Ancora veleni e tensioni al palazzo di città. Non sono solo le vicende Callari, Tetris e Accademia di Studi Mediterranei a mettere in ansia gli amministratori, oggi si è aggiunto un altro caso scatenato dalle dichiarazioni dell'imprenditore Giuseppe Burgio che nel corso di una testimonianza ad un processo ha raccontato di presunte irregolarità delle autorizzazioni per la realizzazione di due centri commerciali (Villaggio Mosè e Villaseta) perpetrate dall'assessore comunale allo Sviluppo Economico Angelo La Rosa.
Burgio ha riferito al processo che La Rosa gli avrebbe chiesto dei soldi per sbloccare il progetto e per farlo arrivare in Consiglio Comunale: "“Il mio progetto era stato bloccato dall’assessore allo Sviluppo Economico Angelo La Rosa che mi disse di avere grossi problemi economici e mi fece capire velatamente che se volevo farlo arrivare in consiglio comunale per l’approvazione avrei dovuto pagare” queste le testuali parole dell'imprenditore.
Il referente del progetto Moses, rispondendo alle domande dell’avvocato Giuseppe Scozzari, difensore di Gaetano Scifo (imprenditore che portava avanti il progetto concorrente di Villaseta), ha ricostruito l’iter che portò all’approvazione della variante al Piano regolatore generale che, di fatto, avrebbe dovuto dare il via libera al suo progetto.
Subito arriva la replica dell'assessore La Rosa che attraverso il suo legale Diego Galluzzo fa sapere che "Con riferimento alle notizie di stampa che riportano le dichiarazioni di tal Giuseppe Burgio nei confronti dell’Assessore Angelo La Rosa, corre l’obbligo di precisare quanto segue. Medesime calunniose dichiarazioni il Burgio rese anni or sono. Venne formalmente aperta un’inchiesta nel corso della quale l’Assessore La Rosa chiarì gli eventi alla Autorità Giudiziaria e la pratica non ebbe nei suoi confronti seguito alcuno, stante l’inesistenza di qualsivoglia elemento a suo carico.
Oggi, alla luce delle reiterate affermazioni false e calunniose, l’Assessore La Rosa, ha dato mandato al sottoscritto difensore di procedere in danno di chi continua a diffamarlo senza ragione alcuna. Pertanto, consapevole di ciò, l’Assessore La Rosa ha continuato e continua a svolgere il suo mandato politico - amministrativo".
Dopo tre udienze che hanno visto le deposizioni di Burgio, il processo riprenderà il prossimo 17 dicembre quando saranno sentiti alcuni testimoni tra cui l’ex presidente del Consiglio comunale di Agrigento, Giovanni Di Maida, ieri assente ingiustificato per la terza volta e per il quale il presidente del Tribunale ha disposto l’accompagnamento coattivo.
Burgio, qualche mese fa rese altre confessioni interessanti ai giudici che pubblichiamo interamente di seguito: "Alcuni fatti obiettivi vanno portati a conoscenza dell’opinione pubblica, a tutela della verità, della reputazione individuale e aziendale mia e della stessa credibilità delle aziende da me dirette. Tutti i fatti oggetto dei verbali riportati sono stati oggetto di approfondimenti investigativi e procedimentali o processuali, conclusisi: nei confronti di Giuseppe Burgio: circa quelli riferiti da Luigi Putrone, con l’assoluzione del Burgio nel processo gelese che lo ha riguardato alla fine degli anni Novanta, e con la condanna del Putrone e di altri nel successivo processo per le estorsioni ai danni del Burgio, processo avviatosi grazie alle denunce del medesimo;
con decreto di archiviazione richiesto ed ottenuto dalla D.D.A. di Palermo nel 2003 nei miei confronti dall’ipotesi di riciclaggio, dopo una verifica in fase di incidente probatorio che è durata due anni, nella quale tutte le operazioni finanziarie ed i flussi che avevano riguardato Burgio e le società da lui amministrate o partecipate sono state analizzate nel dettaglio: si tratta di vicende per alcune delle quali, alcune successive indagini hanno evidenziato che si trattava anche di estorsioni (si pensi alla cessione formalmente onerosa e di fatto mai pagata di merci a esercizi commerciali aperti anche dai Putrone); infine, con decreto di archiviazione, richiesto ed ottenuto dalla D.D.A. di Palermo nei miei confronti per le vicende citate da Maurizio Di Gati del luglio 2009, considerato, peraltro, che il Di Gati rende dette dichiarazioni mentre è detenuto anche in forza di mie denunce, e riferisce di un periodo in cui avevo contribuito con le stesse al disvelamento dei tentativi estorsivi del di lui fratello Beniamino Di Gati; e, in ordine alla riferita, da Di Gati, mia iniziativa di ingraziarmi il latitante Gerlandino Messina offrendo posti di lavoro a congiunti del medesimo, avevo già da anni riferito alla polizia giudiziaria, che si occupava della mia sicurezza, delle ripetute richieste di assunzione presentate da una congiunta del ricercato e dallo stesso Giovanni Putrone, fratello di Luigi Putrone, che era già stato arrestato per tentativi di estorsione al C.D.A. e che in seguito verrà riarrestato nell’operazione Fortezza (il Giovanni Putrone mi chiese un lavoro il 25/03/2007, il giorno dopo che il supermercato le Rondini aveva subito un danneggiamento che era già stato tempestivamente denunciato).
Nell’estate del 2002 ho denunciato alla Squadra Mobile un grave atto intimidatorio: il ritrovamento davanti alla mia casa di abitazione di una testa d’agnello. Evidenziando anche la ricerca di contatti da parte di Ignazio Massimino, che aveva già scontato la condanna per mafia nel processo “Akragas” e che verrà nuovamente arrestato nel luglio 2005 nell’operazione “San Calogero ” della Polizia di Stato e condannato.
Il 2 novembre 2004, ho denunciato alla Squadra Mobile i fatti riassunti nel processo penale che vede oggi imputato di tentata estorsione Gaetano Scifo, imprenditore agrigentino, già arrestato nell’operazione “Alta Mafia”, imputato e condannato per corruzione in quel processo. Per definitiva chiarezza e trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica, e, soprattutto, per il senso di responsabilità nei confronti anche dei numerosi dipendenti ed interlocutori delle aziende coinvolte, questa potrebbe essere l’occasione giusta per riassumere anche la storia dell’evoluzione di questi fatti, che hanno caratterizzato il positivo cambiamento della provincia di Agrigento, stigmatizzato nell’intervista a Il Sole 24 Ore da me resa sull’effetto di liberazione dell’imprenditore che denuncia gli estortori nonostante la scorta, e dall’esperienza poi avviata e consolidata da Salvatore Moncada a Marco Campione, Giuseppe Scirè Scapuzzo, da fratelli Catanzaro e da numerosi altri imprenditori agrigentini, tutti condotti dalla polizia giudiziaria e dalla magistratura verso la libertà d’impresa.
Sono stato arrestato il 10.11.1998 per associazione mafiosa, in esecuzione di provvedimento emesso dall’A.G. di Caltanissetta, e poi assolto in primo grado da tale imputazione dal Tribunale di Gela con sentenza ormai divenuta definitiva. In quel processo mi venivano contestati rapporti di frequentazione e la presenza di numerosi esponenti mafiosi nei punti vendita a me riconducibili risalenti agli inizi degli anni Novanta. Venivo scarcerato nel pomeriggio del 22.05.2000 e la misura di prevenzione che mi era stata irrogata venne revocata dalla Corte d’Appello di Palermo. Anche la conseguente indagine per riciclaggio nei miei confronti come sopra anticipato, scaturita dalla prima indagine, è stata poi archiviata dal Gip del Tribunale di Palermo su richiesta della Dda ed i processi andarono dimostrando il carattere estorsivo delle forniture di merci non pagate da parte degli esponenti mafiosi.
Immediatamente dopo la scarcerazione ho avviato un progressivo rapporto di collaborazione con la Squadra Mobile della Questura di Agrigento prima, e con la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo poi, nella qualità di persona offesa di gravi vicende estorsive. Oggi sono presidente della C.D.A. s.p.a. che opera nel campo della grande distribuzione alimentare, ed è la prima azienda agrigentina per fatturato, numero di addetti e contribuzione fiscale. Il C.D.A. s.p.a. di cui sono stato socio fondatore, era stato fatto oggetto nei decenni precedenti di estorsioni da parte delle famiglie mafiose di Porto Empedocle ed Agrigento, e di altre località dell’Isola, denunciate alla Polizia di Stato ed alla D.D.A. di Palermo da esponenti di quella società succedutisi nel tempo, a partire dal 1998, e poi chiariti e da me ampliati a partire dalla mia scarcerazione.
Si tratta, in primo luogo, della lunga vicenda estorsiva che ha riguardato il centro <C.D.A.> in quanto tale, taglieggiato per anni dalla famiglia mafiosa di Agrigento, capeggiata da Arturo Messina, per il solo fatto di esistere, attraverso il versamento di somme periodiche di denaro e assunzioni forzose, fatti per i quali le prime dichiarazioni alla polizia giudiziaria di esponenti della società risalgono al periodo che va dal 1997 al 1998, e si è quindi giunti al processo penale conclusosi intorno al 2004 contro Arturo Messina, Luigi Putrone, peraltro allora latitante, ed altri, tutti condannati, anche grazie alla mie testimonianze in udienza . La C.D.A. s.p.a. è stata fatta oggetto anche di tentativo di estorsione da parte di esponenti della criminalità mafiosa di Gela (CL), anch’essi oggetto di denunce rientrate nell’Ordinanza di custodia cautelare nr. 396/99 N. C. D.D.A. e nr. 4400/99 R.G. G.I.P. emessa il 25.06.2002 dal G.I.P. del Tribunale di Palermo su richiesta della D.D.A., il 28.06.2002 (operazione “Libera Impresa”), vicenda anch’essa giunta in fase processuale.
Per effetto delle ulteriori denunce da me presentate alla Polizia di Stato nel 2002, prima che ogni segnale di svolta provenisse da Confindustria, il 9.10.2002 vennero sottoposti a provvedimenti restrittivi, per estorsione e tentata estorsione: Calogero Di Caro nato a Canicattì l’11.01.1946, a quell’epoca sorvegliato speciale della P.S. con obbligo di soggiorno ai sensi della Legge nr. 575/1965, e già condannato in sede definitiva per associazione mafiosa quale appartenente a Cosa Nostra, che era stato da poco scarcerato, poi destinatario anche dell’Ordinanza della storica operazione ALTA MAFIA del 29 marzo 2004 – il Di Caro appartiene ad una delle principali famiglie tradizionali di Cosa Nostra siciliana ed era capo della famiglia di Canicattì quando denunciai le sue richieste estorsive; Beniamino Di Gati nato a Racalmuto il, 4.3.1962, gia’ sorvegliato speciale ai sensi della normativa antimafia, fratello del latitante Maurizio Di Gati nato a Racalmuto il 07.10.1966, che nel momento in cui Burgio denunciava le ulteriori richieste estorsive era ancora latitante e indicato come capo provinciale di Cosa Nostra agrigentina, ed altri due soggetti. Nella stessa vicenda vennero fatti oggetto di provvedimento restrittivo per estorsione ai miei danni anche gli stessi Maurizio Di gati e Luigi Putrone allora ancora pericolosi latitanti.
Nel giugno 2004 ho denunciato un tentativo di estorsione ai danni delle attività commerciali dell’allora ancora in costruzione centro commerciale “Le Rondini” in Porto Empedocle: episodio per il quale è stata informata la Squadra Mobile di Reggio Calabria e la D.D.A. di Palermo. Divenuto presidente del Consiglio d’amministrazione del C.D.A., , insieme a miei collaboratori, ho fatto luce su altre diffuse pratiche estorsive ai danni di punti vendita della sua società, denunciando alla Polizia di Stato, fatti avvenuti nelle province di Trapani, Siracusa, Caltanissetta, e Palermo. Alla fine del 2004 sono stato il primo , essendo un concorrente commerciale, a denunciare le anomalie dell’espansione nell’agrigentino dei supermercati a marchio Despar riconducibili a Giuseppe Grigoli, oggi imputato per associazione mafiosa quale socio di fatto anche del noto latitante Matteo Messina Denaro di Castelvetrano.
L’attenzione degli inquirenti si concentra sui supermercati di Grigoli di Canicattì (gestito dalla famiglia Di Gioia di Canicattì, coinvolta nell’operazione “Cupola” del 2002 e nell’operazione “Alta Mafia” del 2004), e di Villaggio Mosè, con la presenza di congiunti del capomafia agrigentino Cesare Lombardozzi, e dove avvenivano incontri di mafia, entrambi poi sequestrati dalla magistratura. Nel marzo 2006 ho sollevato con tre esposti trasmessi alle competenti autorità, anomalie nell’apertura di un punto vendita Eurospin ad Agrigento, riconducibile ad una società catanese, il cui titolare è stato di recente arrestato e poi scarcerato nel contesto di indagini di mafia, relative al favorevole interessamento di Cosa Nostra agrigentina e, in particolare, del latitante Giuseppe Falsone cl. 1970, figlioccio di battesimo di Lombardozzi emerso nei noti “pizzini” sequestrati al già latitante e mafioso Bernardo Provenzano all’atto della sua cattura l’11.04.2006 a Corleone. Inoltre, la società Eurospin Sicilia aveva rilevato a giugno del 2005 proprio dal citato Gaetano Scifo la gestione di un altro punto vendita nella frazione agrigentina di Villaseta.
Il 7 settembre 2006 ed il successivo 23 ottobre 2006 il mio nuovo supermercato a Mazara del Vallo (TP) viene fatto oggetto di un grave danneggiamento degli impianti. Infine, pur non essendo in alcun modo coinvolto in quella indagine, fornisco in pubblica udienza riscontri a sua conoscenza al processo a carico dei fratelli Agrò di Racalmuto per l’omicidio del commerciante agrigentino Mancuso al Cash and Carry. Per effetto del rischio connesso alle denunce e testimonianze – conclude Giuseppe Burgio - sono attualmente sottoposto a servizio di scorta, cui pure sono stati in precedenza sottoposti suoi stretti familiari, tuttora oggetto di servizi di vigilanza”.
Intanto oggi pomeriggio Stefania Petix (e il suo fido bassotto) di Striscia la Notizia è giunta ad Agrigento per saperne di più sul parcheggio dei bus di piazzale Rosselli.
Il caso Tandoj - Il giallo più intricato della storia di Agrigento
Microstorie di Girgenti dal 1880 al 1980

