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Storia della Mafia, 6.puntata: "storia di un imprenditore siciliano" a cura di Letizia Schmit

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Siamo alla sesta puntata del racconto sulla storia della mafia siciliana. Questa volta la giornalista e scrittrice toscana, Letizia Schmit, si sofferma sulla figura del tanto chiacchierato imprenditore Salvatore Ligresti. Buona lettura.

Salvatore Ligresti nasce in provincia di Catania:Paternò,il 13 marzo 1932 si laurea in ingegneria a Padova, è un imprenditore italiano. Dopo essersi laureato in ingegneria a Padova si trasferisce a Milano,divenendo lì, ben presto, uno dei principali immobiliaristi.

Nel 1992 risultò coinvolto in Tangentopoli, quindi venne arrestato e condannato per tangenti.

Dopo aver patteggiato 2 anni e 4 mesi con la giustizia, affidato ai servizi sociali, torna all'attività di costruttore.

Ligresti ha presentato domanda di ritorno allo stato di incensurato, grazie ad una norma che fa tornare immacolata una fedina penale sporca quando siano passati almeno cinque anni dall’espiazione della pena e il pregiudicato «abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta». Il Tribunale di sorveglianza di Milano nel Settembre 2005 ha accolto la sua richiesta.

IL PRIMO MILIARDO E LE AREE D’ORO

Per la prima volta accetta di concedere un’intervista nel febbraio 1986. A raccogliere le sue spiegazioni è Anna Di Martino, del settimanale Il Mondo. A lei, il suo primo miliardo lo racconta così: «È una storia bellissima. Avevo saputo della possibilità di acquistare il diritto per costruire un sopralzo, in via Savona, in zona Genova. Ma ci volevano 15 milioni e io ne avevo solo 5. Ma non mi sono perso d’animo. Sono andato al Credito commerciale per chiedere un prestito e mi ha ricevuto il direttore generale Mascherpa». «Senza farle fare anticamera e senza raccomandazioni...», annota incredula l’intervistatrice. E Ligresti: «Mascherpa era un grande banchiere, un uomo di grosso intuito: io parlavo e lui ascoltava e a un certo momento mi ha detto: “Le do 10 milioni”. Quasi non ci credevo... Con quei 10 milioni ho fatto il progetto, ho rivenduto il diritto per 50 milioni, guadagnando in un colpo solo 35 milioni. Era il 1962».

E 35 milioni di allora erano più o meno un miliardo di lire. Ma i veri metodi di lavoro di don Salvatore saranno scoperti qualche mese più tardi, quando scoppia il primo scandalo che lo coinvolge.

Ottobre 1986: il nuovo assessore all’Urbanistica di Milano, Carlo Radice Fossati, scopre nei suoi uffici tre documenti con cui alcuni imprenditori (tra cui Ligresti) promettevano di vendere al Comune, a prezzi stracciati, le loro aree che invece stavano per essere comprate a prezzi di mercato. Emerge un grande caso politico-urbanistico che mette in evidenza, sei anni prima di Mani pulite, la trama di commistioni tra politica e affari, gli accordi sotterranei, le stecche, le corsie preferenziali.

Salvatore Ligresti, amico di Bettino Craxi e in ottimi rapporti con il sindaco socialista Carlo Tognoli e l’assessore comunista Maurizio Mottini, diventa il simbolo dell’imprenditore che riesce a concludere ottimi affari grazie alla politica. Viene indagato per corruzione e un pretore coraggioso, Francesco Dettori, scopre una miriade di reati urbanistici compiuti nei suoi cantieri, disseminati in tutta Milano.

Ma la scoperta più clamorosa agli occhi dei milanesi, in realtà, è che l’amministrazione di sinistra ha dato la città in mano allo sconosciuto palazzinaro venuto da Paternò: due terzi delle edificazioni avviate dalla giunta, a colpi di miracolose varianti al piano regolatore, sono targate Ligresti.

Segue dibattito, con polemiche infuocate. Cade la giunta, Tognoli è costretto a dimettersi e Ligresti esce distrutto dallo scandalo delle aree d’oro: con l’immagine a pezzi e uno stillicidio di piccole condanne per abusi edilizi. Ma è il mercato il suo nemico più grande: i suoi palazzi non si vendono, gli uffici restano vuoti, il terziario è bloccato. Un fallimento anche per la politica e per la gestione del sindaco Tognoli, che sull’espansione del terziario aveva puntato tutto, anche barando: quello che era stato chiamato Piano Casa, varato in nome della necessità di costruire abitazioni a prezzi contenuti, si era via via trasformato in un diluvio di uffici, il più grande mai permesso a Milano.

Ma gli affari sono più severi della politica, non perdonano gli errori: palazzi invenduti vuol dire crisi. L’indebitamento finanziario netto di Ligresti, infatti, è da vertigine: più di 1.150 miliardi di lire, una dozzina di volte il patrimonio netto. Per di più il vecchio maestro, Ursini, si rifà vivo e trascina Ligresti in tribunale, perché pretende che gli sia restituita la sua Sai. Uno senza santi in paradiso, in queste condizioni, sarebbe miseramente fallito nel corso di una notte. Ligresti invece si salva: è nientemeno Enrico Cuccia a correre in suo aiuto, inventando una manovra di salvataggio da brivido. Il presidente di Mediobanca nel 1989 decide di imporre la quotazione in Borsa della Premafin, chiedendo al mercato, come al solito in Italia, di sborsare i soldi necessari. Cuccia impone per la Premafin una valutazione di oltre 1.000 miliardi, quattordici volte gli utili (eccezionali: 72 miliardi) di un anno che non si ripeterà mai più.

La promessa di utili per 72 miliardi viene mantenuta, ma soltanto grazie alle corsie preferenziali della politica e dunque alle vendite di alcuni dei palazzoni vuoti di Ligresti agli enti pubblici, forzando il mercato. Era Tangentopoli all’opera, ma ancora la parola non era stata inventata.

Ma perché Cuccia ha fatto questo per don Salvatore? La risposta più convincente è una sola. Lasciar fallire Ligresti significava lasciar andare chissà dove la Sai, e con la Sai un suo piccolo pacchetto azionario, a cui Cuccia teneva più d’ogni altra cosa: quello di Euralux, finanziaria lussemburghese che controlla un fascio determinate di Generali. Per tenerlo nell’orbita di Mediobanca, Cuccia era disposto a fare patti anche con il diavolo. Così Ligresti è salvato e risorge la prima volta.
Naturalmente il mercato, bistrattato nel 1989, si è presto vendicato. Oggi Premafin, ristrutturata e ridotta a una scatola cinese che controlla quasi soltanto Sai, vale meno della metà del prezzo imposto da Cuccia nelle giornate eroiche della quotazione in Borsa.

TANGENTOPOLI

La via crucis di don Salvatore costruttore e martire continua. Caduto la prima volta sul Golgota delle aree d’oro e del terziario invenduto, rialzato da un Cuccia buon centurione, cade la seconda volta sulla via di Mani pulite. Nel 1992, infatti, il vento cambia, salta l’omertà degli anni delle aree d’oro. Iniziano le confessioni a catena, i protagonisti delle tangenti, questa volta, parlano. Così il 16 luglio, cinque mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa il «mariuolo», Ligresti viene portato in una cella di San Vittore, che è costretto a dividere con un tossicodipendente.

«Se arrestano perfino Ligresti, vuol dire che fanno sul serio», si commenta a Milano. È accusato di corruzione per aver comprato a suon di tangenti, per la sua società di costruzioni Grassetto, gli appalti della metropolitana milanese e anche qualche terreno pubblico. Nel 1993, nuova imputazione: è accusato di aver fatto ottenere alla Sai, con supermazzette, un superaccordo che sposa Eni e Sai, a cui è affidata la gestione di tutti i contratti assicurativi dell’ente petrolifero. Poi le accuse si moltiplicano, in una Mani pulite che contagia una buona parte d’Italia. Ligresti è considerato un personaggio di primo piano nel sistema di Tangentopoli, tanto che quando i magistrati di Milano s’imbattono in una megatangente da 21 miliardi pagata a Craxi da una misteriosa società estera chiamata All Iberian, pensano che dietro ci sia Ligresti. Scopriranno che invece c’era qualcun altro...ma chi erano solo supposizioni, e poi in quell'epoca oliare con la mazzetta era del tutto naturale...si sarebbe dovuto arrestare mezzo mondo!

« “Facci il nome, facci quel nome”, mi ripetevano, e mi facevano una x con le dita. Ma io quel nome non l’ho fatto», racconta oggi agli amici don Salvatore, ricordando i lunghi mesi di galera. Il nome con la x, naturalmente, è Craxi. Ma qualcosa, alla fine, ammette anche il duro di Paternò. Il minimo indispensabile, ma parla. Poi arrivano i processi e le condanne. La prima, per Eni-Sai, è di 3 anni e 6 mesi, che sarà limata (2 anni e 4 mesi) ma confermata anche in Cassazione. Niente galera, nel sistema italiano, solo affidamento ai servizi sociali, cioè una chiacchierata ogni tanto con un’assistente sociale e un piccolo impegno per la Caritas ambrosiana.

Ma la pena ha un risvolto assai spiacevole: il codice prevede che una condanna definitiva faccia venire meno i requisiti di «onorabilità» necessari per guidare le compagnie d’assicurazione; per questo il "pregiudicato" Ligresti ha dovuto lasciare tutte le cariche sociali. A sostituirlo, almeno per la legge, sono i figli: Jonella, 35 anni, è presidente della Sai, vicepresidente di Premafin e unica donna a sedere nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca; Giulia, 34 anni, siede nei consigli di Sai, Premafin e Telecom, ma è più interessata alle sue borse e accessori in pelle, che disegna di persona e commercializza con il marchio Gilli. Paolo, 33 anni, è presidente di Sai International e vicepresidente di Atahotel, la società che controlla gli alberghi del gruppo. Ora, con Bondi alla guida di Premafin, i rapporti al vertice del gruppo saranno più complicati, specie per Jonella, che ha già dimostrato di non voler essere solo una prestanome del padre. Ligresti, comunque, benché sotto la tutela di Mediobanca, è tornato sulla scena della finanza italiana. Possiamo essere certi che si farà sentire.

Letizia Schmit

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