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Agrigento una provincia "con la mafia dentro". Ecco come Cosa nostra e malaffare hanno distrutto il nostro territorio

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La Direzione Investigativa Antimafia, qualche giorno fa, ha lanciato un allarme fondato sulla situazione politico-mafiosa della provincia di Agrigento, considerandola "la capitale italiana della mafia, una provincia con la mafia dentro". Nello studio si evince che "il tessuto sociale agrigentino è caratterizzato da collusioni mafiose che rappresentano il fattore di forza delle dell'organizzazione di cosa nostra che riesce a mantenere una significativa influenza sul territorio". Inoltre la Dia ha accertato che in base ai riscontri investigativi e agli studi del Censis, in provincia vi è un elevato tasso mafioso registrato in 37 comuni su 43 totali. Dati evidenti che testimoniano la dura e cruda realtà dei fatti. Quello che ci chiediamo è: come avere ancora fiducia nelle amministrazioni? Certo sarebbe interessante sapere quali di questi 37 comuni, uno per uno, sono impregnati dal fetido odore di morte della mafia o del malaffare.

Del resto le ultime dichiarazioni sulla spartizione degli appalti in provincia di Agrigento fatte dal pentito di mafia Maurizio Di Gati ai giudici sembrano inequivocabili: “Per la spartizione degli appalti" ha dichiarato l'ex killer di cosa nostra "si portavano molte buste con lo stesso ribasso per predeterminare i ribassi; c’era comunque sempre bisogno di un appoggio in Comune per l’eventualità che, nonostante il meccanismo di cui sopra, un’impresa non appartenente al giro nostro vincesse per caso la gara: in questa eventualità c’era sempre qualcuno in Comune che sospendeva la gara con una scusa oppure toglieva un documento dalla domanda di partecipazione all’appalto ed escludeva l’impresa dalla gara”. Ed ancora Di Gati parla di vicende che riguardano molti comuni, amministratori e funzionari in tutta la provincia. Le vicende narrate riguardano i comuni di Comitini, Grotte, Racalmuto, Palma di Montechiaro, Ioppolo Giancaxio, la Provincia regionale di Agrigento ed altri enti ancora. Adesso spetterà ai Pm della distrettuale antimafia fare luce su ogni aspetto narrato. Le indagini sono tutt'ora in corso.

Spostiamoci all'interno dei Comuni dell'agrigentino e analizziamo le indagini con i risvolti che conosciamo di questi ultimi mesi nell'hinterland partendo dal comune di Castrofilippo, vera centrale politica della mafia che ha condotto all'arresto del sindaco Salvatore Ippolito con una accusa gravissima: associazione a delinquere di stampo mafioso. Accusa che ha portato anche al presunto coinvolgimento dell'onorevole Michele Cimino che si dichiara estraneo ai fatti, ma che, secondo alcuni ben informati, si avvarrà della facoltà di non rispondere durante un prossimo interrogatorio che lo vedrà protagonista davanti ai giudici.

 

Il presidente di Confindustria Agrigento, Giuseppe Catanzaro, a seguito di questa indagine pronunciò qualche settimana fa delle parole pesanti che forse sono passate inosservate ma che vi riproponiamo. "Gli imprenditori normali che dovevano investire a Castrofilippo" - ha detto Catanzaro - "potevano competere in un contesto di mercato libero o erano chiamati a confrontarsi con uno spaccato guidato dalla mafia e ciò prescindendo dalle posizioni degli indagati destinatari di provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Il contesto descritto dal questore Di Fazio e dal dottor Teresi introduce  interrogativi semplici che formuliamo per agevolare la comprensione degli effetti della devianza mafiosa che agevola pochi e danneggia tutti gli altri 'normali': un imprenditore per avere una concessione, una autorizzazione, un pagamento poteva farlo nella normalità? Gli imprenditori mafiosi o vicini alla mafia erano agevolati nel perseguimento dei loro 'affari'? I protocolli informatici che consentono di tracciare chi fa cosa dentro la pubblica amministrazione, se fossero stati applicati, avrebbero reso meno facile quello che si è verificato? L’applicazione del Protocollo "Dalla Chiesa" avrebbe aiutato le istituzioni a concorre per tempo e con le verifiche preliminari ad impedire quanto poi si è verificato? Sarebbe un grave errore far cadere nel vuoto l’invito alla società tutta con forza ribadito dal dottor Teresi in conferenza stampa: dobbiamo avere collettivamente una strategia per realmente cambiare pagina  senza cercare come spesso avviene di delegare ad altri la cura di un contesto sociale nel quale tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. La politica, che è fatta di tanta gente per bene, deve occuparsi del fenomeno dei pochi che danneggiano con il loro agire quanti si adoperano a servizio delle collettività a volte in contesti difficili. E’ proprio per valorizzare l’impegno di questi ultimi – ha puntualizzato Catanzaro - che lanciamo l’invito ad agire con urgenza per impedire che le generazioni di oggi e quelle di domani debbano ancora confrontarsi con gli effetti nefasti della mafia".

Ed ecco la situazione in altri Comuni, trasferiamoci per esempio all'anomala situazione del comune di Licata, ove il sindaco, Angelo Graci, nello scorso novembre fu arrestato per aver intascato presunte tangenti da un imprenditore dello spettacolo. Graci, poco dopo l'arresto, è tornato in carica come sindaco grazie ad una legge regionale che glielo permette (è stato presentato, comunque, un disegno di legge regionale che dispone siano sospesi dalla carica anche gli amministratori ai quali la magistratura ha disposto, l'obbligo di dimora, i divieti di soggiorno, di espatrio o  l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria) ma ha l'obbligo di non mettere piede alcuno nel paese che amministra (divieto di dimora poi confermato anche dalla Cassazione); Graci di fatto amministra la sua città, ma a 50 chilometri di distanza. Ed ancora Graci è stato coinvolto nell'operazione denominata "Tre Sorgenti". Secondo l'accusa, utilizzando il suo ruolo istituzionale, avrebbe  permesso la stipula di un accordo tra l'Ato di Agrigento e una società idrica chiedendo a quest'ultima come contropartita l'assunzione dei suoi due figli. Secondo quanto si è appreso, nei suoi confronti la polizia di Stato avrebbe eseguito una perquisizione. Per questo reato è pendente un processo davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Agrigento. Situazione alquanto strana che ha attirato l'attenzione anche di tv nazionali qualche giorno fa; in questo caso la mafia sembra c'entrare poco, ma la situazione rimane comunque stranissima ma chiara e limpida per i cittadini: i signori della politica non vogliono mollare la poltrona per nessuna ragione al mondo.

Stessa sorte per l'attuale sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, tornato in carica dopo l'arresto del 21 luglio 2009 per presunta concussione dopo delle indagini avviate in seguito alla denuncia di un imprenditore che raccontò di essere stato costretto a consegnare somme di denaro al sindaco, pena il ritardo nella riscossione di alcuni crediti vantati nei confronti del comune. Più esattamente De Rubeis fu accusato di aver preteso tangenti da tre imprenditori agrigentini: Sergio Vella, Massimo Cam­pione e Pasquale De Francisci che operavano nell’isola per la­vori di costruzioni e tutela am­bientale. Secondo i loro racconti, avrebbero pagato soldi per «accelerare» la macchina bu­rocratica del Comune, Accuse che De Rubeis ha sempre respin­to, ed è stato creduto dal Tribunale del riesame che ha annullato le relative ordinanze di custodia cautelare,  sostenendo che quei soldi in realtà erano da considerare solo dei «prestiti» a titolo personale. In una recente udienza dello scorso 11 ottobre 2010 hanno chiesto di costituirsi parte civile  Confindustria Agrigento, tramite il presidente Giuseppe Catanzaro che ha dato incarico di rappresentare l'associazione degli industriali all'avvocato Marzia Fragalà; Legambiente e il segretario cittadino di Lampedusa del PD, Peppino Palmeri. Ferma l’opposizione degli avvocati della difesa di De Rubeis. Il Tribunale non ha sciolto la riserva e lo farà nel corso della prossima udienza fissata per il 22 novembre.

Ed ancora a Racalmuto, città del compianto scrittore Leonardo Sciascia: il sindaco Salvatore Petrotto è indagato, in stato di libertà, per un presunto caso di tentativo di corruzione. Secondo l'accusa Petrotto, assieme al presidente del consorzio acquedotto Tre sorgenti, l'avvocato Calogero Mattina, (agli arresti domiciliari), avrebbe chiesto all'amministratore delegato di Girgenti Acque, di versargli dei soldi per non danneggiarla con iniziative legali. Secondo la ricostruzione della Procura di Agrigento, grazie alle indagini della polizia di Stato, il reato non si sarebbe consumato per l'opposizione della vittima a queste richieste. Ma Petrotto sarebbe coinvolto direttamente anche nell’operazione antidroga:  l'avvocato Calogero Mattina, presidente del consorzio idrico Tre sorgenti, è accusato d'avergli ceduto cocaina, nel febbraio del 2009.
Nel maggio scorso Petrotto ammise pubblicamente d'aver fatto uso di droga, parlando di un "momento difficile" della sua vita. Petrotto, eletto nelle liste di Italia dei valori, ma di recente avvicinatosi prima all'Mpa e poi al Pd, dopo aver fatto la rivelazione choc, ha chiesto "scusa" ai suoi concittadini.

Di fatto Petrotto è ancora in carica ma è corretto riportare anche la risposta alle accuse del primo cittadino di Racalmuto che attraverso un comunicato stampa contesta le accuse. "E´ chiaro che si paga sempre un prezzo e nel mio caso salatissimo, per le battaglie che si conducono contro la privatizzazione dell´acqua" dichiara Petrotto. "E´ il mio caso specifico e di chi ha contrastato, in tutte le sedi giudiziarie, coloro i quali hanno avuto in gestione per 30 anni il sevizio idrico integrato in provincia di Agrigento. Chi tocca i fili, rischia sempre di morire! L´avere osteggiato politicamente chi attualmente gestisce il ciclo delle acque nell´agrigentino, comporta anche questo, delle chiare calunnie per le quali ho dato mandato al mio legale, per tutelarmi in tutte le sedi. Sono amareggiato e sconfortato nel continuare a subire l´onta e l´umiliazione del continuo rovesciamento di inoppugnabili verità. Chi si batte per la collettività, chi difende gli interessi dei più deboli, purtroppo rischia di diventare bersaglio del primo potente di turno. Sono fiducioso che l´accertamento della verità, come mi è capitato già in passato, possa fare giustizia di alcune errate e false segnalazioni di chi ha il solo ed esclusivo intento di difendere i suoi ingenti interessi, alla luce anche delle recenti norme in materia di pubblicizzazione dell´acqua. E chi è stato condannato a risarcire alla collettività, qualche milione di euro, tenta una disperata difesa, offendendo e cercando di salvare il salvabile. Infatti l´attuale gestore, in provincia di Agrigento, a breve, dovrà, quasi sicuramente, mollare questo prezioso servizio, per via dell´entrata in vigore della nuova legge che sancisce il sacrosanto principio che l´acqua è un bene pubblico ed è un diritto di ogni cittadino, quello di averne la disponibilità così come l´aria che respiriamo. Se dovevo essere arrestato per avere difeso questi principi e questi valori, subendo le calunnie di qualcuno, ebbene sono fiero di aver condotto questa battaglia che, in provincia di Agrigento, è stata sostenuta da migliaia di persone e che a qualcuno è costata qualche milione di risarcimento destinato alla collettività. Questa è la verità! E per queste ragioni sono stato ignominiosamente tirato in ballo. Capisco che è difficile farsi sentire" conclude Petrotto, "quando vige uno strapotere che anche in mezzo all´acqua ha inteso mettere salde radici. Con grande gratitudine e fiducia nella Giustizia".

E come dimenticare le vicende di Siculiana, comune sciolto per mafia qualche tempo fa. Cinque imprenditori che raccontarono di aver pagato il pizzo e essersi piegati al racket delle estorsioni e che grazie alle loro testimonianze condussero gli inquirenti all'iscrizione nel registro degli indagati dell'allora sindaco Giuseppe Sinaguglia e del comandante dei vigili urbani del paese Giuseppe Callea. Fra gli arrestati vi fu un consigliere comunale, tal Francesco Gucciardo. Quella inchiesta scaturì anche grazie al contributo delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati. Fra gli imprenditori che ammisero di aver versato alla mafia agrigentina somme di denaro c'era anche il presidente di Confindustria di Agrigento, Giuseppe Catanzaro che fu costretto a pagare 75mila euro alla famiglia mafiosa di Siculiana per la protezione dei propri cantieri. Oggi Siculiana tenta il riscatto con il nuovo sindaco Mariella Bruno, insediatasi da qualche mese. La situazione sarà sicuramente difficile, ma serietà, onestà ed impegno se messe in atto, alla fine pagheranno.

Ad Agrigento città, invece, recentissime sono le tre richieste d'arresto (operazione denominata Tetris) per quattro dipendenti del Comune, tra cui il dirigente del settore Affari sociali. I coinvolti sembrano essere diciotto persone indagate a vario titolo, e sullo sfondo, un suicidio, due attentati, querele e controquerele e un presunto imbroglio legato ad un appalto di poco meno di un milione di euro che secondo l’accusa è stato affidato con sistemi non contemplati dalla legge e, soprattutto, con metodi ritenuti personalistici e proiettati a consegnare l’appalto ad una società “amica". Una vicenda di malaffare che vede protagonista il bando gara rivolto all’affidamento del servizio sociale professionale e segretariato sociale ad equipe specialisti esterni. Gli indagati sono Giovanni Lattuca, dirigente del settore “Affari sociali” che comprende anche quello della solidarietà sociale, e il personale dipendente, Antonella Sciarrotta, Arturo Attanasio e Anna Maria Principato. Tutti sono accusati di aver avuto un ruolo nell’affidamento dell’appalto del servizio di assistenza domiciliare anziani, gara svoltasi nel marzo del 2009, ed aggiudicata dal Consorzio “Il Punto”, guidato da Maria Rita Borsellino (anch'essa indagata) a scapito del Consorzio Agrica, una associazione di cooperative. Adesso si attende la decisione del Gip Zammuto e sapremo se sospenderà dal servizio i quattro dipendenti comunali. Giovanni Lattuca, intanto, si è dimesso dall’incarico.

Situazioni squallide che fanno precipitare ulteriormente la fiducia dei cittadini nella politica ma che rinforzano quella per la Magistratura che, senza sconti, sta provando a debellare questi vili atti criminosi in una terra difficile come la nostra. E' evidente il grado di corruzione che in provincia ha raggiunto livelli altissimi. E' questa la politica del fare, dello sviluppo, del lavoro? Invitiamo i cittadini agrigentini e della provincia a schiaffeggiare metaforicamente il candidato che alle prossime elezioni promette posti, lavoro, sviluppo: mandatelo a quel paese, questa melma vuole solo attentare al futuro vostro e dei vostri figli. La gente a cui vogliamo credere è come quella della foto principale dell'articolo, uomini che hanno creduto nei valori della giustizia e della libertà, persone perbene come il giudice Rosario Livatino, modello di onestà e di trasparenza da seguire.