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Totò Cuffaro, processo bis per mafia: i pm chiedono dieci anni

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La Procura non ha nessun intento persecutorio nei confronti di Cuffaro”. Sono cominciate così le repliche del pm Nino Di Matteo al processo in abbreviato per concorso esterno in associazione mafiosa all’ex presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro. Secondo i magistrati "Salvatore Cuffaro, nel corso della sua lunga carriera criminale, ha favorito Cosa Nostra con l’intenzione di aiutare l’intera organizzazione mafiosa". E’ per questo motivo che i pubblici ministeri hanno ribadito la richiesta di condanna a 10 anni di reclusione.

La difesa ci ha dipinto Cuffaro come un ingenuo in balia delle millanterie di questo o quel mafioso” ha detto il pm Di Matteo “ma Cuffaro non era un involontario recettore di notizie segrete di riservatissime indagini antimafia che divulgava solo per evitare pregiudizi a se stesso ma, arrecando danno all’indagine sulle cosiddette “talpe”, Cuffaro ha fornito un contributo rilevante all’effettivo rafforzamento di cosa Nostra”.

Nel lungo excursus storico ricostruito dal pm sulla carriera politica di Cuffaro dal 2001, l’anno in cui l'imputato si candidò alla presidenza della Regione, è emerso, secondo l’accusa, l’appoggio elettorale di Cosa Nostra. Un progetto voluto dal boss Bernardo Provenzano in persona. Un aiuto, quello dato dai clan in cambio del quale poi l'ex senatore sarebbe stato “costretto a pagare cambiali” alle cosche.

A sostegno della tesi del “patto” mafia-politica, la Procura ha scelto, a conclusione del processo, di citare due pentiti - Nino Giuffrè e Maurizio Di Gati - e uno dei documenti consegnati alla Procura da Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Di Matteo ha ribadito l’attendibilità di Ciancimino che ha consegnato ai magistrati un pizzino dattiloscritto inviato dal padrino di Corleone a Don Vito nel 2001 (e di cui è certa l’attribuibilità a Vito Ciancimino perché c’è una perizia della Polizia scientifica che lo attesta) in cui si parlava del presunto interessamento del «nuovo pres. e del sen.», che secondo l'accusa sarebbero l’allora presidente Cuffaro e il senatore del Pdl Dell'Utri, a un provvedimento di amnistia per detenuti.

All’altro pm Francesco Del Bene è spettato il compito di spiegare perché in questo processo non ci sia 'ne bis in idem', (cioè il principio giuridico secondo cui non si può essere condannati due volte per lo stesso reato) come invece sostiene la difesa di Cuffaro. Secondo i pm Francesco Del Bene e Antonino Di Matteo infatti, “tutte le condotte illustrate nel capo di imputazione non sono state oggetto di accertamenti del processo talpe”.

Durante le arringhe difensive i legali di Cuffaro avevano sottolineato il fatto che Miceli, candidato all'assemblea regionale siciliana nel 2001, avrebbe solo millantato con il boss Guttadauro di avere parlato con Cuffaro della sua candidatura e di averne ricevuto il sostegno. Invece secondo l'accusa ci sarebbe stato un “accordo a distanza tra Cuffaro e il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro finalizzato ad ottenere la candidatura di Mimmo Miceli”, l'ex assessore comunale di Palermo condannato di recente per concorso esterno in associazione mafiosa. “Altroché millantare -ha detto il pm Di Matteo- ogni promessa e rassicurazione che Miceli ha sostenuto di avere ricevuto da Cuffaro fu seguita dall'ottenimento del risultato, mentre Cuffaro ha avuto la faccia tosta di negare il suo interessamento ad un concorso a cui doveva partecipare il dottore Catarcia, un medico raccomandato da Guttadauro. Tutto questo nonostante le intercettazioni lo comprovassero”.

Di Matteo si è soffermato anche sulle dichiarazioni rese da Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate (Palermo), per dimostrare che già dal 2001 Cuffaro aveva la consapevolezza del ruolo di Campanella (e del rapporto criminoso tra Campanella e Nicolò Mandalà boss mafioso di Villabate, ndr)”.

Nella prossima udienza ci saranno le controrepliche degli avvocati di Cuffaro e con ogni probabilità sarà emessa anche la sentenza del gup Vittorio Anania.