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Cuffaro trasferito a Rebibbia: "sto andando in carcere dillo a mamma e papà"

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"Sto andando in carcere. Diglielo tu a mamma e papà". Una telefonata al fratello Giuseppe e l'ultimo pensiero per gli anziani genitori: così l'ex Potente, l'uomo che si vantava di aver aiutato, favorito, baciato un milione di siciliani chiude la sua epopea politica. A Raffadali, nella casa avita dei Cuffaro, Giuseppe esegue e spegne la tv: "Almeno risparmio ai miei il calvario dei telegiornali".

Dolore e silenzio, nel cuore del mondo di Totò. Sono muti i luoghi che hanno raccontato la saga del primo governatore di Sicilia, il primo presidente eletto direttamente dal popolo. Davanti all'abitazione palermitana di viale Scaduto, dove un tempo stazionavano mattina e sera i clientes, un gruppo di ragazzini gioca a pallone. Su, al secondo piano, nell'appartamento popolato da immagini della Madonna, non c'è anima viva: anche Ida, la figlia di Cuffaro, ha raggiunto i familiari a Roma, nelle ore in cui il senatore condannato si avvia con i carabinieri a Rebibbia.


È gelido, il vento a Villa Sperlinga. Su un palo un cartello contro i magistrati: ma è firmato da un padre separato che vuole rivedere i suoi figli. Poco più in là, a piazza Unità d'Italia, l'ex ministro Calogero Mannino ripercorre di fretta il marciapiede dove, nel luglio del 2001, Totò Cuffaro l'abbracciò e lo baciò un numero interminabile di volte per festeggiare la sua (di Mannino) assoluzione in primo grado. Le storie giudiziarie del maestro e dell'allievo si sono intrecciate, in questi anni. Ma hanno avuto esito opposto.

Mannino, nel salotto di casa, sbuffa: "Le sentenze si rispettano, ma si possono discutere. Chi conosce Totò sa che ha un modello comportamentale privo di vigilanza e di sospetto. Cosa voglio dire? Qualsiasi cosa abbia fatta Cuffaro, andava considerato l'elemento della buona fede: mai e poi mai Totò avrebbe potuto favorire consapevolmente Cosa Nostra. Questo elemento è stato invece cancellato dalle ultime due sentenze. Il fatto è che il concorso esterno, il favoreggiamento aggravato, sono reati da considerare nel contesto isolano. Il siciliano non è un calvinista svizzero... ". No, non lo è. E decisamente non lo è Totò: "Rotondo, comprensivo, a volte ingenuo. Oggi lo dico: fra i giovani della mia scuola è colui a cui ho voluto, anzi voglio più bene", dice Mannino tradendo il suo consueto atteggiamento distaccato. 

È una stagione che conosce il suo tramonto. C'è una verità giudiziaria per la quale Cuffaro ha dato una mano ai boss. Ma gli amici, quelli che gli sono rimasti vicini dopo le dimissioni, oggi preferiscono sottolineare il contegno del senatore nell'accettare il verdetto. "Un eroe", lo definisce Saverio Romano, segretario del Pid, che ieri mattina è stato in Cassazione "per testimoniare la presenza di una comunità politica che rimane al fianco di Totò". Poi, dopo la sentenza, Romano ha raggiunto l'amico nella casa vicino al Pantheon. Ha aggiunto le sue parole di conforto a quelle dei parenti e dei collaboratori, fra i quali l'ex sovrintendente di Palazzo d'Orleans Francesco Di Chiara. 

Il cuffarismo, con i suoi eccessi e il suo simbolismo, va in archivio assieme al suo massimo interprete che entra a Rebibbia portandosi il Vangelo in borsa. Come se, condannato dalla giustizia terrena, l'ex governatore si rifugi una volta di più in quelal divina. Don Mario Golesano, il parroco di Brancaccio che ai tempi di Cuffaro aveva un ufficio da consulente a Palazzo d'Orleans, nell'ottobre del 2007 ebbe a dire: "Ho chiesto al presidente di guardarmi negli occhi e di dire la verità. Lui mi ha confidato che posso continuare a lavorare al suo fianco a testa alta, perché è innocente. Io credo nella giustizia, che alla fine vincerà".

Oggi, dopo l'ultima pronuncia di un tribunale, don Golesano non vuole fraintendimenti: "Io sto dalla parte dei magistrati che hanno fatto il loro lavoro. È questa la verità che hanno accertato e dobbiamo rispettarla tutti. Cuffaro mi ha dato la possibilità di dare una risposta a tanta gente in difficoltà che gli scriveva. Quel che accadeva nella stanza dei bottoni non lo so. E non do altri giudizi". 
Nel giorno della condanna della Suprema corte, un'assoluzione arriva dall'ex magistrato che Cuffaro volle con sé in giunta dal 2006 al 2008. Agata Consoli spiega che "l'ex governatore, al momento di dare le informazioni contestate sulle microspie a casa di Guttadauro, non sapeva che Miceli era accusato di mafia. E lo stesso discorso si può fare per Aiello che per molti, inclusi alcuni magistrati che andavano a fare esami a Villa Santa Teresa, era solo un importante imprenditore della Sanità".

Secondo la Consoli "condivisibile può essere la sentenza di primo grado, seppur eccessiva nella pena, non quelle in appello e in Cassazione. Detto ciò, Cuffaro poteva anche non essere un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ma non mi ha mai ostacolato nella mia azione amministrativa. Al contrario di quello che fa oggi Lombardo, che detta ai suoi assessori i provvedimenti da assumere". 
Salvatore Taormina, che è stato forse il burocrate più vicino a Cuffaro, è più prudente. "Provo grande amarezza. Vuole sapere se oggi ho qualche dubbio rispetto all'azione di Cuffaro? Io, in anni di lavoro al suo fianco, non ho mai avuto impressione che non si muovesse per il solo interesse della Sicilia. Poi, quello che ciascuno di noi ha nel cuore, lo sa solo il Signore".

Alla fede si aggrappano Totò e i reduci della sua avventura politica. Chi parla, lo fa misurando i termini. L'ex presidente della Sispi Ninni Pisano, un altro dei protégé dell'ex governatore, ha vissuto con ansia le ore dell'attesa: "Speriamo nel buon Dio", aveva scritto su Facebook alla vigilia. "È finita", commenta dopo la condanna. Ironia della sorte, l'ultimo dispiacere all'ex Potente dovrà darlo Giovanni Bologna, il capo del personale della Regione che proprio Cuffaro nominò dirigente generale: toccherà a lui, la prossima settimana, firmare un provvedimento che, spiega, "sarà probabilmente di licenziamento, perché così prescrive la legge". Il governatore Totò Cuffaro, due anni dopo aver perso la guida della Regione, perderà anche il posto di dipendente regionale. "E a me tremerà il cuore", dice Bologna. L'ultima dedica dal mondo di Totò. Un mondo che non c'è più.

Tratto da Repubblica.it Palermo - di Emanuele Lauria

 

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