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Nino Mandalà parla di Misuraca, La Loggia, Schifani, Giudice ed altri, ecco i testi delle intercettazioni: "i politici sono delle mezze tacche"

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Difende e giustifica Silvio Berlusconi, il mafioso Nino Mandalà, rilasciato qualche mese fa dopo aver scontato otto anni in carcere. Mandalà parla e discute attraverso il suo blog della solitudine degli anziani e porta l'esempio del presidente del Consiglio: "Non c’è dubbio che egli oggi sia un uomo solo, è un uomo che, pur capace di eccellenti intuizioni, non ha saputo realizzarle, pur capace di accumulare un credito enorme, lo ha sperperarlo sull’altare di una vocazione al suicidio che ha a che fare più con Freud che con la politica, è un uomo che ha mal tollerato una condizione di tranquillo potere ritenuta inadeguata alla sua dimensione debordante, al punto da provocarla in una sfida che lo ha visto avvitarsi su se stesso con più o meno consapevole masochismo".

A proposito dell'attuale situazione politica che vede in gravissima difficoltà Berlusconi, lo stesso conclude: "Tuttavia quest’uomo ci ha abituato ai suoi scatti d’orgoglio, avventato e generoso, tosto e amante delle sfide, non è escluso che anche stavolta ce la faccia a uscire dall’angolo".

 

Nella seconda metà degli anni '90, Mandalà fu definito dai giudici come un soggetto profondamente legato al mondo di Forza Italia. Tutto ciò si scoprì anche grazie al pentito Francesco Campanella che collabora con la giustizia dal 21 settembre 2005 ed ha reso importanti dichiarazioni nei processi palermitani su mafia e amministrazioni locali degli ultimi anni. Il "braccio" politico del capomafia di Villabate Nino Mandalà che ha parlato dei rapporti che legavano il suo "padrino" all'allora deputato di Forza Italia Gaspare Giudice (oggi deceduto).

Nino Mandalà era il volto "pulito" della mafia villabatese ed era in contatto diretto con il deputato forzista, eletto nel 1996 proprio grazie ai voti del collegio di Bagheria e Villabate. Circostanze che sono entrate a far parte del processo per mafia a carico dell'onorevole, deceduto in seguito alla sua assoluzione di primo grado, che hanno portato il suo coimputato Mandalà alla condanna a 8 anni per associazione mafiosa.  Secondo Campanella i compiti della famiglia mafiosa di Villabate erano divisi in due parti. Quella degli omicidi, il racket e i picciotti, era gestito da Nicola, il figlio di Nino, l'anello più importante della catena di fiancheggiatori che proteggevano la latitanza di Bernardo Provenzano. L'altro, quello "politico" era affidato a suo padre attraverso la gestione dei lavori pubblici che lui controllava grazie alla sua influenza all'interno del comune di Villabate, posto per questo per ben due volte sotto amministrazione giudiziaria.

Le intercettazioni anche in questo procedimento sono state importantissime per capire la rete di rapporti che legava Mandalà al mondo di Forza Italia che nella seconda metà degli anni Novanta era costituito dai politici emergenti Renato Schifani ed Enrico La Loggia, oggi rispettivamente Presidente del Senato e Senatore. L'intercettazione provvidenziale per gli inquirenti era stata quella registrata nella macchina del capomafia Simone Castello. Nino Mandalà si era lamentato perché quegli amici lo avevano scaricato dopo che il figlio, nel 1995, era stato arrestato per omicidio. Il capomafia si era così risentito per la sua esclusione, aveva iniziato a collezionare le sue prime rivincite: il candidato di Schifani si era presentato in paese ma era stato respinto in malo modo. A brutto muso Mandalà gli aveva detto: "Caro mio io non do indicazioni a nessuno, non mi carico nessuno, Misilmeri non è Villabate, è inutile che vieni da me. Di voti qui non ce n'è per nessuno...".

La dura rezione del capomafia aveva preoccupato i vertici di Forza Italia, tanto che Gaspare Giudice lo aveva immediatamente chiamato: "Mi ha telefonato dicendo che stamattina a casa di Enrico La Loggia c'è stata una riunione (con) La Loggia, Schifani, Giovanni Mercadante (l'allora capogruppo di Forza Italia in Comune a Palermo, arrestato per mafia nel 2006) e Dore Misuraca. Giudice avrebbe raccontato a Mandalà che Schifani disse a La Loggia: "Senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere più piede... e quindi c'è la possibilità di recuperare Nino Mandalà, telefonagli...".

Il mafioso soddisfatto di tanto clamore intorno al suo nome aveva capito che alzare la voce con i politici era un sistema che funzionava. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sapeva qualcosa. Dice Mandalà: "Simone, hai presente che Schifani, attraverso questo (il candidato di Misilmeri)... aveva chiesto di avere un incontro con me se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l'ho fatto piangere?".

Nell'auto di Simone Castello Mandalà racconta la storia di un'amicizia tradita tra mafia e minacce. E torna con la mente al 1995, l'anno in cui suo figlio Nicola era stato arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato solo, di averlo "completamente abbandonato", forse nel timore che qualcuno scoprisse un segreto a quel punto divenuto inconfessabile: lui e Nino Mandalà non solo si conoscevano fin da bambini, ma per anni erano anche stati soci, avevano lavorato fianco a fianco in un'agenzia di brokeraggio assicurativo.

"Non mi aspettavo che dovesse fare niente, che dovesse fare dichiarazioni alla stampa, ma almeno un messaggio, ti do la mia solidarietà', (me lo poteva mandare). Stiamo parlando di un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando eravamo tutti e due piccoli - lui è più piccolo di me - (nemmeno) mi ricordo quando ci siamo conosciuti. (Ma) suo padre... era mio padre, lui era un cristiano con i cazzi, non (come) questo pezzo di merda... (Poi siamo stati) soci in affari perché abbiamo avuto assieme una società di brokeraggio assicurativo, lui era presidente e io amministratore delegato. (Andavamo) in vacanza assieme...".


Castello cercava di smorzare l'animosità di Mandalà:"Vabbene, magari è il presidente (dei senatori di Forza Italia e non si può esporre)...".

"D'accordo, però, dico, in una situazione come questa... Dio mio mandami un messaggio. (Poteva farlo attraverso) 'sto cornuto di Schifani che (allora) non era (ancora senatore), (ma faceva) l'esperto (il consulente in materie urbanistiche) qua al Comune di Villabate a 54 milioni (di lire) l'anno. Me lo aveva mandato (proprio) il signor La Loggia. Lui (Schifani) mi poteva dire, mi chiamava e mi diceva: 'Nino vedi che, capisci che non si può esporre però è come te, ti manda (i saluti)". No, e invece non solo non mi manda (a dire) niente lui, ma Schifani...".


"Dice che non ti conosce...".


"Schifani, quando quelli là in Forza Italia, gli chiedono 'ma che è successo all'amico tuo, al figlio dell'amico tuo' risponde 'amico mio?..., no, manco lo conosco, lo conosco a mala pena'. (Così) il signor Schifani (quando veniva a Villabate) per motivi di lavoro (la consulenza per il Comune) vedeva a me e, minchia, scantonava, svicolava, si spaventava come se... come se prendeva la rogna, capisci? Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, (io e La Loggia) ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui viene e mi dice: 'Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio...'. Gli ho detto: 'Senti una cosa, tu mi devi fare la cortesia, pezzo di merda che sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola'.


'Ma Nino, ma è mai possibile che tu mi tratti così?'.


'E perché come ti devo trattare? Perché non è possibile spiegamelo... chi sei?'.


'No, ma io dico questo, ma i nostri rapporti...'.


'Ma quale rapporto...'.


'Senti possiamo fare una cosa, ne possiamo parlare in ufficio da me?', 'Sì perché no...'. E ci siamo trasferiti in via Duca della Verdura (lo studio di La Loggia)... stranamente perché il signor senatore è sempre impegnato. Questa volta un'ora è stato con me, gli ho raccontato quello del bel cardillo (gli ho fatto un cazziatone), (gli ho detto) quello che aveva fatto in passato quando era assessore comunale (a Palermo) ai Beni Culturali... questo gli domandavo le cose e non mi ha fatto mai niente e questa vicenda eccetera eccetera. Alla fine gli dissi: 'Senti, tu mi devi fare una cortesia, tu a me non mi devi cercare più, tu devi dimenticarti che esisto perché la prossima volta che tu ti arrischi a cercarmi e siamo soli, io siccome sono mafioso, io ti (parola incomprensibile nella registrazione), io ti (parola incomprensibile), hai capito! (Perché) io sono mafioso, come tuo padre purtroppo, perché io con tuo padre me ne andavo a cercargli i voti (...) da Turiddu Malta che era il capo della mafia di Vallelunga. Tuo padre che era (parola incomprensibile) e lo poteva dire. Ora lui non c'è più, ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso'. (E lui) si è messo a piangere.


'Mi rovini', (ha detto).


'E perché?', gli ho risposto, 'Io non sono un pezzo di merda come a te che ti rovino. L'ho fatto per dirti che tu hai la coda di paglia come gli altri e fai tutto... tutto... ma lo devi fare con gli altri... ti devi vestire dei panni... ma non con me, stronzo che sei. Non sai io da dove vengo e cosa ero con tuo padre. Che cornuto vai dicendo. Tuo padre chi era? E mi dici a me...'."



Simone Castello commenta caustico:


"Qua c'è gentaglia...".


Ma Nino non ha ancora finito:


"Lui si è messo a piangere, si è messo a piangere, ma non si è messo a piangere perché era mortificato, si è messo a piangere per la paura. Siccome gli ho detto 'ora lo racconto che tuo padre veniva a raccogliere con me da Turiddu Malta', e l'ho fatto proprio per farlo spaventare, per impaurirlo, per fargli male, 'sto cretino, minchia, ha pensato che io andassi veramente a fare una cosa del genere. Vedi quanto è cornuto e senza onore, pensava che lo andassi a rovinare...".


"No! Ma quant'è cretino...".


"(Figurati che) diceva piangendo: 'Mi rovini, mi rovini'."


"E questo è il senatore di Forza Italia...".


"E' il presidente dei Senatori di Forza Italia".


"(Il fatto è, Nino, che) sono tutti mezze tacche".



Mandalà mima uno sputo.


"Pù, miserabile che sei... e senza onore" dice, mentre Castello dà anche lui libero sfogo agli insulti: "Micciché mezza tacca. Questo Giudice meno di mezza tacca... Dore Misuraca, non ne parliamo... Meschini, meschini, meschini, non solo in Forza Italia, negli altri partiti sono pure gli stessi. E appena vengono investiti di questa carica, onorevole, senatore, chi sa chi cazzo si credono di essere, dei superuomini... sono stupidi, perché poi vanno là e vanno a fare quello che gli dice l'uomo più rappresentativo del movimento, di D'Alema, di Forza Italia e vengono qua e pare che è arrivato chissà chi. (Te lo ricordi) Andrea Zangara di Bagheria, (quello che) è stato senatore della Democrazia Cristiana, ora è deputato regionale? Questo faceva il marmuraru (il cavatore di pietre), a Bagheria lo chiamano Andrea 'u marmuraru', va bene? Io ti posso dire che dal punto di vista delle amicizie politiche lui ce ne ha (per esempio) con Mattarella, ma dal punto di vista dell'uomo della strada lui è nessuno. Lui non sa un cazzo. Se tu ci vuoi parlare di argomenti diciamo di vita, di argomenti di economia, non parla, non sa parlare, non sa niente... e questo è uno di quelli che arriva là e vota e determina le mie cose, le tue cose... Questi sono i politici, Nino, questi sono i politici...".


Ricostruzione dell'intercettazione tratta da "I Complici" di Lirio Abbate e Peter Gomez