Venerdi, 9 Settembre 2010

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"Trovata" la via di fuga: è la Via Duomo

Timeo Danaos et dona ferentese – timeo verba – timeo hominem unius libri”. Dal contesto dei tre motti si può dedurre con un po’ di spirito che dobbiamo cautelarci dai doni che ci vengono offerti (si tratti pure di rigassificatori o di centrali atomiche) o da quelli che ci offriamo a postulare; che dobbiamo temere delle parole non meno che dei doni, e in particolare delle parole che designano doni; e che infine sono da temere gli uomini di un solo libro o di una sola competenza.Tengo presente questi accorgimenti nel momento in cui mi riferisco al problema della via di fuga che in queste settimane ha tenuto banco. Non ho nulla da ridire sull’assunto che in caso di frana o terremoto la popolazione del centro storico potrebbe trovare scampo attraverso una via di fuga. Gli assunti generici come questo sono quasi sempre incontrovertibili.

E’ stato soltanto indicato donde muoverebbe una tale via di fuga – da piazza Seminario- essendo ininfluente o irrilevante dove confluirebbe. Troppo poco. Non è stato individuato il bacino topo-demografico dei residenti che dovrebbero avvalersene. Di conseguenza non è stato detto chi potrebbero avvalersene. Quando si pensa alla parta alta del centro storico il pensiero va agli abitanti di via Raccomandati, discesa Seminario, cortile Calafato, via Madonna della Neve, cortile Garufo, via Santa Maria dé Greci etc. Allargando un po’ il cerchio possiamo includervi una centinaio di altre viuzze e di cortili, e l’intera pendice di Pecora Tonda, fino e ben oltre la via San Girolamo, fino a via della Neve, e gran parte della Terra Nuova. Proviamo ora ad immaginarci, ad esempio, gli abitanti di via Madonna della Neve alle prese con un colossale sinistro.

Essi, con i residenti della parte alta del colle, dovrebbero infugarsi verso l’alto per imboccare la via di fuga. Per raggiungere l’uscita i malcapitati dovrebbero in sostanza percorrere l’intestino del pericolo. Normalmente ed istintivamente ci si salva superando in locità direzionale il fronte del disastro e venendo fuori dagli incombenti baricentri dei crolli. Nel caso della suprema via di fuga di cui si parla, invece, coloro che abitano nel bacino residenziale della parte alta del colle dovrebbero correre incontro al pericolo per tentare di raggiungere la via di fuga: che non sarebbe una via “a scendere” dal bacino stesso, ma una via in tralice, aerea e sommitale.

Facile per chi risiede nella parte sommitale della via Duomo, impossibile per chi abita in via Lo Cicero. Prima ancora di Galilei e di Newton l’universale legge di gravità era connaturata e faceva parte dell’ancestrale e comportamentale patrimonio umano e più in generale animale. Le cronache, la storia, la casistica, la psicologia e la psicoanalisi dei nostri giorni ci dicono che innanzi ai pericoli “in atto” l’uomo fugge verso il basso, e che innanzi ai pericoli “in potenza” fugge verso l’alto. In quest’ultimo caso, infatti, l’uomo si vuole attivare in assetto di forza e precostituire in posizione incombente: vuole cioè diventare apotropaicamente “pericoloso” per scongiurare minacciosamente ogni pericolo, ed anzi incuterlo. In alto venivano costruiti nell’età di mezzo casali, paesi e castelli. Si dice che l’uomo sceglie di essere assediato in alto, ma una volta espugnato, si dilegua verso il basso.

Non credo che un amministrativo piano di sgombro redatto ed imposto da chicchessia possa incidere granché sugli indefettibili istinti umani. Bisognerà fondarlo sulla ragione, e sulla ragione degli impulsi dettati dall’istinto di conservazione. Frane e smottamenti scorrono da monte a valle, e fabbriche e manufatti crollano dall’alto in basso. Al bisogno di ripararsene e di raggiungere sull’acme del colle la via di fuga i residenti dovrebbero procedere all’incontrario, andando incontro alle forze gravitazionali ed ai loro effetti. Se escludiamo l’innaturalezza di una precipitosa evacuazione dal basso verso l’alto per toccar l’aerea via di fuga, appare lapalissiano che essa, al bisogno, potrà tutt’al più risultare provvidenziale per un bacino di popolazione non superiore a cinquecento residenti. A questo punto incorro nel “timeo verba”, ed infatti le parole lievitano, si travestono, spesso ingannano non meno di quanto non appaghino.

Fictio e ipocrisia delle parole. Per parte mia considero la via di fuga di cui si parla come una arteria di collegamento tra l’alto del colle e il basso della Città, una strada capace di affrancare la cortilesca condizione del colmo di Agrigento, ed in grado di immettere l’importantissima e monumentale via Duomo nel circuito viario-turistico-culturale locale. Opera dunque importantissima, significativa e assolutamente da realizzare. Essa, per di più, nel caso di qualche malaugurato evento rovinoso, potrebbe riuscire utile o salvifica ad un ristretto numero di cittadini. Non ci sembra poco, ma non è quel tutto di cui si parla.

I problemi etici, tecnici e politici per mettere a punto un sistema integrato di salvaguardia e di prevenzione della comunità che vive in centro storico, e specialmente alle quote alta e medio alta del colle, da ogni imprevedibile ma temuto evento calamitoso, sono tanti. Bonifica e rafforzamento del sottosuolo, messa in norma antisismica delle antiche abitazioni, vie e percorsi di fuga incominciando col rendere catafratte il più che sia possibile le schiere di costruzioni che le delimitano e costeggiano. Ma su tutti questi problemi imperano le difficoltà e l’abbandono finanziario. Sembra infatti che Agrigento sia risorta – grazie anche all’Amministrazione Zambuto e ad una nuova collettiva coscienza comunitaria – quando le vacche son divenute magre. E’ surrettizio continuare a parlare di “quella” via di fuga come “la” via di fuga.

Riappropriamoci di una leale e realistica impostazione nominalistica, anche e mi rendo perfettamente conto che sulla escatologica denominazione non ha poca parte una considerazione di ingegneria finanziaria: la Protezione Civile, infatti, non può che realizzare una “via di fuga”. E chi altri se non la Protezione civile potrebbe realizzare una tale struttura consentanea, al di là del nome, un salto tanto significativo sotto il profilo dell’organizzazione turistica e viaria? Stiamo dunque al gioco, al “recit”, purché lo sappiamo.

L’eccessiva insistenza nel trattare della via di fuga, infatti, ha acuito le preoccupazioni dei cittadini, ha creato una vera psicosi. E se da un lato la “via di fuga” è divenuta un totem mentale tra il narcisistico e il fallico, dall’altro sta provoca di una mareggiata di richieste, di interventi, di allarmi zonali, rionali, interstiziali. Ora dobbiamo cercare di padroneggiare l’intera visione delle cose, avviando un discorso unitario. Ma vorrei ritornare ancora una volta alla "via di fuga” come via di collegamento tra la via Duomo e il resto della Città, come dunque via di progresso e di speranza. Dopo un primo corruccio la Soprintendenza ai BB:CC:AA: ne ha sposato l’idea, né avrebbe potuto fare diversamente. La Soprintendenza ha un ruolo e non può buttarlo alle urtiche né esserne spogliata.

Essa a mio giudizio, dopo alcune iniziali preoccupazioni di ordine storico-topografico e di ordine morfologico, ha in fondo capito che la necessità della “liberazione” viaria di via Duomo è conseguenza e creatura della propria azione. Non è stata invero la Soprintendenza ad aprire da antesignana lo scenario -strategico-turistico, culturale e territoriale-della centralità monumentale e movimentale della via Duomo? Questo importante passo di disponibilità va ora incoraggiato e rispettato dimensionando l’opera da realizzare nel maggior rispetto possibile dei luoghi, e concependola secondo una essenziale e riguardosa essenzialità di percorso. La farfalla non possiamo svilupparla fino a farne un sesquipedale pachiderma. C’è –mi pare – la tentazione che ciò avvenga. La strada che dovrà sorgere dovrà essere comoda agli usi, rispettosa dei luoghi, bella: non essere un riempimento stradale dei luoghi del quartiere di S. Croce.

Secondo uno schizzo che ho visto essa dovrebbe raggiungere tangenzialmente, ma ghermendola rapacemente dall’alto e annullandone la rupestre e fiera bellezza, l’isolata chiesa dell’Addolorata. In questo suo andare, oltre a falsificare la memoria dei luoghi e declassarli da storie a panchine stradali, dovrebbe abbattersi a testa bassa e a lama di caterpillar sulle grotte trogloditiche di cortile Genco. Viva dio, il cortile non esiste più ma le grotte sono risparmiate. Si dà che un serio e meditato progetto immaginava per piano Cobaitari una urbanizzazione residenziale universitaria, e la realizzazione nell’area di cortile Genco di un museo etno-antropologico atto ad accogliere i fondi attualmente conservati in S. Spirito. Il Museo avrebbe dovuto utilizzare anche e anzi tutto quelle grotte, conservandone e ripristinando nella memoria collettiva l’equazione tra la storia ed il “genius loci”.

Il progetto del collegamento viario non può quindi pretendere di darsi uno sviluppo elefantiaco, digressivo e snaturante. Speriamo pertanto che il suo percorso venga retrocesso all’estremità del ciglione settentrionale del colle, lambendo l’ex villa Galluzzo e sboccando sulla via XXV Aprile già S.Stefano. E’ l’epoca dei rigassificatori. Mi auguro tuttavia che qui sia dia esempio di elegante parsimonia e di armoniosa compostezza, perché l’elefantiasi del progetto potrebbe nascondere una irriferibile premessa di cattivi seguiti. La parsimonia, in ogni caso, paga. Se non altro in termini di unanimità e con sensualità tra gli enti e gli organi interessati, e in ultima analisi in termici di velocizzazione procedurale e sveltezza costruttiva. Per evitare, in ogni caso, che si ponga un nuovo caso di scandalo culturale che riacutizzerebbe quello non del tutto obliato di cui la Città porta le stimmate.


di Settimio Biondi

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