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Lettera di Arnone al coordinatore del congresso provinciale PD: "siete pronti a confermare Messana"

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Pubblichiamo una lettera di Giuseppe Arnone a Enzo Napoli, coordinatore del congresso provinciale PD. Nella lettera, indirizzata anche al segretario regionale Lupo e a diversi parlamentari PD, si riportano le gravi motivazioni che, secondo Arnone, impediscono la celebrazione del congresso con la candidatura unica di Emilio Messana alla segreteria. Al coordinatore della Commissione provinciale per il Congresso nominato dalla segreteria regionale Enzo Napoli e, per suo tramite, all’intera Commissione;

Al segretario regionale del PD, on. Giuseppe Lupo;

Al segretario provinciale Emilio Messana e, per suo tramite, al Coordinamento provinciale del Partito Democratico e, per opportuna conoscenza e le valutazioni di competenza ai riferimenti delle aree politiche del Partito Democratico Giuseppe Lumia e Giovanni Panepinto, Benedetto Adragna, Giovanni Manzullo e Gigi Restivo, Domenico Ferraro e Giovanni Bruno, Angelo Capodicasa e Giacomo Di Benedetto.


“Caro Enzo Napoli, non hai saputo resistere al richiamo della foresta, di quella degradata parte politica che ti ha allevato e i cui valori sono alla base della condanna di Giuseppe Palermo e Vittorio Gambino.

La Sentenza del GIP che condanna Palermo e Gambino è un enorme macigno sulla luminosa carriera politica di Emilio Messana, che viene luminosamente tratteggiato come poco credibile, unitamente a altri ben individuati dirigenti della sua parte politica. E ancora, il Giudice si sofferma su evidenti inconfessabili motivazioni politiche alla base del confezionamento e utilizzazione di atti falsi innanzi all’Ufficio Centrale Circoscrizionale.
Quella che traspare dalla Sentenza, è la descrizione di una “banda”, con tanto di “capi”, “sottocapi” ed “esecutori materiali”, non certo di un partito politico italiano, per di più del Partito Democratico.

I doveri di noi tutti, ad iniziare da chi oggi riveste le più importanti cariche di Partito, è emarginare definitivamente questi soggetti, affinché non abbiano la possibilità di continuare a nuocere al Partito e alla collettività. Non certo a lavorare per l’improponibile e screditato Emilio Messana alla segreteria provinciale del PD.

Caro Enzo Napoli,
quando sei stato nominato quale garante per il Congresso provinciale, cioè quale soggetto deputato a contribuire a riportare chiarezza, correttezza e legalità nel congresso del Partito ad Agrigento, ho manifestato fortissime perplessità, ben conoscendo la misura nella quale tu non sei in grado di resistere al “richiamo della foresta” e renderti autonomo dalle logiche perverse di degrado etico e politico che caratterizzano, da lustri, da molti lustri, la parte politica che ti ha “allevato”, in perfetta continuità con i “valori” di cui sono stati protagonisti indiscussi Michelangelo Russo, Angelo Capodicasa, Angelo Lauricella, sino a Giacomino Di Benedetto.

Andiamo al dunque. All’insaputa di tutti, certamente dei componenti che fanno riferimento all’area Fioroni – Veltroni – Gentiloni, dai l’annuncio al mondo, mediante una intervista che è divenuta la più importante notizia della edizione di Agrigento del Giornale di Sicilia, che “per il congresso del PD è tutto pronto. Manca la data”. Ovviamente il congresso è pronto per confermare l’amico Emilio Messana.

Ti rendo noto, caro Enzo, che formalmente le commissioni di garanzia provinciale, regionale e nazionale sono investite da una mia formale e molto articolata richiesta di radiazione dal Partito di Emilio Messana, Giuseppe Palermo e Vittorio Gambino. E ciò, in primo luogo, in relazione alla condanna penale comminata dal GIP di Agrigento con Sentenza 310/09 del 10 novembre 2009, nei confronti di Palermo e Gambino. Condannati i due ad un anno di reclusione perché – riporto dal capo di imputazione – “facevano scientemente uso di un falso atto pubblico destinato alle operazioni elettorali per la elezione dell’Assemblea Regionale Siciliana del 13 e 14 aprile 2008, costituito dall’atto di designazione dei rappresentanti di lista presso l’Ufficio centrale Circoscrizionale, datato 9 aprile 2008 e sottoscritto falsamente ed apparentemente da Cusumano Diego e Pistone Domenico ed autenticato, falsamente ed apparentemente, da Hamel Nicolò.”Una prima osservazione, che già misura il livello di “melma morale” nella quale noti personaggi perseverano nel collocare l’intero Partito: senza alcuna dignità politica ed etica, il Gambino, condannato a un anno di reclusione, è vicepresidente della Commissione per il Congresso. E tu, caro Enzo Napoli, non hai avuto neppure l’autorevolezza di chiedere l’allontanamento del condannato dalla Commissione. Anche questa vicenda, piccola ma significativa, contribuisce a misurare il tuo grado di servilismo, il tuo essere privo di alcuna autonomia politica. Consentimi, il tuo essere – sostanzialmente – un “asservito ad un assai squallido gruppo di potere”.

Come riportato nel capo di imputazione, Palermo e Gambino “hanno agito in danno al Partito con documenti falsi”, “in concorso morale e materiale tra loro e con persone allo stato non identificate”.
Ho tra le mani le motivazioni della sentenza di condanna, che ti potrà agevolmente fornire il vicepresidente, Vittorio Dante Gambino. E in quelle motivazioni, il Tribunale penale disegna, senza ombra di dubbio, il ritratto del concorrente morale e materiale, cioè del corresponsabile dei reati di Palermo e di Gambino, ovvero del correo, del complice, del coimputato che dovrebbe adesso essere giudicato a parte, Emilio Messana. Cioè colui che tu vuoi eleggere segretario. Complimenti.
Ma leggiamo adesso la Sentenza. Nelle pagine 4 e 5, il Tribunale ricostruisce con certezza che Palermo e Gambino sono stati nominati mediante un atto falsificato. Falsificata era la firma di Cusumano Diego, falsificata era la firma di Hamel Nicolò e falsificata era la firma di Pistone Domenico. Su quest’ultimo, che all’epoca era strettissimo con il segretario Emilio Messana, il Tribunale si lancia anche in valutazioni molto negative, in quanto il Pistone, interrogato, dichiarava: “di non poter affermare con certezza di aver visto la designazione che gli veniva mostrata, precisando altresì di non poter affermare con assoluta certezza di aver apposto la firma a suo nome in essa contenuta.” Riteneva di aggiungere, il Pistone, quanto segue: “E’ comunque verosimile che io abbia firmato il documento in quanto le persone designate, Palermo e Gambino, sono due rinomati dirigenti del Partito Democratico”. Il Tribunale, a questo punto, “pesta a sangue” il Pistone, ritenendolo uno spudorato bugiardo. Scrive il Giudice: “L’affermazione del Pistone deve essere tuttavia valutata in modo negativo, comparando, anche in modo superficiale, la firma apposta in calce al verbale di SIT rese e la firma apposta in calce all’atto di designazione. Pur non volendo emulare un perito grafico, deve rilevare questo Giudice l’assoluta e palese divergenza tra le due firme, con riferimento sia al nome che al cognome, per caratteri ed andamento. Si deve dunque ritenere che anche la firma del Pistone sia apocrifa. Le espressioni dubitative sviluppate dallo stesso, introducono un contesto certo non limpido.”
Dunque, il Tribunale evidenzia l’attività di mendacio del Pistone, finalizzata a favorire gli imputati, attività di mendacio intuibilmente sollecitata dall’intero gruppo che ha gratificato il Gambino con la vicepresidenza e adesso insiste, probabilmente in un quadro di pressioni e ricatti, per fare eleggere il Messana.

Ed a pagina 6, il Tribunale sputtana ampiamente lo stesso Messana. Riportiamo testualmente. Secondo Messana le nomine di Palermo e Gambino “sono scaturite all’interno del processo di designazione complessivo effettuato in seno al Partito”. Basta questa affermazione per dare al Messana la patente di “bugiardo dell’anno”, in quanto nessun organo di partito e tanto meno i candidati alle elezioni regionali erano a conoscenza di quelle designazioni. Ma il naso di Messana si allunga a dismisura, quando aggiunge – scrive sempre il Tribunale – che “la procedura di nomina si incentrerebbe su un’attività meramente verbale, non oggetto di verbalizzazione. Nell’ambito del Partito non esisterebbe una regola scritta che preveda le modalità di comunicazione delle scelte delle persone designate.” Peccato, veramente un peccato, che il Partito Democratico era appena nato. In quella primavera 2008, si vivevano le prime scadenze elettorali in assoluto del PD, tant’è che per designare i rappresentanti nei vari organi elettorali pubblici, si doveva procedere con due firme, l’una facente capo all’ex Margherita (nel nostro caso quella di Cusumano), l’altra facente capo all’ex DS (nel nostro caso Pistone). Ma le menzogne non finiscono qui. Sempre il bugiardo Messana aggiunge che Palermo e Gambino erano “anziani dirigenti del Partito e sarebbe assolutamente normale che gli stessi possano essere indicati” nella Commissione in questione. Anche lì si tratta di una bugia, in quanto giammai i due nominativi, in un organo elettorale così importante, avrebbero potuto essere espressi dalla medesima corrente.

Il bugiardo Messana continua, come si legge in sentenza, precisando “di non ricordare chi abbia effettuato e comunicato la scelta in questione, non escludendo di aver potuto parlare con i signori Palermo e Gambino in merito all’avvenuta designazione nei loro confronti”.
A questo punto è assai utile leggere ciò che dichiara l’imputato Giuseppe Palermo innanzi al pubblico ministero Luca Sciarretta: “Circa una settimana prima delle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Regionale Siciliana, il segretario provinciale del PD, avv. Emilio Messana, con il quale ci sentiamo frequentemente, per ragioni politiche e burocratiche relative anche allo scioglimento del Partito dei DS, mi comunicò telefonicamente che ero stato designato quale rappresentante di lista per il PD presso l’Ufficio circoscrizionale centrale, unitamente a Vittorio Gambino quale supplente. Il Messana non mi disse da chi eravamo stati designati, né mi fece cenno ad alcuna altra questione relativa alla presentazione dell’atto di designazione.”

Dunque, Palermo “incastra” Messana senza pietà. In effetti le parole di Palermo sono solo aggiuntive e illuminanti rispetto al dato oggettivo: è del tutto ovvio e pacifico che il responsabile giuridico e politico delle designazioni sia il segretario provinciale. E quindi, adesso, al dato oggettivo si aggiunge anche la esplicita accusa in fatto che viene fuori dalle dichiarazioni di Palermo.
Il Tribunale di Agrigento, in Sentenza, è proprio brillante nel mettere alla gogna l’inqualificabile Messana. In Sentenza, infatti, si legge che Messana ha dichiarato di non che, a suo parere, per via del “clima di grande confusione… qualcuno possa avere apposto, in assoluta buona fede, qualche firma mancante”.

Il Giudice non si fa prendere in giro da un qualunque Messana. E, a questo punto, al fine di evidenziare la menzogna del segretario, riporta la lineare testimonianza del dirigente Cusumano a cui era stata falsificata la firma: “Cusumano precisava come non gli risultasse che il Palermo e Gambino fossero stati indicati dal Partito quali persone da designare come rappresentanti di lista”.
Il Tribunale prosegue mettendo in evidenza che i succitati “dati oggettivi” sono tali da gettare un’ombra di non credibilità sulle dichiarazioni rese dal Messana.
Messana, dunque, è un uomo bugiardo per pronunzia del Giudice.
La Sentenza, ulteriormente, spiega ciò che è avvenuto. E cioè che, a causa di “contrasti all’interno del Partito Democratico, in relazione alla designazione dei soggetti che dovevano procedere al controllo di eventuali irregolarità in sede elettorale, si è proceduto a falsificare le firme” e quindi altro schiaffo a Messana e alla “buona fede” di cui è andato cianciando innanzi all’Autorità Giudiziaria.

Scrive ulteriormente il Giudice in ordine alle affermazioni del segretario bugiardo: “appare dunque sempre più difficile configurare una buona fede nella mera apposizione di alcune firme su atti lasciati casualmente incompleti”. E, nelle pagine successive, la Sentenza è ricca di altre “botte di ironia” in ordine alle falsità e all’operato del segretario Messana. A pag. 9 si legge: “Rilevante risulta d'altronde la circostanza che, secondo quanto riferito dallo stesso denunziante Manzullo in sede di sommarie informazioni, la competenza a designare all’interno del PD i rappresentanti di lista era di Diego Cusumano e di Domenico Pistone, che a loro volta erano stati delegati dal Segretario regionale del PD. Secondo la medesima narrazione resa in sede di SIT, Diego Cusumano avrebbe riferito al Manzullo che né il Gambino, né il Palermo erano stati nominati dallo stesso Cusumano rappresentanti di lista”. Il Giudice, proprio su questo punto, è tranciante: “Pertanto, il mero disguido intervenuto al momento delle nomine dei rappresentanti di lista per come riferito dal Messana appare – a fronte del ruolo formale rivestito dal Cusumano e dal Pistone, che non potevano essere ignorati in modo incolpevole – ancora meno ipotizzabile.
Ci sono poi ulteriori passaggi illuminanti relativi alla consapevolezza, da parte dei signori Palermo e Gambino, del contenuto del documento falso. Sempre nella sentenza, il Giudice qualifica come “non credibile” il Palermo ove questi riferiva di non conoscere i nominativi dei cancellieri del Tribunale che, invece, lo avevano identificato per conoscenza personale, garantendone lo svolgimento delle funzioni nell’ambito dell’Ufficio Centrale Circoscrizionale.
Ed ancora, il Tribunale continua affermando che “Su tale sfondo probatorio di riferimento appare non determinante sapere se il Palermo abbia mai avuto un contatto telefonico con il Messana, non potendosi oggi conoscere il contenuto della conversazione eventualmente intercorsa, alla quale ben potrebbero essere stati sottintesi interessi politici oggi non dichiarabili.” Per comprendere quali fossero gli interessi politici non dichiarabili, basta poi osservare il comportamento di Palermo e Gambino in sede di Ufficio Centrale Circoscrizionale…
E andiamo a ulteriori lumi sulla attendibilità personale del segretario Messana, tratteggiata sempre dal Giudice (cfr. pag. 12 della Sentenza): “Il Messana da parte sua in sede di SIT non escludeva di aver comunicato telefonicamente a Palermo la sua designazione, seppur nell’ambito delle varie telefonate attraverso le quali quasi quotidianamente i due si tenevano in contatto. Se già risulta anomalo che il Messana non ricordi con precisione tale circostanza specifica, quanto meno per il clamore mediatico che la vicenda suscitò nel giro di qualche giorno, a fronte del quadro complessivo sin qui delineato si deve ritenere che in realtà non sia intervenuto alcun atto di designazione in senso tecnico, pur considerata l’esclusione di forme rituali, all’interno dello stesso PD.”

Sul modus operandi dell’importante apparato dirigente del PD agrigentino che esprime i vari Messana, Palermo, e Gambino, è sempre il Giudice ad affermare che: “… se un gruppo all’interno del Partito Democratico può essersi accordato per inviare presso l’Ufficio Circoscrizionale gli odierni imputati nella qualità di rappresentanti di lista (per ragioni di fondo che in questa sede non interessano) tale accordo non veniva in alcun modo ratificato dai soggetti che avevano il potere formale di designazione, restando sostanzialmente interno al gruppo di riferimento. Né i titolari del potere di designazione, dirigenti del Partito, né lo stesso candidato Manzullo risultavano dunque a conoscenza della designazione, circostanza questa che rende sostanzialmente non credibile anche una mera determinazione interna e non formale di designazione.”

Come sarebbe scontato in una “banda”, e non certo in un partito politico italiano che risponde al nome di Partito Democratico, alle pessime azioni dei “capibanda” corrisponde una perfetta consapevolezza da parte degli “esecutori materiali”. Questo non lo dice Arnone, lo dice sempre il medesimo, provvidenziale, Tribunale della Repubblica, con le seguenti affermazioni (pag. 13 della Sentenza del GIP): “Si deve ritenere che gli odierni imputati fossero ben a conoscenza della situazione, non potendosi rappresentare in concreto una situazione regolare sotto il profilo della giustificazione dei poteri spesi in sede di operazioni elettorali, a meno di non ipotizzare una induzione in errore da parte di terzi, che tuttavia non è stata in concreto prospettata neppure dagli imputati stessi…”.

Detto questo, caro Enzo, non mi pare che ci possano essere dubbi su quello che è il tuo dovere, il dovere tuo e di tutti gli altri organi e soggetti politici in indirizzo: impedire che il protrarsi di queste situazioni possa creare ulteriore danno. Per usare una frase fatta, Messana va rottamato al più presto. E’ bene pure che si sappia che, per quanto mi riguarda, nei prossimi giorni ritornerò a Piacenza, inviterò i piacentini e i bolognesi a vedere sul mio canale di Youtube la mia conferenza stampa che ho dedicata all’affaire Messana – PD di Agrigento – Crisafulli ed Enna e poi, ai primi di febbraio, diffonderò a Piacenza, a prezzo politico, una lettera aperta a Bersani che conterrà questo e molto altro.

Caro Enzo, io le battaglie politiche sono abituato a vincerle, innanzitutto quando sono sostenuto dal mio sistema di valori. E leggendo queste pagine, si può agevolmente comprendere perché al di là delle tessere truccate, al di là dei congressi fasulli cui partecipano 15 persone a fronte di 500 teorici iscritti, per voto liberamente espresso dalla gente di Agrigento, il più riconosciuto e legittimato capo del centrosinistra è Giuseppe Arnone. Quando la gente, nei prossimi giorni, vedrà dai teleschermi agrigentini le pagine di questa Sentenza e le valutazioni che il Tribunale esprime su Messana e i suoi (poco occulti) mandanti e protettori dell’ieri e dell’oggi, si continuerà a non avere dubbi su chi debba essere il punto di riferimento del programma e dei valori del Partito Democratico".