La scorsa estate dalle pagine del settimanale “L’Amico del Popolo” avevo evidenziato le anomalie dello stemma civico attuale di Agrigento che non è conforme allo Statuto comunale. Nello scudo dello stemma attuale, il capo è rosso con all’interno il simbolo della Repubblica, mentre nel restante campo spiccano i tre giganti che sorreggono una città murata con tre torri.
La compresenza del simbolo statale e di quello civico può ritenersi oggi un caso raro. Durante il Ventennio, invece, Mussolini rese obbligatorio il “Capo del Littorio” negli stemmi civici che risultarono così tutti omologati fra loro.
Anche Agrigento ottenne nel 1941 il riconoscimento dello stemma civico, nel cui scudo, l’«arma» medievale coi tre giganti era sormontata nel terzo superiore, detto tecnicamente “capo”, dal “Littorio” su fondo “porpora”. Breve – per fortuna – fu la durata di questa arroganza del regime, perché – tre anni dopo con la caduta del regime – un decreto del Luogotenente generale del Regno abolì la presenza del “Capo del Littorio” dagli stemmi civici. Così a Napoli, Trieste, Catania o Agrigento il simbolo fascista sparì dagli stemmi civici che ritornavano con i propri, antichi simboli.
Alla fine degli Anni Ottanta, però, riappare sui documenti ufficiali del Comune di Agrigento il “capo” d’età fascista, nel quale il “littorio” è sostituito dallo stemma della Repubblica. Tutto ciò è alquanto strano e per certi versi anche sconcertante. L’aver ripristinato una parte dell’imposizione fascista, ovvero il “capo” dello stesso colore, all’interno del quale poi è “immerso” il simbolo repubblicano, è un atto quasi sacrilego, in quanto quel colore inevitabilmente evoca il sangue versato da migliaia Italiani che si opposero al regime e pagarono con la vita quegli ideali di libertà e democrazia simboleggiati dal nuovo simbolo repubblicano; ed anche perché lo stemma della Repubblica deve essere “immerso” in quell’azzurro inconfondibile – diventato sinonimo del Paese – che adorna la bandiera presidenziale.
C’è poi un secondo motivo: riproporre nello scudo – nelle medesime proporzioni imposte dalla dittatura – il simbolo repubblicano “sopra” quello municipale sottolinea un “dominio” sugli enti locali poco consono alla Costituzione che promuove e garantisce le autonomie locali. Ci permettiamo di sottolineare, peraltro che, lo stemma attuale – e dunque l’uso del simbolo repubblicano nello stemma civico – non ha avuto alcuna approvazione da parte del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio. All’Ufficio araldico di Palazzo Chigi, infatti, non risulta che Agrigento sia stata destinataria di altri provvedimenti araldici, oltre quello del 1941 (cioè quello d’età fascista).
Lo stemma attuale, inoltre, è in contrasto con quanto stabilisce l’art. 14 dello Statuto Comunale, approvato dal Consiglio nel 2002: «Emblema raffigurativo del Comune è lo stemma costituito da tre giganti che sorreggono tre torri contraddistinto dal motto «Signat Agrigentum mirabilis aula gigantum», così come riportato nella scultura del XV secolo custodita nel museo civico».
Lo stemma attualmente in uso, invece, raffigura un’anonima triade titanica, disposta diversamente dal modo antico ovvero con i due titani laterali posti di fianco invece che tutti e tre di fronte, i quali poi non corrispondono alle mitiche figure di Ceo, Fama ed Encelado. Poiché lo Statuto Comunale è un importante strumento di autonomia normativa, compresa la raffigurazione del simbolo civico, ci si chiede come mai, ad otto anni dalla sua approvazione, non si sia ancora modificato lo stemma in base a quanto disposto dall’art. 14.
La città, attraverso il suo Consiglio, ha deciso di “riconoscersi” legittimamente in quel simbolo. Simbolo, peraltro, affascinante per i risvolti mitologici dei tre titani (fra cui spicca l’«intelligente» Ceo), quelli storici legati agli splendidi telamoni dell’Olympieion ed al Beato Matteo Cimarra, figura di straordinaria pregnanza culturale e religiosa nella storia urbana della città alle soglie del Cinquecento, attraverso il mogramma YHS.
Un simbolo civico bello e significativo, dunque, che da settant’anni rappresenta la città nello stemma della Provincia. Uno stemma – quello antico della città – che deve esser in ogni caso depurato da quel “capo” imposto dalla dittatura fascista.
Sei mesi dopo questo articolo, il Vice Sindaco, Massimo Muglia, con una lettera al direttore dell’”Amico del Popolo”, ha preso l’impegno di “ripristinare la verità storica e restituire il “Nome di Gesù”” nello stemma civico, interessando anche personalmente il Sindaco. Nell’apprezzare questa promessa da parte dell’esponente della Giunta, non posso non esprimere profondo rammarico per il silenzio e l’inerzia del Sindaco a riguardo, in quanto egli è “responsabile dell'amministrazione del Comune”.
Ritengo infatti che fosse – e sia - doverosa una sua tempestiva azione correttiva al fine di applicare pienamente lo Statuto comunale, cioè quella «piccola Costituzione» territoriale della quale egli per le sue specifiche attribuzioni deve essere primo difensore. A chiedere tale rispetto, dunque, è soprattutto una Città che quindici anni fa attraverso il suo legittimo Consiglio comunale così si era espressa (l’approvazione dello Statuto cittadino risale al 1996). Per questo è urgente che sia restituito alla Città lo stemma civico che essa si è scelta.
Edmondo Infantino
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