piuttosto elettoralistici. A Catanzaro, molti anni fa, nello svolgimento di un processo in cui erano imputati molti loschi mafiosi, un delegato di P. S., tale Ippolito, richiesto dal presidente perchè la Questura di Palermo, pur conoscendo perfettamente la nessuna moralità degli imputati, avesse loro concesso il permesso di porto d'armi, rispondeva: « Signor presidente, in tempi di elezioni, i prefetti ed i questori rilasciano permessi d'armi e qualunque pregiudicato, purché dichiari di sostenere la candidatura ufficiale ».

In questo stato di cose e di decadenza morale è facile comprendere come la mafia avesse trovato un terreno adatto per la sua vita ed il suo sviluppo. Essa cominciò ad avere presto ingerenza dappertutto. Anche in Parlamento! E divenne potentissima. Un episodio caratteristico, che dimostra come la mafia godesse piena libertà e impunità sino poco tempo fa, alla vigilia stessa che il Governo decidesse d'iniziare la lotta a fondo. L'on. Farinacci, venuto a Palermo In occasione dell'inaugurazione del monumento ai ferrovieri siciliani caduti in guerra, pronunziava, dal balcone del Palazzo di Città, un discorso in cui rivolgeva qualche parola aspra alla mafia.

Ebbene, stillo stesso balcone si trovava ad applaudirlo trn notissimo capo-mafia: il sindaco di Piana dei Greci, cav. Francesco Cuccia, in sciarpa tricolore !... Questi è stato ora imprigionato dal prefetto Mori, e deferito all'autorità giudiziaria per mandato in omicidio ed associazione a delinquere. Era riuscito, da carrettiere che era, a crearsi, con mezzi delittuosi, una posizione di qualche milione.

Omertà e gergo.

Cosi, la mafia di oggi è una vera e propria associazione a delinquere. Le caratteristiche della mafia sono l'omertà e il gergo. Il mafioso, anche quando sa, ha visto e conosciuto, non testimonia mai dinanzi ai giudici, non ammettendo altra legge e altro diritto che quelli che lo vincolano alla mafia, con un'omertà senza limiti.

Dinanzi al giudice egli non riconta niente, non ha visto niente, o testimonia il falso, anche a proprio danno, pur di salvare il compagno mafioso Si hanno persino esempi di mafiosi, imputali di reati commessi da altri, che si sono lasciati condannare a pene severissime, piuttosto che denunziare l'autore vero del reato.

Il mafioso crederebbe di disonorarsi denunziando chicchessia: fosse questi anche un suo avversario, un nemico odiato. E se riceve un'offesa, non ricorre mai alla giustizia.

La giustizia se la farà da sè stesso, nell'ambito della mafia. Se mafiosi si uccidono fra di loro, gli amici dell'ucciso e quelli dell'uccisore, nemici acerrimi, si trovano momentaneamente sùbito riuniti da un pensiero solo: quello di salvare l'assassino dai rigori della legge. Se ferito, il mafioso si guarda bene dal dichiarare il nome del feritore. Pensa che, se vivrà, saprà farsi giustizia de sè. La sua preoccupazione, anche davanti la morte, è soltanto di non diventare “cascittuni”, cioè vigliacco e spia.

E non è detto che nella mafia manchi certa rusticana cavalleria, un concetto, sia pur traviato, dell'onore. Il vero “mafiuso”, qualunque sia l'odio che lo domini, non accoltella mai l'avversario alla sprovvista: lo invita sempre a stare in guardia.

Se in un duello rusticano esso cade, lo rialza; se gli si rompe il coltello, gliene dà un altro, perchè si difenda; se nella tenzone rimane vittima, ed ha combattuto lealmente e coraggiosamente, non se ne va, senza prima averlo baciato in fronte; e quando quegli cade, per le ferite riportate, non infierisce sul caduto.

Il gergo e linguaggio convenzionale dei mafiosi, linguaggio sorto dalla necessità d'intendersi, senza esser compresi da altri. In esso sono assai curiosi i modi di dire. Cosi, per dire « discutete con calma » si dice “sarvativi u cuteddru” — conservatevi il coltello; — per dire di un tale che grida troppo, e non ha il coraggio di esporre la propria pelle: abbaia — abbaja; - due che se ne vanno a ballari — a ballare — vuol dire due che vanno a battersi in duello; "sfilati na quasetta" — sfilare una calza — significa regolare una partita, vendicare un'offesa; per dire che quel tale è serio, di poche parole, capace di farsi Giustizia da se, è uomu — e un uomo.

E la mafia ha anche un alfabeto proprio, molto smile a quello della camorra di Napoli; e se ne serve per comunicare con i propri affiliati incarcerati, e più specialmente per indicare i “cascittuni”— contro i quali organizza una guerra senza quartiere, che termina solamente quando la morte raggiunge il traditore. Delinquenza, favoreggiamento, impunità. Tale la mafia, che godette già impunita e piena libertà d'azione. Per vivere tranquilli bisognava andar d'accordo con essa.

Se si era minacciati bisognava ricorrere ad essa e non alla questura, la quale spesso non poteva garantire e sostenere. La mafia invece garantiva la libertà e la vita. Vi rubavano? La questura si metteva in moto, cercava, investigava; ma non riusciva quasi mai a scoprire nè il corpo del reato ne il reo. Bastava invece rivolgersi a qualcuno della mafia; e questa vi faceva trovare subito la refurtiva, e vi portava dinanzi il ladro, il quale vi chiedeva scusa, e prometteva che non l'avrebbe mai più fatto, sapendovi un... amico.

E' tipico il caso successo anni fa ad un barone siciliano. Gli era stata rubata una giumenta. Per  mezzo della mafia, il famoso brigante Valvo fu condotto in casa del barone; mentre i soldati lo cercavano nelle campagne; e gli disse: * Barone, Si la giumenta è viva, le sarà restituita; se no, le porterò il cuoio». Il barone dovette accontentarsi del cuoio. Sino all'anno scorso, nelle campagne, il proprietario facoltoso, se non si raccomandava a qualcuno dei più temuti mafiosi locali, non era sicuro di raccogliere i prodotti della sua terra, come non era sicuro, recandosi in campagna, di tornare a casa sano e salvo.

Il piccolo proprietario invece, o era associato alla mafia, e nessuno gli torceva un capello; oppure, se credeva di poter fidare della legge, era. costretto a pagare speciali tasse, sui suoi terreni, alla mafia. I proprietari, i ricchi signori, i grandi feudatari erano quelli ohe favorivano indirettamente lo sviluppo e l'incremento della  mafia. protezioni. Col chiedere ad essa aiuti e protezioni. Non è dubbio che se essi avessero saputo resistere sin da principio, la mafia, non trovando terreno adatto per la propria esistenza, sarebbe a poco a poco necessariamente scomparsa. Ma come, d'altra parte, resistere, quando la Polizia e l'Autorità politica non erano capace di sostenervi?... Si possono, in proposito, moltiplicare gli esempi interminabilmente.

E l'Istruzione dei processi, tra le autorità politiche che agivano da una parte, e la magistratura che tradiva la giustizia dall'altra, costituivano il più deplorevole e permanente degli scandali.

Citiamo la testimonianza del senatore Morello che sulla Tribuna scriveva: « Nella situazione tragica si trova sempre il magistrato che rende un servigio; il magistrato che chiede al ministro se ha ordini da dargli ; il magistrato che affida al cancelliere la redazione della sentenza; il magistrato che si rivolge a Palazzo Braschi prima che alla Camera di consiglio, che delega poteri e coscienza all'uomo politico e all'uomo d'affari, all'avvocato o al ministro. Un giorno chiesi ad un ex-ministro di Grazia e Giustizia la vera ragione di una certa crisi. « E' presto detto — mi rispose. — Il mio Presidente del Consiglio mi propose di cambiare tutti gli interrogatori di un processo, d'accordo coll'imputato e col giudice istruttore, ed io non volli... ».

Il prefetto di Girgenti, Mori

Oggi tutto ciò è ben superato. Il prefetto Mori, uomo eccezionalissimo e di gran coraggio, ha colpito senza nessun riguardo alle persone e alle ricchezze, dove si doveva colpire. Profondo conoscitore dell'anima rurale siciliana, ha saputo conquistarla e offrire alle popolazioni quella tranquillità e quel senso di fiducia nella giustizia, che prima mancavano completamente. Oggi la mafia, se non del tutto distrutta, è certamente dispersa. Ed il fatto è nuovo e di capitale importanza nella storia della Sicilia: la repressione, finalmente, di una organizzazione criminosa così potente, che dominò per tanto tempo le condizioni economiche, morali, politiche, sociali dell'isola, segno e fonte inesausta di delinquenza.