Martedi, 6 Settembre 2010

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Salviamo questa città dalle incursioni di speculatori del XXI secolo

Tutto scaturisce da un ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri, la numero 3450 del 16 luglio del 2005, riguardante l’estensione dello stato di emergenza (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 19 marzo del 2005) del territorio del comune di Agrigento interessato da gravi dissesti idrogeologici con conseguenti movimenti franosi della collina del Duomo. Detta ordinanza dispone il consolidamento dell’intera collina di Girgenti, del Duomo, del Seminario e della chiesa di sant’Alfonso. Nelle more che questi interventi vengano realizzati e, a seguito di successivi “tavoli”, si concorda di realizzare una via di fuga temporanea e pedonale in vista di una cantierizzazione dei luoghi e nell’eventualità si possa  verificare un’emergenza. I “pensatori eccelsi”, destinatari dell’ordinanza superano se stessi facendo molto di più: non una via di fuga temporanea e pedonale per mezzi a quattro ruote motrici come concordato ma un sistema di strade di penetrazione, chiamate “strategicamente” via di fuga, al fine di creare tensione ed una emergenza incombente.

L’ipotesi di progetto prevede lo srotolamento di un tappeto di asfalto largo sei metri nella parte più critica del centro storico, sventrando tutto quello che incontrano, per poi piombare nel quartiere Rabato con una strada di oltre dieci metri di larghezza su viadotto. Proprio sull’area classificata sul piano di assetto idrogeologico P4 e R4 (classi di pericolo  e rischio massimo). Dimenticando volutamente che, appena 44 anni fa, la frana del 19 luglio del 1966 sconvolse proprio quelle zone teatro di questo scellerato progetto. Un testo illuminante è la rivista numero 48 dell’Istituto Nazionale dell’ Urbanistica, dove vi è pubblicata la relazione Martuscelli, il rapporto che svela il “sacco dei sacchi” consumato nella città dei “tolli”. Dal “caso di Agrigento scaturiranno poi una serie di leggi urbanistiche fondamentali.

Oggi le stesse Istituzioni, non soddisfatte di avere devastato la città con i “tolli”, la valle dei Templi e San Leone con gli abusi edilizi, Monserrato, Fontanelle e Villaggio Mosè con disordinati e squallidi  casermoni, rimettono le mani sulla città. E’ tragicamente dimostrato, e basti pensare alle innocenti vittime di Favara, che le “via di fuga” non servono a nulla. Anche se la casa crollata fosse stata cinta da una autostrada a quattro corsie, la tragedia si sarebbe consumata ugualmente. Ma poi via di fuga da cosa? In caso di eventi sismici o franosi, la storia insegna che le strade sarebbero le prime ad essere impraticabili. Un monitoraggio puntuale delle unità abitative, operato da tecnici irreprensibili e una seria politica antiabusivismo avrebbe potuto evitare la tragedia.

La pubblica incolumità si esercita con la messa in sicurezza del centro storico. Successivamente si pensa alla sua riqualificazione, soprattutto tenendo conto che è un bene culturale (articolo 1 legge regionale numero 70 del 1976). L’efferato sventramento del centro storico di Agrigento, proposto nell’ipotesi di progetto dall’Ordine degli Ingegneri è finalizzato solo ed esclusivamente ad una pura speculazione edilizia ed è concepibile solo nell’ultima provincia d’Italia. Vi risulta per caso che a Perugia, Siena, Urbino, Erice, Ortigia, Ragusa Ibla, Taormina e tanti altri centri storici italiano abbiano fatto o pensato una simile porcata? La prova dell’inconsistenza della via di fuga sta nel fatto che è stata pensata solo per il quartiere Duomo, che è dotato di una strada sufficientemente larga, mentre per i quartieri "cul de sac" come San Michele, via Neve, via Cannameli, Santo Spirito, San Francesco, Santa Maria dei Greci, nemmeno l’ombra.

Appare evidente, quindi, che l’esigenza di evacuare velocemente vi è solo in quel quartiere, cui prodest. O forse….non è una via di fuga? Un progetto di riqualificazione urbana deve essere finalizzato a trasformare in una polarità residenziale e turistica la città dei Templi. Quindi affidato ad eccellenze nell’ambito dell’Urbanistica, con la promozione di un concorso di idee e non certo affidato ad un manipolo di gregari di gruppi politici ed imprenditoriali. Per questa città, condannata alla damnatio memoriae cosa stanno facendo la Soprintendenza per i beni culturali, l’Università di Palermo, la Facoltà di Architettura di Agrigento, il Genio Civile, l’Ordine degli Architetti, l’Ordine dei Geologi, Legambiente, l’intellighenzia agrigentina, (i cervelli scappano anche senza via di fuga), l’eterotutela del Comune come mai ancora non è scattata, la politica colta, la Chiesa. Anche Agrigento ha un’anima da salvare.


(Il testo è tratto da un video pubblicato su You Tube dal titolo: il nuovo “sacco” di Agrigento)

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