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Scandaloso: 41 mila euro al mese di pensione per un ex dirigente regionale

Quello delle pensioni d’oro garantite ai burocrati a statuto speciale è il privilegio più duro a morire. Non a caso, il pensionato pubblico più ricco d’Italia è un siciliano: si chiama Felice Crosta e il suo assegno di quiescenza ammonta a 496.000 euro l’anno, ossia 41.300 euro al mese. 

Vale a dire che ogni giorno sul conto corrente dell’ex dirigente regionale scatta un accredito di 1.358 euro. Tanto per capirsi, l’avvocato Felice Crosta – che ha guidato nella fase finale della sua lunga carriera nelle stanze della Regione siciliana l’agenzia delegata ad affrontare l’emergenza rifiuti – guarda dall’alto in basso perfino il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che può contare su una indennità annua di 220.000 euro.

Per tacere, poi, del predecessore di Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi, che dalla Banca d’Italia, della quale è stato governatore, riceve una pensione di 34.000 euro al mese. Nulla a che vedere, perciò, con l’assegno di quiescenza riconosciuto all’ultimo grand commis della Regione siciliana. Eccolo qui, il moloch del privilegio della borghesia a statuto speciale: la pensione alla siciliana che resiste a tutto.

E già, perché il maxi assegno per Felice Crosta è stato costruito con una norma ad hoc, una legge ad personam resa possibile dalla larga autonomia legislativa di cui gode il Parlamento siciliano in tema di gestione del personale e, soprattutto, in tema di assunzioni, stipendi e pensioni.

La pensione dell’avvocato Crosta – fedelissimo dell’ex presidente della Regione Salvatore «Totò» Cuffaro – avrebbe dovuto essere conteggiata sul suo ultimo stipendio (peraltro di circa 200.000 euro l’anno) da dirigente generale della Regione; invece, poche settimane prima che il governo guidato da Cuffaro lo nominasse a capo dell’Agenzia per i rifiuti, un articolo di legge saltato fuori all’improvviso e approvato dall’Assemblea regionale dispose che la base pensionabile dovesse essere l’indennità riconosciutagli con l’incarico in arrivo. Cosa accadde? Che Crosta, appena 3 mesi dopo la nomina al vertice dell’organismo, si mise in pensione.

E chiese il maxi assegno. Quello delle pensioni «speciali» è il simbolo dei privilegi, antichi e residui, di cui godono i burocrati siciliani, e che li rendono «più uguali» degli altri dipendenti pubblici.  Per capire come riforme, tagli, nuovi metodi di calcolo, rivisitazione dell’età pensionabile restino fuori dai cancelli dell’eden del pensionato che è la Regione siciliana occorre riascoltare una frase pronunciata da un altissimo funzionario 12 anni fa: «Bisogna rispettare le ragioni della specialità.

Non possiamo calarci le brache davanti a ogni legge di grande riforma che riguardi le pensioni o la pubblica amministrazione. Sì, il giudizio della Corte costituzionale è una vittoria». Così parlò Orazio Aleo, uno degli ultimi grandi baroni della burocrazia siciliana, l’uomo che dalla sua poltrona di direttore del personale governava le carriere degli oltre 20.000 impiegati di Palazzo d’Orleans.

Era il 26 luglio del 1998 e la Corte costituzionale aveva appena riconosciuto legittimo il «trattamento di estremo favore» di cui godevano i regionali. Legittimo perché regolato dalla legge varata dall’Ars nel 1962, con la quale era stato messo in piedi lo specialissimo sistema pensionistico riservato ai burocrati siciliani, in forza del quale dalle stanze di Mamma Regione si poteva uscire anche con appena 20 anni di servizio (nel caso di donne coniugate con prole) e portandosi dietro assegni di quiescenza che arrivavano fino al 108% dell’ultimo stipendio percepito.
Tutto questo accadeva mentre gli altri impiegati pubblici d’Italia dovevano fare i conti col blocco dei pensionamenti, con le penalizzazioni per chi lasciava in anticipo il posto di lavoro, con l’elevazione dell’età pensionabile, con la riduzione dell’assegno di quiescenza dovuta al progressivo passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo.  Ma questo non valeva per l’isola felice del pensionato. Essa aveva retto e continuava a reggere anche all’inizio degli anni Novanta, quando il governo nazionale aveva deciso di operare dei tagli sulle pensioni degli italiani per allinearsi alle richieste degli organismi economici internazionali.

Una ricerca effettuata nel 1993 aveva calcolato che per effetto della riforma Amato un operaio con 40 anni di servizio sarebbe andato in pensione con un assegno pari al 50% dell’ultimo stipendio percepito. Prima della riforma, l’assegno di quiescenza era invece pari al 73% dell’ultima retribuzione. Ovviamente, nell’enclave della Regione siciliana gli impiegati continuavano a prendere assegni di pensione che, come abbiamo detto poc’anzi, arrivavano fino al 108% dell’ultimo stipendio.

Tanto per fare un numero, dal 1994 (anno in cui il governo nazionale varò il regime delle penalizzazioni tagliando l’assegno di quiescenza a chi sceglieva di mettersi a riposo anticipatamente oppure bloccando del tutto i pensionamenti) al 1998 solo 3.000 impiegati pubblici in tutta Italia riuscirono ad andare in pensione in anticipo e senza perdere una lira. E chi erano?  Ovviamente, i 3.000 dipendenti della Regione siciliana che ottennero la pensione in quei 4 anni.

Al magistrato della Corte dei conti Salvatore Cilia apparve giuridicamente intollerabile che una legge di riforma di carattere economico necessaria a risanare i conti pubblici – come era appunto la riforma pensionistica varata dal governo Dini – si fermasse davanti allo stretto di Messina. Per questa ragione presentò un ricorso davanti alla Corte costituzionale; i giudici della Consulta lo respinsero senza neppure entrare nel merito.  Intuirono che qualcosa in tema di pensioni pubbliche, laggiù in Sicilia, non funzionava, ma si guardarono bene dal toccare la specialità siciliana saldamente poggiata sui 50 anni e passa di autonomia.

Così, il generale che guidava l’armata degli oltre 20.000 impiegati regionali, Orazio Aleo, poté rassicurare la sua numerosa truppa con quel riferimento alle «brache mai calate» dei siciliani.  Una frase, quella di Aleo, che ancora oggi scalda i cuori dei numerosissimi impiegati regionali (le pensioni attualmente pagate dalla Regione sono 14.917 e costano 560.000.000 di euro l’anno) che possono contare sulla loro riservatissima spiaggetta di privilegio pensionistico. Già, perché anche adesso che il sistema pensionistico alla siciliana è stato limitato solo a chi è stato assunto in Regione prima del 1986, per tutti – ma proprio tutti – i dipendenti regionali resta in vigore un trattamento speciale di non poco conto.

Ancora oggi la legge 104 – che ai dipendenti pubblici di tutta Italia consente di usufruire di permessi giornalieri per assistere un parente portatore di handicap o gravemente malato – viene applicata alla siciliana: i «regionali» beneficiati da quella norma possono andare in pensione, anche con 25 anni di servizio, portandosi dietro il 75% dell’ultimo stipendio percepito.

La Cisl ha fatto due conti e ha scoperto che negli ultimi anni 700 impiegati della Regione siciliana si sono messi a riposo utilizzando questo «scivolo ». Tra questi, c’è anche l’ex segretario generale, il capo della burocrazia regionale: si chiama Piercarmelo Russo ed è riuscito ad andare in pensione ad appena 47 anni, con la motivazione di dover assistere il padre malato. Peccato, però, che qualche settimana dopo il presidente della Regione Raffaele Lombardo lo abbia nominato assessore. E il baby pensionato sia diventato uomo di governo.

Per gentile concessione del giornalista di "La Repubblica" Emanuele Lauria. Capitolo tratto dal volume "La Zavorra" in vendita in tutte le librerie. www.lazavorra.it