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Storia del malaffare ad Agrigento e provincia: ecco come ha funzionato il sistema clientelare

Mafia, politica e pubblica amministrazione in Sicilia e nella provincia di Agrigento. Pubblichiamo una interessante pronunzia giurisprudenziale risalente al 2006 ma che da chiaramente l'idea di quello che è, ed è stato, il malaffare nella nostra città e nella nostra provincia con i personaggi coinvolti nell'inchiesta Alta Mafia, Consorzio Ecoter, l'ex assessore regionale Vincenzo Lo Giudice, l'ex presidente dell'istituto case popolari Failla, mafiosi di Canicattì e di altri paesi della provincia, Scifo, e tanti altri. Da leggere per capire meglio come funzionano gli intrecci politico-mafiosi nella provincia più mafiosa d'Italia. (G. FIANDACA e C. VISCONTI, in corso di pubblicazione in Quest. giust., 2006).

 

IL MALAFFARE NELLA PROVINCIA DI AGRIGENTO

Questa sentenza del G.u.p. del Tribunale di Palermo, qui di seguito riprodotta, si segnala all’attenzione perché fornisce una peculiare lettura del modo di atteggiarsi del rapporto tra mafia e politica in uno specifico contesto temporale e territoriale, quale quello agrigentino all’inizio del millennio.

Il riferimento ad una specifica realtà serve a contestualizzare un problema, come appunto quello dei nessi tra l’agire politico e l’agire mafioso, che non può essere affrontato in termini generali e una volta per tutte. Al contrario, l’esperienza storica, la riflessione sociologica e i dati risultanti dalle indagini giudiziarie mettono da sempre in evidenza non soltanto la complessità delle interazioni tra sistema politico e sotto-sistema mafioso, ma anche che tale complessità può manifestarsi in forme diverse a seconda delle fasi storiche e delle diverse fenomenologie mafiose prese in considerazione.

Un interrogativo di fondo, ricorrentemente postosi e ripropostosi, è se alla base delle interconnessioni tra mafia e politica vi sia una ferrea logica sistematica, interna al sistema di potere dominante, a sua volta traducentesi in relazione ai contesti spazio-temporali in una rispettiva posizione di autonomia, supremazia o sottomissione del potere mafioso; ovvero se più modestamente si tratti di una convergenza, sia pure non episodica di interessi, la quale fa a meno di strategie generali predeterminate dando invece vita ad accordi tattici di volta in volta finalizzati a conseguire obbiettivi contingenti. Sennonché, anche questa contrapposizione di modelli, se intesa in modo troppo schematico e alternativo, secondo opposte prospettazioni astrattamente idealtipiche, finisce per forzare l’irriducibile ambiguità e polivalenza insita nella variegata fenomenologia dei rapporti tra sopramondo ufficiale e sottomondo mafioso.

Negli anni a noi più vicini, l’ipotesi di una mafia dotata di una soggettività politica autonoma e capace addirittura di porsi in posizione di supremazia rispetto al potere politico ufficiale si è affacciata soprattutto nella fase di predominio dei “dittatori” corleonesi, emblematicamente esemplificati nella leaderschip di Totò Riina. Ma considerando le cose con il senno di poi, e cioè prendendo atto di quanto questo sogno di onnipotenza si sia scontrato con le resistenze opposte dalla successiva evoluzione delle vicende del nostro paese, la tesi di una piena supremazia politica raggiunta da Cosa nostra, presuntamente assurta al ruolo di king maker del sistema politico, appare non solo poco plausibile ma addirittura frutto di fantapolitologia.

In tempi più recenti, il problema del modo di atteggiarsi del rapporto tra mafia e politica si è riproposto in sede di analisi delle contingenze politiche siciliane, e in particolare in relazione al sistema di potere regionale gestito dall’attuale Presidente Cuffaro. Ci si è chiesti e ci si chiede: il “cuffarismo” rappresenta una efficace sintesi di una teoria e di una prassi politiche pregiudizialmente finalizzate a soddisfare interessi mafiosi; oppure la generalizzata e indiscriminata vocazione clientelare del metodo “cuffariano” di far politica incrocia gli interessi mafiosi allo stesso titolo di altri interessi ? A ben vedere, anche questa volta la prospettata contrapposizione di chiavi interpretative rischia di far torto alla complessità e varietà dei rapporti mafia-politica compresenti in uno stesso periodo storico nell’ambito di contesti territoriali diversi. Ciò vale tanto più quando, sfuggendo alle tentazioni delle analisi macrosociologiche, ci si limiti a considerare i “microcosmi” emergenti dalle ottiche inevitabilmente più settoriali che presiedono alle ricostruzioni giudiziarie dei singoli processi.

E’ alla stregua di queste precisazioni preliminari che si fa apprezzare lo sforzo ricostruttivo dispiegato nella parte della motivazione della sentenza palermitana qui pubblicata: la quale, appunto, delinea uno scenario clientelare politico-imprenditoriale-mafioso, caratterizzato, secondo l’interpretazione dell’organo giudicante, dal fatto di avere al proprio vertice il deputato regionale Lo Giudice. La prospettazione di un simile scenario non equivale, beninteso, a costruire una generale tesi sociologica che pretende di leggere oggi i rapporti tra mafia e politica in termini di prevalenza della seconda sulla prima: il senso di questo approccio è ben più limitato, perché la tesi del ruolo di vertice del sistema attribuito all’uomo politico in questione è argomentata sulla base delle concrete e specifiche dinamiche di potere processualmente riscontrate nel particolare contesto politico-territoriale oggetto di indagine.

Molto significativi, nell’ottica indicata, appaiono quei passi della motivazione in cui l’estensore della sentenza descrive il tipo di rapporto instaurato dall’esponente politico con Cosa nostra: “gli aderenti a quella organizzazione vengono integrati nella rete clientelare in una posizione di subalternità rispetto all’uomo politico e lo << servono>>, se del caso, con la forza intimidatoria di cui dispongono, in cambio dell’inserimento in qualche affare redditizio legato alla realizzazione di opere pubbliche.” Diagnosi dalla quale il medesimo giudice trae la conclusione che “ in questa logica il gruppo mafioso esprime un potere minore rispetto a quello del politico; e quel potere dell’organizzazione criminale di penetrazione nel tessuto economico di una certa realtà territoriale può funzionare solo se collegato all’uomo politico attraverso il reticolo clientelare”.

Ammesso che la chiave di lettura prescelta dall’organo giudicante sia suffragata dai dati processuali disponibili, si conferma dunque l’assunto che anche oggi il modo di atteggiarsi dei rapporti mafia-politica non è riconducibile a un unico modello esplicativo assunto come valido sulla base di pregiudiziali tesi generali. Potrà accadere, e di fatto accade, che, mentre in alcuni contesti è il politico ad assumere un ruolo di supremazia o di indirizzo, in altri contesti le concrete dinamiche di potere potranno essere tali da conferire ai mafiosi un ruolo guida. Se ciò è vero, è altrettanto vero che dal punto di vista degli effetti perversi sul funzionamento delle istituzioni democratiche, non è detto che il modello più temibile sia quello in cui l’eventuale “regia” spetti ai gruppi mafiosi: la qualità dei processi democratici risulta allo stesso modo compromessa in entrambe le ipotesi, a prescindere che il bandolo della matassa stia prevalentemente nella mani della sponda politica o della sponda mafiosa.

Così, ammettere che, ad esempio, nello specifico contesto indagato nella sentenza a reggere le fila del sistema clientelare-imprenditoriale-mafioso sia stato soprattutto un uomo politico, non è per nulla più tranquillizzante in quanto non sminuisce l’incidenza negativa del potere mafioso. Insomma, quale che sia il contingente ruolo di preminenza assunto dal politico o dal mafioso all’interno dell’intreccio perverso, l’impatto finale ai danni della società democratica purtroppo non cambia.

Ulteriori approfondimenti sull’attuale natura dei rapporti mafia-politica saranno certamente occasionati dallo sviluppo delle indagini conseguenti alla recentissima cattura di Bernardo Porvenzano, altro capo storico (insieme con Totò Riina) della mafia corleonese, cui si attribuisce la scelta strategica del c.d. “inabissamento” di Cosa nostra e della connessa politica di “pacifica” coesistenza con lo Stato nel segno di nuove intese politico-affaristiche. E’ auspicabile che il dischiudersi di nuovi orizzonti di indagine consenta di chiarire se e fino a che punto ci sia stato un vero mutamento di strategie politico-mafiose dopo l’arresto di Riina e il passaggio dello scettro nelle sole mani di Provenzano, ovvero se, ancora una volta, in realtà non ci siano state strategie davvero diversificate all’insegna della “guerra e della pace” con lo Stato, atteggiandosi piuttosto i due boss a simboli di concezioni che ambiguamente si integrano più di quanto si contrappongano in maniera netta.

Ma, quale che sia la verità in proposito, rimane a nostro avviso impregiudicata la possibilità di una contemporanea compresenza, in funzione dei diversi contesti territoriali, di una pluralità di modelli di interazione tra potere politico e potere mafioso.
Un breve rilievo a mo’ di conclusione. La disponibilità a non privilegiare modelli preconcetti nelle analisi delle interazioni tra mafia e politica e tra mafia e società civile, consente d’altra parte, a nostro avviso, di superare le ottiche unilateralmente “mafiocentriche”, le quali finiscono per trascurare l’incidenza di alcuni dei fattori coinvolti nella genesi dei sistemi politico-clientelari vulnerabili alle infiltrazioni mafiose. Si vuol dire, cioè, che è lo stesso modo di fare politica, di amministrare la cosa pubblica e di gestire le risorse economiche in alcune realtà meridionali a creare il terreno di cultura per il persistente prosperare del parassitismo mafioso.

Un sistema complessivo di legalità “debole”, cioè, nel quale le cause della mancata sconfitta della mafia e le cause dell’ insufficiente o comunque distorto sviluppo del Mezzogiorno, si pongono in un forte rapporto di sinergia (in proposito, da ultimo, v. LA SPINA, Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno, Torino, 2005). Una simile presa d’atto non può non influire sulle strategie investigative e sulle politiche giudiziarie della magistratura requirente, nel senso che il necessario impegno profuso nelle indagini di mafia dovrebbe essere sempre accompagnato da un maggiore impegno nel controllo penale delle attività delle pubbliche amministrazioni, ossia dei gangli vitali ove si determinano le scelte di impiego delle risorse finanziarie disponibili nel Mezzogiorno. Detto altrimenti: non vorremmo che l’imprescindibile obbiettivo della repressione giudiziaria delle cosche mafiose fosse alla fine vanificato dal mancato prosciugamento della palude politico-amministrativa nella quale attecchisce il sistema di illegalità diffusa ancora riscontrabile nelle società meridionali.

Tutto ciò, ovviamente, nella consapevolezza che un “vero” e profondo risanamento deve anzitutto passare attraverso la convinta e duratura mobilitazione della società civile e politica.
Tribunale di Palermo 28 luglio 2005, imp. Augello e altri (estratto).

II. LE CONDOTTE DI LO GIUDICE VINCENZO AL VERTICE DI UN SISTEMA CLIENTELARE POLITICO-IMPRENDITORIALE-MAFIOSO E I RIFLESSI SULLE POSIZIONI DEGLI IMPUTATI DEL PRESENTE PROCESSO.

Il rapporto tra l’uomo politico e Cosa Nostra. Il disvalore della condotta dei complici del Lo Giudice.
Per una agevole comprensione degli elementi di prova posti a fondamento dell’impianto accusatorio a carico di buona parte degli imputati del presente procedimento, pare opportuna una breve premessa riguardante l’On Lo Giudice Vincenzo, la cui posizione è stata stralciata con il decreto del 10 marzo 2005 che lo ha rinviato a giudizio per i reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, corruzione, turbativa d’asta ed una serie di abusi di ufficio aggravati dall’art 7 del DL 152 del 1991.

Nel delineare il contesto in cui maturano le azioni delittuose relative a questo processo, occorre tracciare sinteticamente la trama e le finalità dei rapporti costituiti dall’On. Lo Giudice (Assessore al territorio e all’ambiente della Regione Sicilia dal 1998 al dicembre del 1999; Assessore ai Lavori pubblici dal gennaio 2000 al giugno 2001) con esponenti di Cosa Nostra, provenienti dalle zone di Canicattì, Agrigento e centri limitrofi, con imprenditori, liberi professionisti e amministratori, a vario titolo coinvolti nel presente procedimento, anche al fine di cogliere il reale grado di disvalore dei fatti loro attribuiti.

L’approfondimento è reso necessario, principalmente, dal fatto che le fonti probatorie relative alla maggior parte degli imputati sono ricavabili dal contenuto delle intercettazioni ambientali, disposte dalla polizia giudiziaria proprio all’interno della segreteria politica del Lo Giudice.
Secondo gli atti processuali a disposizione nel rito abbreviato, Lo Giudice risulta essere, a tutti gli effetti, la figura centrale di un sistema di illegalità diffusa operante nelle zone dell’agrigentino, nel cui ambito maturano una serie di condotte illecite tra cui la fattispecie associativa di stampo mafioso e i delitti contro la pubblica amministrazione, non sempre aggravati dall’art 7 del DL 152 del 1991, nonostante le contestazioni dell’organo dell’accusa.

Sul versante della fattispecie associativa, e quindi della adesione del Lo Giudice alle attività della cosca di Canicattì, si osserva che la condotta di quest’ultimo si è tradotta, spesso, in atti suscettibili di rafforzare la capacità di quel sodalizio di penetrare nelle attività economico-finanziarie dell’area dell’agrigentino [es.vicenda Ecoter, per il tramite di Russello Calogero v.capo d) della imputazione], come si evince dai reiterati rapporti con esponenti di Cosa Nostra quali Di Caro Calogero, Ficarra Vincenzo e Gentile Giovanni.

Con riguardo, invece, alle specifiche contestazioni relative ai reati contro la pubblica amministrazione emerge che il Lo Giudice ha coordinato una serie di manovre corruttive, di abusi d’ufficio e di turbative d’asta che, solo occasionalmente, nella fase ideativa o esecutiva, hanno coinvolto esponenti di Cosa Nostra.

In altri termini, il Lo Giudice si pone al vertice di un sistema clientelare articolato e complesso; e certamente non interpretabile solo attraverso il prisma del patto di scambio elettorale politico-mafioso, espressione della “logica corleonese” degli anni ottanta e novanta.
Dalle risultanze del presente processo, il lungo rapporto tra uomo politico e gruppo mafioso registra la supremazia del primo sulla seconda componente, secondo uno schema che, per certi versi, ha registrato dei precedenti nella storia di Cosa Nostra, ancorché in epoche antecedenti all’avvento della c.d. “ala corleonese”.

Più precisamente, non si riscontra nel rapporto di cooperazione tra politico ed esponenti mafiosi, come manifestatosi negli atti processuali, quella pari dignità tra le due parti dell’accordo che fu, ad esempio, alla base di ciò che venne definito il c.d. “patto del tavolino” di fine anni ottanta, allorquando politici, imprenditori ed esponenti di Cosa Nostra trattavano dalla medesima piattaforma collaborativa la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia (v.dichiarazioni di Siino Angelo e Brusca Giovanni).

Dal punto di vista processuale, questa chiave di lettura del rapporto tra mafia e politica, più dettagliatamente descritta nelle pagine successive, pare anche propiziata dalla particolare natura delle fonti di prova più rilevanti nell’ambito del presente procedimento.
Nelle intercettazioni ambientali e telefoniche in atti figurano tra gli interlocutori non solamente esponenti o ex esponenti del “nocciolo duro” dell’organizzazione criminale (“uomini d’onore”, secondo le regole non scritte di quell’ordinamento), i quali, nel momento in cui sono chiamati a percepire prima ed eventualmente a descrivere poi (in veste di collaboratori di giustizia) i rapporti con i “non associati” che entrano in contatto con Cosa Nostra, risentono, inevitabilmente, di un approccio psicologo portato ad attribuire una sorta di rilievo assorbente o, in ogni caso, centrale alle gerarchie e alla forza intimidatoria del sodalizio criminale di provenienza.

La natura di “atto a sorpresa” della intercettazione e l’esposizione, nell’ambito delle conversazioni intercettate, del genuino punto di vista dei soggetti che interagiscono con Cosa Nostra senza tuttavia far parte della sua struttura militare hanno rappresentato, nel presente procedimento, un sicuro antidoto verso contributi dichiarativi che, pur in perfetta buona fede, sono, in alcuni casi, suscettibili di sovradimensionare le effettive potenzialità del sodalizio mafioso, indirettamente relegando in una situazione di “subalternità” qualsiasi interlocutore esterno, e, quindi, fornendo una chiave di lettura dei rapporti tra mafia e politica che rischia di essere fuorviante.

In effetti, proprio le molteplici intercettazioni che riguardano il Lo Giudice, anche nella primavera del 2001, non rivelano la decisività del contributo elettorale proveniente dalle cosche mafiosa di Agrigento, Canicattì e zone limitrofe, in occasione del rinnovo del parlamento regionale (elezioni giugno nel 2001), avendo il Lo Giudice organizzato “una macchina elettorale” ben più articolata e complessa che era in grado di prescindere dalla menzionata organizzazione criminale per la “raccolta del consenso”.

Tali considerazioni, ad avviso di questo giudice, spiegano la circostanza, emersa in questo processo, secondo cui l’attività illecita dell’on. Lo Giudice non si sia consumata tutta nell’ambito del pur lungo e significativo rapporto con Cosa Nostra, che ha provocato la contestazione all’uomo politico del reato di partecipazione a quella associazione.
L’attività illecita in oggetto, che solo a tratti incrocia i destini del sodalizio mafioso, persegue un progetto di illegalità ben più ambizioso.
Detto progetto coinvolge imprenditori, amministratori e liberi professionisti, non tutti riconducibili al “nucleo forte” dell’organizzazione criminale (c.d. “ala militare”) e pone il politico (Lo Giudice) al vertice del gruppo delinquenziale.

Il contributo proveniente da quel “comitato d’affari” risulta decisivo ai fini della conservazione e del rafforzamento di un potere clientelare ed economico che l’On. Lo Giudice, grazie anche ad atteggiamenti trasformistici di una parte della classe politica, riesce comunque a valorizzare (in modo illecito), indipendentemente dalle maggioranze di “diversa connotazione ideologica” avvicendatesi alla guida della Regione Sicilia nell’anno 2001.

Come dimostrato in questo processo, varie manovre illecite, ordite all’interno della amministrazione regionale, e le relative attività del “comitato d’affari occulto”, capeggiato dal Lo Giudice, iniziano nell’anno 2000; e proseguono dopo il giugno del 2001, allorquando alla guida del governo locale si era insediata una maggioranza di segno diverso [es. vicenda gestione dei fondi c.d. ex Gescal; cfr. motivazione capi e), g) ed i) della rubrica].

In tali manovre la presenza degli interessi mafiosi non appare indispensabile.
Può definirsi occasionale e viene sollecitata in momenti di avanzata esecuzione del programma delittuoso, nelle situazioni in cui concretamente si frappongono degli ostacoli.
Come si dirà trattando del capo d) della rubrica (a cui si rinvia per ogni integrazione motivazionale), solo in questa prospettiva può spiegarsi la stipula di una convezione, assolutamente illegittima secondo la normativa vigente all’epoca dei fatti, tra il consorzio ECOTER e lo IACP di Agrigento, per la realizzazione di un programma di recupero e riqualificazione urbana, finanziato con fondi pubblici per decine di miliardi di lire, su cui hanno lucrato, oltre al Lo Giudice, burocrati (Failla e Castaldo) e imprenditori (Scifo, Russello) spregiudicati.
Anche in quel frangente Lo Giudice “orchestra” una manovra corruttiva che passa per la personale emissione di atti palesemente illegittimi.

Costui, nella sua qualità di Assessore regionale ai LL.PP., aveva emesso un decreto che stravolgeva norme sovra-ordinate che avrebbero impedito la stipula della menzionata convezione.
E, in quel caso, la condotta del Lo Giudice va a saldarsi con le condotte illecite dell’allora (anno 2000) Presidente dello IACP di Agrigento, Failla Salvatore, e del Coordinatore generale del medesimo istituto, Castaldo Franco.
Il tutto avviene in cambio del versamento di tangenti (anno 2002) da parte dell’imprenditore di riferimento per la realizzazione di quel programma (Scifo Gaetano) e del controllo, gestito dal Lo Giudice, dell’occulta assegnazione dei lavori realizzativi del programma della convenzione ad “imprese amiche” (a partire dal 2002).

Ebbene anche in questo caso, l’atteggiamento, ad un certo punto, non collaborativo dello Scifo aveva indotto il Lo Giudice a richiedere l’intervento del Russello Calogero, in grado di perfezionare l’accordo corruttivo in quanto portatore di interessi e di logiche espressione delle cosche mafiose locali, finendo così per coinvolgere nell’operazione illecita la più volte menzionata organizzazione criminale.
Ad analoghe conclusioni si perviene, d’altronde, per la vicenda della turbativa d’asta relativa ad un appalto finanziato in favore del Comune di Comitini (v. capo b della rubrica, motivazione specifica).

In un quadro più ampio di spartizione degli appalti completamente pilotato dal Lo Giudice, che aveva disposto il finanziamento di quelle opere con i fondi c.d. ex Gescal (tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001), quest’ultimo decise occultamente di assegnare l’aggiudicazione dei lavori di Comitini all’imprenditore Sutera Giuseppe, soggetto sganciato dalle cosche mafiose locali, ma facente parte della cerchia degli “imprenditori amici” del comitato d’affari capeggiato dall’uomo politico.

Nel caso di specie la realizzazione del “piano” passava per la compiacenza di un segretario comunale che agiva nella veste di ufficiale di gara (Vaccaro Salvatore), in grado avvantaggiare il Sutera con mezzi fraudolenti.
Ma quando, ancora prima dell’espletamento della gara pubblica, la questione si complica per la concorrenza di potenziali aspiranti imprenditori legati al citato sodalizio criminale (in particolare al boss di Canicattì Di Caro Calogero o ai Petruzzella di Favara), il Lo Giudice attiva i suoi contatti all’interno di Cosa Nostra (Di Gioia Salvatore e Russello Calogero) per farli desistere, riuscendovi pienamente.

Ebbene il Lo Giudice può articolare quel tipo di pretesa verso esponenti di vertice dell’organizzazione criminale, con cui pure coltiva un rapporto stabile e di lunga durata, perché si muove da una posizione sovraordinata ed è quindi in grado dettare le condizioni.
Costoro, non si permettono mai di contrastarlo e di contestare le sue scelte spartitorie, come dimostra un passo della conversazione del 15 luglio 2001, tra lo stesso Lo Giudice e il Di Gioia Salvatore, in cui il primo comunica all’esponente mafioso l’esclusione di una impresa riconducibile alla cosca Canicattì dall’appalto bandito dal Comune di Comitini, salvo rassicurare l’interlocutore della presenza di un più ampio piano di distribuzione degli appalti suscettibile di accontentare “molti amici” (nella citata intercettazione si parla anche dei lavori di Montedoro e Ravanusa, facenti parte dello “stesso pacchetto”).

D’altro canto, come dimostra una conversazione intercettata tra Lo Giudice e Di Bella Angelo, personaggio vicino al boss di Canicattì Di Caro Calogero, la sua “filosofia” il Lo Giudice la chiarisce senza mezzi termini al suo interlocutore.
Riferendosi a se stesso afferma che “se uno ha la pecora la tosa”, espressione chiaramente riconducibile (nel contesto in cui si cala) al suo potere di spostare rilevanti somme di denaro per finanziare opere pubbliche.

Ma, nell’ambito del medesimo passaggio della conversazione, parlando di Di Caro Calogero, Lo Giudice dice al Di Bella: “a me conviene che c’è l’amico nostro che ha il bastone ….ci dobbiamo regolare tutti bene”.
Nei concetti di “pecora da tosare” e di “amico nostro con il bastone” si evidenzia il modo in cui Lo Giudice concepisce il rapporto con Cosa Nostra: gli aderenti a quella organizzazione vengono integrati nella rete clientelare in una posizione di subalternità rispetto all’uomo politico (con incarichi di governo) e lo “servono”, se del caso, con la forza intimidatoria di cui dispongono, in cambio dell’inserimento in qualche affare redditizio legato alla realizzazione di opere pubbliche.

In questa logica il gruppo mafioso esprime un potere minore rispetto a quello del politico; e quel potere dell’organizzazione criminale di penetrazione nel tessuto economico di una certa realtà territoriale può funzionare solo se collegato all’ uomo politico attraverso il reticolo clientelare.
Così si spiegano ad esempio i rapporti collaborativi di Lo Giudice con Ficarra Vincenzo e Di Caro Calogero (“uomini d’onore di Canicattì) o con Gentile Giovanni (“uomo d’onore di Castronovo di Sicilia), sovente mediati da figure vicine al politico quali Parla Angelo (architetto e collaboratore del politico in trame illecite) e Greco Calogero (segretario e uomo di fiducia del Lo Giudice).

Né tale considerazione può essere smontata dal fatto che Lo Giudice accetta di presentarsi alla riunione con il politico Manganaro Cataldo, voluta, per risolvere i dissapori tra i due politici, dal boss di Canicattì Ficarra Vincenzo, il quale pretese pure di indicare il luogo dell’incontro in un immobile di sua pertinenza.
Quella iniziativa, a cui il Lo Giudice aveva obtorto collo aderito (v.int.LoGiudice-Parla), ribadiva che gli affiliati di Cosa Nostra, quali Ficarra Vincenzo, Gentile Giovanni e Di Caro Calogero, erano interessati ai riflessi che poteva provocare sulla gestione quotidiana della cosa pubblica un contrasto tra i due politici, in termini di riduzione dei vantaggi per il sodalizio mafioso (infiltrazione appalti).

Ma da quell’episodio, sulla base delle intercettazioni relative alla fase preparatoria e ai commenti del dopo-riunione, non emerge certamente la capacità del Ficarra di influenzare i progetti o le linee di azione politico-amministrativa del Lo Giudice con riferimento al settore dei lavori pubblici.
Prevale, tutto sommato, dal lato di Cosa Nostra una concezione parassitaria del rapporto con la politica, che naturalmente finisce per favorire il piano del Lo Giudice volto a strumentalizzarne l’azione per scopi di rafforzamento della lobby politico-affaristica da lui stesso capeggiata.

Va detto, peraltro, che i rapporti del Lo Giudice con il singolo esponente del sodalizio mafioso, sovente, prescindono dal grado ricoperto da quest’ultimo nell’organizzazione e dipendono dall’iniziativa dello stesso Lo Giudice, ad ulteriore dimostrazione della non subalternità del politico e della non riconducibilità di tutti i suoi contatti ad un disegno preciso stabilito da Cosa Nostra.
Sintomatico di tale forma di manifestazione del rapporto è il racconto del Giuffrè Antonino, quando riferisce di una certa reciprocità di favori tra Lo Giudice Vincenzo e Gentile Giovanni, “uomo d’onore” di Castronovo di Sicilia (v.motivazione relativa alla responsabilità per il reato di cui all’art 416 bis c.p. di quest’ultimo).

Il Giuffrè, nel caso di specie, ricorda dell’interessamento del Lo Giudice per l’acquisto di una farmacia a Porto Empedocle (da affidare ad uno dei figli dell’onorevole), avvenuto con richieste rivolte al Gentile Giovanni, con cui il politico coltiva un rapporto di personale ed interessata amicizia, talvolta mediata attraverso l’architetto Parla Angelo, anch’egli uomo di fiducia dello stesso Lo Giudice.
In altri termini, non mancano le occasioni in cui concretamente Lo Giudice tutela gli interessi delle cosche dell’agrigentino e della zona di Canicattì, anche se quest’ultimo dice di non sentirsi parte della “Chiesa”, ossia di Cosa Nostra, pur confermando la “disponibilità” nei confronti di quella associazione, come si ricava dalle conversazioni intercettate.

In ogni caso quei contributi favorevoli all’organizzazione criminale avvengono accanto a tanti altri interessi che il politico perseguiva e tutelava quando a lui conveniva.
E il conferimento, da parte del Lo Giudice, di prestazioni (legate alla sua particolare posizione) a favore del sodalizio mafioso, è contrassegnato da un movente autonomo dell’uomo politico che, però, si intreccia e si confonde con le finalità associative.

Tale ultima circostanza è tale da assumere significatività e concludenza in termini di affectio societatis: infatti il Lo Giudice, movendosi in questa logica, finisce con il perseguire anche la realizzazione degli scopi del sodalizio ed anzi dimostra financo di condividerne indirettamente la valenza coercitiva (v.intercettazione della conversazione tra Lo Giudice e Di Caro Calogero del 16.11.2001, in cui, rievocando precedenti aiuti forniti ad esponenti mafiosi, il primo ricorda la “soffiata” su di una informativa di reato che coinvolgeva la cosca di Canicattì e le pressioni esercitate su un giudice popolare di cui si parla anche in una precedente conversazione del 15.7.2001 tra lo stesso Lo Giudice e il Di Gioia).

Al di là dei numerosi e significativi rapporti con esponenti mafiosi, il Lo Giudice, comunque, dirige un poderoso sistema clientelare, che in parte prescinde da Cosa Nostra, come dimostra un capitolo importante della gestione dei fondi c.d. ex Gescal di cui ci si occupa nei capi e), g) ed i) delle imputazioni nell’ambito del presente rito abbreviato, per cui si è esclusa l’aggravante dell’art 7 del DL 152 del 1991.
I fatti si consumano tra l’autunno del 2000 e il maggio del 2001.
Lo Giudice coordina un programma criminoso, da lui stesso ideato, che viene realizzato, attraverso una serie di condotte di abuso d’ufficio in concorso con vari complici, liberi professionisti (Parla Angelo, Tricoli Antonino e Giardina Carmelo), nell’ambito delle procedure di ammissione al finanziamento pubblico per l’utilizzazione dei fondi c.d. ex Gescal (centinaia di miliardi di lire), destinati alla realizzazione di opere pubbliche da parte di enti che presentano i requisiti previsti dalla legge [capi e), g) ed i) della rubrica] .

L’azione del Lo Giudice culmina nel Decreto Assessoriale LL.PP. del 28 maggio 2001 (“Approvazione del programma di interventi di cui ai fondi relativi all’edilizia sovvenzionata –rimodulazione III tranche- e del programma di interventi di cui ai fondi relativi all’edilizia agevolata”) con cui vengono selezionati gli enti che hanno diritto al finanziamento con i fondi c.d. ex Gescal.
In tale occasione il LoGiudice pone in essere delle scelte che favoriscono progetti per alcuni miliardi di lire non muniti dei requisiti di ammissibilità al finanziamento, perpetrando peraltro della palesi disparità di trattamento come si evidenzierà esaminando le singole fattispecie contestate.

Come chiaramente emerge dalle risultanze che verranno partitamene esaminate, con le condotte indicate nei capi di imputazione e), g) ed i), il Lo Giudice intende strumentalizzare il suo potere di incidere sulla procedura per la concessione dei finanziamenti per far lavorare “imprese amiche” e rendere più incisiva la propaganda politica in suo favore, ciò emergendo chiaramente da una conversazione, intercettata del 26 gennaio 2002, tra lo stesso Lo Giudice e Failla Salvatore, Presidente dello IACP di Agrigento.

Tuttavia, per la realizzazione di quell’ambizioso progetto, era necessaria la collaborazione di un gruppo di liberi professionisti che preparavano progetti di finanziamento da sottoporre agli enti locali, la cui condotta, sistematicamente, si saldava con la compiacenza e gli interessi di alcuni esponenti della burocrazia regionale quali Iacono Salvatore (funzionario del Gabinetto dell’Assessorato con il compito di istruire le pratiche) o della burocrazia locale, quali Failla Salvatore (presidente dello I.A.C.P. di Agrigento), nonché con le iniziative di “imprenditori amici” che alla fine si assicuravano i lavori pubblici dando in cambio tangenti e sostegno elettorale (v.. Scifo Gaetano e la vicenda del Consorzio ECOTER).

Detto sistema coordinato dal Lo Giudice viene confermato nelle dichiarazioni rese il 17 maggio 2004 dal coimputato Scrimali Antonio, ex sindaco del Comune di Canicattì, e nelle conversazioni intercettate tra protagonisti delle varie operazioni illecite oggetto delle tre imputazioni suddette: ad es. quelle tra Parla e Lo Giudice nonché Parla e Giardina del 30 gennaio 2001; quelle tra Parla e Tricoli del 27 febbraio 2001; quella tra Parla e Giardina del 15 maggio 2001.

Come si comprende dalle risultanze processuali sopra indicate, un tassello fondamentale dell’operazione illecita era dato dall’accordo criminoso tra Lo Giudice ed alcuni tecnici a lui vicini tra cui il Parla, Tricoli e Giardina.
Quell’accordo consisteva nel fatto che il politico faceva finanziare i progetti da loro realizzati e in cambio i tecnici, che lucravano il vantaggio economico della parcella, lo aiutavano nella campagna elettorale (delle regionali del 2001) e probabilmente versavano allo stesso Lo Giudice parte della stessa parcella per il progetto abusivamente finanziato.

In tale prospettiva sembra collocarsi la conversazione tra Parla Angelo e tale “Massimo”, geologo di Licata non meglio identificato, il 22 giugno 2001 (conversazione n. 2444), ossia pochi giorni dopo la pubblicazione sulla G.U.R.S. delle opere finanziate con fondi ex Gescal e, significativamente, in prossimità della competizione elettorale per il rinnovo dei deputati regionali.
Durante la telefonata, l’architetto Parla si rivolge all’interlocutore chiedendogli quale candidato stesse appoggiando per le ormai imminenti elezioni regionali del 2001, al fine di coinvolgere “Massimo” nel sostegno alla candidatura del suo “amico intimo” “Vicè” Lo Giudice.

Parla invita “Massimo” a costituire un gruppo composto da una ventina di persone (e, in particolare, da “tecnici”), di cui “il geologo” di Licata sarebbe stato il “capo”, assicurandogli che, il giorno dopo, lo avrebbe fatto incontrare - “in segreto” - con il candidato.
Si noti che l’argomento utilizzato da Parla Angelo per “allettare” il suo interlocutore è quello di prospettargli la possibilità di coinvolgerlo in qualche modo nella spartizione dei finanziamenti con fondi ex Gescal con i quali, a suo dire, a Canicattì, erano stati erogati - evidentemente grazie all’intervento dell’allora Assessore Regionale ai Lavori Pubblici Lo Giudice Vincenzo - “cento miliardi” per “un bordello di opere”.

Alla stregua delle illustrate considerazioni, appare chiaro che il senso del piano operativo illecito del Lo Giudice è quello di trasformare il favoritismo fondamentalmente episodico (ma diffuso) delle procedure amministrative relative ai flussi di spesa pubblica, sovente intrapreso senza alcuna visione di insieme, in una strategia di espansione del personale potere politico ed economico.
Lo Giudice riesce a guidare un gruppo di persone inserite in una serie di posizioni-chiave della vita economica, politica ed amministrativa, unite da una trama di obbligazioni reciproche, allo scopo di monopolizzare o di controllare le risorse della comunità stanziata nei territori di Agrigento e di tutta la provincia, talvolta servendosi anche della capacità coercitiva delle cosche locali.

Nel perseguire questo progetto, il Lo Giudice deve, però, tutelare la sua immagine, come impongono le regole non scritte di una politica fondata esclusivamente sul consenso elettorale e non anche sul rispetto delle regole giuridiche e deontologiche che vincolano tutti i cittadini.
Lo fa con la collaborazione di suoi fidi intermediari, quali ad esempio Greco Calogero e Parla Angelo, di cui si dirà nelle specifiche parti della motivazione.
In atti vi sono intercettazioni che svelano la necessità del Lo Giudice di adottare accorgimenti particolari nel comunicare con personaggi pregiudicati e la preoccupazione che l’autorità giudiziaria venga a conoscenza di certe “relazioni pericolose”.

Come dimostra la conversazione intercettata il 9 novembre 2001 tra Lo Giudice e Di Gioia, Greco Calogero, della segreteria di Lo Giudice, svolge il ruolo di emissario di quest’ultimo per la gestione dei contatti con esponenti mafiosi quali Di Gioia Salvatore (arrestato in flagranza nel summit mafioso avente ad oggetto l’elezione del rappresentate provinciale di Agrigento, il 14.7.2002 a Santa Margherita Belice), e Di Caro Calogero, boss della famiglia di Canicattì.

E d’altronde la conversazione tra Lo Giudice ed il Parla Angelo (v.motivazione relativa alle responsabilità ai sensi dell’art 416 bis c.p.) evidenzia come quest’ultimo avesse avuto un peso decisivo nell’organizzazione della riunione a casa del boss Ficarra Vincenzo, alla presenza anche del politico Manganaro Cataldo; incontro fortemente voluto dagli esponenti mafiosi di Canicattì.
Alla stregua di una serie di elementi di prova che verranno sviluppati in modo esaustivo nella trattazione delle singole posizioni processuali, può affermarsi, dunque, che Lo Giudice, dagli anni novanta in poi, ha organizzato, centralizzato e mantenuto in buone condizioni di funzionamento “gli sparsi frammenti di potere locale” rappresentati da burocrati, amministratori comunali, imprenditori e mafiosi al fine di monopolizzare e controllare il flusso della spesa pubblica in vasti territori della Sicilia.

L’uso spregiudicato del potere derivante dalla carica di Assessore Regionale, esercitato direttamente nell’ambito del governo regionale sino al giugno dell’anno 2001, si salda con una serie di condotte di condizionamento illecito delle procedure di aggiudicazione dell’appalto che si consumano nelle articolazioni di un complesso sistema clientelare costruito negli anni.
Ciò consente al Lo Giudice di incidere sulla effettiva allocazione dei flussi della spesa pubblica anche sotto il governo insediatosi dopo le elezioni del giugno del 2001, che pure registrava un diverso assetto nella maggioranza politica.

Quel sistema clientelare sarebbe restato, comunque, in piedi, potendo contare sui medesimi attori imprenditoriali e su burocrati-amministratori immuni allo spoil sistem, essendo la permanenza nei ruoli, in linea di massima, costantemente assicurata e non essendo soggetti a controlli periodici come le elezioni o le riconferme da organismi politici.

L’erogazione di finanziamenti e l’appalto di opere pubbliche avvenivano nel pieno disprezzo dei principi del buon andamento e dell’imparzialità della P.A e della libera concorrenza tra imprese, finendo per rafforzare la posizione politica del Lo Giudice e per garantire a quest’ultimo notevoli somme di denaro frutto di manovre corruttive a danno di una collettività siciliana che subiva una allocazione irrazionale delle risorse disponibili a discapito dei numerosi settori di sofferenza della regione a livello di strutture e di piani di sviluppo economico.

Naturalmente, tale ultima circostanza ha avuto un peso nel trattamento sanzionatorio inflitto ai complici del Lo Giudice in quel tipo di operazioni illecite, imputati nel presente procedimento (es. Giardina, Tricoli, Parla, Scifo, Russello,Vaccaro, Sutera).

Infine, per comprendere il preciso ruolo di alcuni imputati vicini al Lo Giudice e la rilevanza penale delle loro condotte, va segnalato che le conversazioni intercettate in cui quest’ultimo parla delle operazioni illecite strettamente dipendenti dalla emissione di decreti di finanziamento palesemente illegittimi, fanno emergere come lo stesso Lo Giudice temesse le sole iniziative della autorità giudiziaria (“ho pronta la valigia e il pigiama”) e per questo motivo si servisse di alcuni intermediari (es.Parla e Greco).

Viceversa, l’uomo politico non manifesta mai alcuna preoccupazione per l’attivazione dei controlli amministrativi o per forme di controllo politico, potenzialmente esercitabili nell’ambito delle competenze della giunta regionale o dell’assemblea regionale, o, ancora, nell’ambito del partito di provenienza, nonostante la chiara influenza negativa delle sue azioni illecite sullo sviluppo economico-sociale della regione e sulla tenuta degli istituti dello Stato democratico di diritto.
Tali omissioni di controllo hanno favorito la spregiudicatezza del politico e dei suoi accoliti.

In una situazione di dura competizione politica, anche interna al partito di provenienza (dato il sistema elettorale proporzionale per l’assemblea regionale), che non si basa sulla rappresentanza di ideali e progetti di miglioramento delle condizioni della collettività, la conquista di un vantaggio derivante dalla possibilità di incidere sui flussi di spesa pubblica può essere elettoralmente decisiva.

Più precisamente, in un sistema di corruzione diffusa, il parametro per cui si decide di costruire il consenso attorno ad un candidato può diventare quello della capacità di raccogliere denaro.
Nell’arena ove si confrontano un alto numero di candidati dotati di forza pressappoco uguale, quel vantaggio, conquistato grazie all’alleanza con un gruppo di complici inseriti in posizioni chiave della vita politica, economica e istituzionale di un determinato territorio, costituisce un investimento di elevata redditività elettorale e politica che tuttavia indebolisce il sistema democratico a discapito degli interessi cittadini; e tutto questo non può non incidere sul trattamento sanzionatorio da infliggere ai concorrenti del Lo Giudice nei reati oggetto del presente processo.