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La mafia e la sua etica, seconda parte del racconto di Letizia Schmit

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La seconda parte del racconto sulla mafia della scrittrice toscana Letizia Schmit che comprende una intervista al procuratore nazionale Antimafia Grasso. Buona lettura. Clicca qui per leggere la prima parte.

Nella prima parte vi ho accennato ad un etica mafiosa, quella della vecchia mafia, quella che, si diceva:"levasse ai ricchi per dare ai poveri", quella che si occupava di ristabilire una certa giustizia, dove veniva a mancare quella dello Stato.
Quella mafia che in alcune fasce sociali deboli, era entrata nel loro cuore, quella mafia che si occupava di dare lavoro a tutti, quella mafia che non toccava le donne neanche con un fiore.
Quella mafia che uccideva si', ma solo chi tradiva al suo interno, o chi mancando di lealta' intralciava i suoi affari. Ricordiamoci del libro di Sciascia:"Il giorno della civetta".
Quella mafia che nel paese si occupava di mantenere un certo ordine, un certo equilibrio, quella mafia rispettosa dell'ordine gerarchico.
Quella mafia che se avesse ammazzato un traditore (peccato gravissimo) altro libro di Sciascia: "il sasso in bocca" e questi avesse avuto una famiglia, si sarebbe assunta l'onere di continuare a sostenerla.

A conferma di quanto detto sopra ecco un articolo apparso su di un giornale online nel 2006, trattasi di una intervista al procuratore Grasso. Egli parla dell'etica dell'ultimo uomo della vecchia mafia: Bernardo Provenzano.

L'intervista che ora riporto è di Dino Martirano del 15 aprile 2006 al procuratore Grasso:

Titolo: La psiche del boss dei boss «Ecco perché il padrino viveva da povero» Intervista al procuratore Grasso: «Provenzano voleva dare un esempio di etica mafiosa. Lavorava tutto il giorno sui "pizzini"».

«Per Bernardo Provenzano la scelta di condurre una vita in povertà era la più congeniale alle sue origini di pastore, la migliore sotto il profilo della latitanza e anche un esempio di "etica mafiosa" per gli altri dell’organizzazione». Dopo un paio di giorni convulsi, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso affronta l’aspetto antropologico di una cattura senza precedenti. Quella che ha portato alla luce un «boss pastore» capace di vivere in una stamberga accanto a un ovile pur essendo il terminale centrale di una rete che indirizza affari per milioni di euro. «Parlo di etica mafiosa tra virgolette perché non intendo dare un’immagine positiva del latitante», puntualizza il magistrato quasi a non voler dimenticare l’altissima valenza criminale del boss.

Procuratore, c’è da stupirsi per il contrasto così forte tra il povero giaciglio senza lenzuola del capo e gli introiti milionari di Cosa nostra?


«Questo contrasto non lo vedrei. Siamo abituati ai simboli della società del consumismo, al denaro che deve servire per migliorare la nostra condizione, ai soldi che ci devono dare ciò che gli altri non hanno. In realtà, questo modo di interpretare la vita e la ricchezza non corrisponde né a Cosa nostra né al personaggio».

Però anche l’ultimo degli affiliati a Cosa nostra non disdegna la vita agiata, le grosse moto, le auto di lusso.

«Certo, ma qui sta la differenza tra i vecchi capi e quelli della nuova generazione. Se lei prende Mandalà, è la figura del capomandamento di Villabate (arrestato di recente, ndr) che già non ha più queste caratteristiche di "etica mafiosa". Uno che non ha più il requisito, un tempo necessario per poter entrare in Cosa nostra e per poter essere inseriti nell’ élite criminale. Mandalà è uno che, secondo le intercettazioni, amava la bella vita, frequentava i casinò e si dice che prendesse pure un po’ di cocaina. Una figura completamente diversa da Provenzano che ha origini agricole».

Provenzano non ha mai conosciuto la vita agiata?

«Abbiamo tracce che lo collocano in Germania. Quando nel ’92 sono tornati a Corleone, i suoi figli parlavano bene il tedesco e lui ha avuto un fratello che ha vissuto in Germania. È immaginabile che per un periodo sia stato accanto alla sua famiglia cui non faceva mancare niente. Aveva i suoi agi, magari la villa con piscina come Totò Riina o qualcosa del genere. Ma poi è tornato a nascondersi tra i pastori, persone di sua fiducia che lo conoscevano fin da quando era ragazzo».

Quindi la povertà è stata una scelta obbligata?

«Diciamo che c’è una scelta di vita e una scelta funzionale alla latitanza. Il pastore col gregge è la migliore vedetta in campagna. Stando lì a pascolare vede cose, macchine di forestieri. Con i fischi che i pastori si lanciano l’uno con l’altro, si possono inviare messaggi che segnalano la presenza di un estraneo. Quello dei pastori è un ambiente molto protettivo».

Il prezzo più alto di una latitanza in povertà è la solitudine fatta di giornate che non finiscono mai?

«Se si calcolano i tempi per scrivere e i tempi per rispondere a tutte le richieste, lui aveva la giornata lavorativa piena. Era metodico: scrivere, rispondere, mettere in ordine tutti questi "pizzini" che gli venivano recapitati ogni settimana o ogni 15 giorni. Ogni pratica non veniva risolta per telefono, ma con questo sistema di domande e risposte scritte».

Provenzano cosa ha voluto dimostrare ai boss sottoposti da anni al carcere duro del 41 bis?

«La scelta di povertà è un modo per continuare a essere il capo da latitante, facendo dei sacrifici per l’organizzazione. Provenzano distribuiva soldi e proventi alle famiglie dei detenuti. Ecco l’esempio di "etica mafiosa" per gli altri».

È già diventata letteratura l’alimentazione povera del boss: cicoria e formaggi.


«Nel suo rifugio abbiano trovato le cose che già ci avevano descritto. La cicoria che gli piaceva: la sua alimentazione di base, verdura e latticini, la definirei terapeutica. Abbiamo trovato la macchina per scrivere che avevamo già identificato con una perizia sui caratteri, il sacco descritto da Giuffré, gli occhialini e pochi effetti personali. Provenzano dava l’immagine del capo che si sacrifica per gli altri, come il comandante che abbandona per ultimo la nave».

Quando lo avete preso accanto all’ovile era pulito e sbarbato.

«Evidentemente dedicava il suo tempo anche alla cura della persona. È stato arrestato alle 11, era pronto perché era già al tavolo di lavoro».

Cosa colpisce nello sguardo di Provenzano visto da vicino?


«Lo sguardo è quello di un uomo che ha una grande forza d’animo. Per carità, non ne voglio dare un’immagine positiva, però quel suo sorriso, che non era un ghigno come qualcuno ha detto, mi pare un modo per accettare la situazione e cercare di sopportarla nel migliore modo possibile».

Come interpretare tutti quei simboli religiosi: le croci al collo, la Bibbia e i Vangeli trovati nel casolare?


«Ci eravamo resi conto di tutto questo leggendo i "pizzini" che si concludevano, quasi tutti, con una benedizione».

L’arcivescovo Salvatore De Giorgi ha parlato di Provenzano come di un «bubbone pestifero». I parroci di «usurpazione di simboli».

«La religiosità è qualcosa che si può anche avere pensando in maniera presuntuosa di essere nel giusto. Si può anche avere pensando, erroneamente, di fare del "bene". Ma quello è un "bene" per loro che poi non è tale per il resto della società».

continua