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Genchi alle Fabbriche Chiaramontane: "Falcone si fidava di Mannino. Cuffaro vittima di poteri forti. Ad Agrigento invece..."

Successo per le due serate di presentazione sabato scorso ad Agrigento. Tante, tantissime personalità alla presentazione del libro di Giovanni Taglialavoro al Collegio dei Filippini con il ministro Alfano in prima fila e poi l'on. Mannino, il Prefetto e tanti altri big della politica e delle istituzioni agrigentine. Assenti i grandi nomi, invece, nell'altra presentazione, alle Fabbriche Chiaramontane insieme a Gioacchino Genchi, autore del libro "Un uomo in balìa dello Stato". Genchi, che in passato è stato uno stretto collaboratore dei giudici Falcone e Borsellino ha presentato e commentato alcuni fatti eclatanti di collusione tra mafia e politica trattando eventi, date e nomi molto interessanti. Genchi ha parlato di Cuffaro, Mannino, Agrigento, mafia e politica. "Mi sarebbe piaciuto soffermarmi a discutere con l'onorevole Mannino se fosse venuto qui" ha detto Genchi nel corso della serata "specialmente su una data in particolare, il 1993. Una data storica della storia della Prima Repubblica. Siamo in un anno dove si evidenzia una erosione elettorale dei partiti, che iniziano ad essere travolti dagli scandali. Mani Pulite va avanti. E la crisi della Democrazia Cristiana in Sicilia si acuisce. La Dc toccò la sua peggiore crisi nel 1987 quando segretario era Ciriaco De Mita che era anche presidente del Consiglio dei Ministri. Cosa Nostra siciliana si rivolta contro la DC perchè non era stata capace di frenare l'avanzata del maxi-processo. Era arrivato al primo grado e stava accingendosi con le sentenze di condanna anche con il secondo grado. I mafiosi accettano di farsi processare con la logica di chi sa che vi è un momento di crisi dell'associazione mafiosa. C'è un detto siciliano che dice "calati juncu ca passa la china" cioè i mafiosi hanno accettato quel processo. E vi ricordate la recita costruita in quell'aula bunker per celebrare la vittoria dello Stato contro Cosa Nostra? La gente scendeva per strada per ricordare Pio La Torre, Dalla Chiesa e anche i politici siciliani scesero in piazza insieme al popolo".

Genchi si sofferma sul rilascio delle concessioni televisive a Berlusconi: con la legge Mammì "io ero un giovane funzionario di Polizia ma in quel frangente da pezzi dello Stato ho percepito che quella legge rappresenta il capolinea di una classe politica perchè attribuisce ad un solo uomo il controllo del sistema dell'informazione privata per poi dargli a distanza di anni quella dell'informazione pubblica".

Genchi difende Mannino da anni di accuse. "Qui avviene una cosa particolare, qualcosa di topico all'interno della Dc e nei partiti italiani. Ai massimi sistemi della collusione del potere massonico, delle deviazioni istituzionali, finanziarie e politiche. Ci sono cinque ministri della DC che non accettano di dare ad un solo uomo il controllo dei mezzi dell'informazione privata, votano contro e si dimettono. Quei ministri vengono sostituiti nel giro di 15 minuti senza che si apra una crisi di governo. Mai in Italia si erano dimessi dei ministri senza una crisi. Quelle persone si sono ribellate perchè fu consegnato ad un solo uomo il governo dell'informazione perchè hanno capito che quella legge avrebbe determinato la fine della Dc nonchè della democrazia in Italia, come è avvenuto. Tra quei ministri c'era Mannino. Io ho rielaborato non solo i tabulati telefonici, ma anche gli appunti dai data-bank di Falcone. Data-bank che quelle manie di Stato avevano provato a cancellare in modo irreversebile. Ma io ho trovato gli appunti che testimoniavano gli incontri, numerosissimi, tra Falcone e Mannino che era una delle poche persone di cui il magistrato si fidava".

"Io sto pagando perchè dico sempre la verità. Io non seguo alcun partito che sia uno di accusa o di difesa. Io ho avuto anche dei dissensi con dei Pubblici Ministeri che mi avevano assegnato l'incarico per sostenere le mie tesi, pure ultimamente ad Agrigento mi sono scontrato contro i magistrati per dei processi a dei boss mafiosi per una serie di omidici commessi in dei paesini della provincia. Erano dei criminali, ma assolutamente estranei a quei fatti imputati.

Secondo me l'incriminazione di Mannino, sotto certi aspetti, è stata di carattere politico e dimostrazione ne è il fatto che a distanza di anni si è determinata l'assoluzione. Secondo me all'origine di tutti questi problemi di Mannino è l'essere uscito dal Governo dell'epoca e l'avere detto no! a quella legge.

Nel 1987 la mafia volle dare un segnale alla Dc e ai socialisti facendo arrivare molti voti ai radicali (a loro insaputa) in collegi, ad esempio particolari come quello di Brancaccio, Borgonuovo, Ucciardone, ed altri dove l'indicazione politica di non votare per la Democrazia Cristiana era chiara.

I governi Andreotti e anche quello De Mita avevano dato il via libera affinchè si combattesse la mafia. E' questo l'aspetto della mistificazione storica che poi ha determinato le assoluzioni eclatanti dei politici e la costruzione di processi penali basati sul nulla. Un processo Andreotti basato su un bacio a Di Maggio che in seguito viene e fa catturare Riina che a sua volta aveva partecipato all'uccisione di Salvo Lima, aveva fatto ammazzare Falcone, Borsellino, Ignazio Salvo. Riina non aveva accettato quella progressione per quella che era stata la trattativa. Quando Riina non vuole andare avanti allora viene consegnato e viene catturato. Arrestato grazie all'aiuto di Di Maggio dai Ros dei Carabinieri che poi "dimenticano" di perquisire la villa del boss. Non dimentichiamo che Di Maggio disse che Provenzano era morto e per questo non è stato cercato per anni. Finchè in tribunale non arrivò una lettera dove un tal Bernardo Provenzano nominava l'avvocato Aricò come suo difensore in un processo. Si dubitò che quella lettera fosse falsa.

Questo per spiegare come la mafia si è inserita, uccidendo i politici scomodi come Pio La Torre, Mattarella. Favorendo invece altri politici e facendoli cadere come e quando volevano loro".

Genchi si sofferma anche su Totò Cuffaro. "Il processo della talpe alla Procura che ha visto coinvolto Cuffaro ad esempio. Lui c'è stato di aiuto nelle indagini, non abbiamo certamente simulato le prove per ottenere questi risultati. Quelle indagini, però, secondo me si sono potute fare solo perchè Cuffaro era diventato scomodo nel sistema di potere. Perchè nel periodo in cui Cuffaro e il cuffarismo si affermava in Sicilia ed in Italia, il partiti di Totò stava erodendo Forza Italia. Molti parlamentari forzisti stavano passando all'Udc e il partito stava diventando un importante pendolo della bilancia. E dunque la forza politica di Cuffaro e quello che rappresentava l'Udc in Sicilia probabilmente andava fermata.

Non sono di parte io faccio parlare i fatti, torniamo indietro, nel 1991, quando i boss mafiosi mettono all'incasso i crediti nei confronti di quella politica e pretendono un segnale perchè si aspettano una sentenza della corte di cassazione che non poteva mai arrivare di centinaia di boss condannati all'ergastolo e chiedono un provvedimento. Lo ottengono. La Cassazione con uno strano calcolo di custodia preventiva li mette tutti fuori. E noi fummo chiamati nel 1991 perchè i boss mafiosi stavano uscendo dall'Ucciardone. Furono presi tutti e condotti in Questura. Predisponemmo un provvedimento assurdo: un fermo di identificazione. Gli avvocati, i famigliari fuori gridavano e avevano ragione. Come potevamo identificare Michele Greco? In questura c'erano centinaia di fascioli che lo riguardavano sapevamo tutto di lui! Scotti, l'allora Ministro ci diede Carta bianca e con un fax mandato da lui stesso fece un decreto legge immediato e di fatto quei boss non riuscirono ad andare a casa, non diventarono latitanti e furono ricondotti in carcere".

"Ad ogni modo si registravano segnali anche in provincia di Agrigento dove furono incendiate delle sezioni della Dc. Poi arriva l'uccisione di Salvo Lima per arrivare a Falcone. La mafia, e chi ha utilizzato la mafia per quelle stragi è stata una azione politica, di poteri forti con ramificazioni che vanno ben oltre l'Italia e che hanno eterodiretto le vicende italiane e che continuano a eterodirigere.

E poi Paolo Borsellino che non fu ucciso dalla mafia che non aveva nessun interesse ad ucciderlo. Borsellino con la verbalizzazione di Mutolo non stava andando in direzione di cosa nostra, bensì con le collusioni istituzionali con la mafia. Perchè Mutolo gli stava parlando di Contrada, di medici, avvocati, di politici. Di Signorino quel magistrato che addirittura aveva istruito insieme ad Ayala il maxi-processo a cosa nostra. Quel magistrato che quando fu interrogato a Caltanissetta sulle dichiarazioni di Mutolo tornò a Palermo e si sparò un colpo di pistola al cervello".

Poi Genchi si sofferma su alcuni processi dell'agrigentino: "come quello all'onorevole Lo Giudice detto "mangialasagne" di Canicattì, 21 udienze al processo per potere ottenere quella sentenza del tribunale di Agrigento. Oppure una indagine sull'immondizia, sempre ad Agrigento. Cose impressionanti: trovammo i file dei regali natalizi ai politici, trovammo le prove di come erano state taroccate le gare... ma non ho visto accadere nulla ad Agrigento, pensavo accadesse un finimondo invece niente".

Ed infine sulle intercettazioni, una legge che riguarda Berlusconi ma anche il ministro Alfano: "penso che chi abbia scritto questa legge al presidente del Consiglio gli voglia male perchè è una legge scritta così male, piena di strafalcioni...penso che attraverso questa legge ci sia la "manina" di qualcuno che dall'interno voglia demolire questo sistema politico al potere con Silvio Berlusconi. E come se questa legge avesse al suo interno una bomba che esploderà. E anche Fini che acconsente al Senato può darsi che nasconda questo progetto perchè una legge talmente assurda e creerà talmente disastri che sta sconvolgendo uomini della polizia, magistrati, ecc..Dovete pensare che ci sono 4 giuristi su 5 che la considerano una follia. Due, tre di questi giuristi sono del centro-destra. E' allarmante. E' una legge scritta con i piedi.

Parlando di intercettazioni voglio dire che, collaborando con un magistrato di origini agrigentine Giovanni Di Leo e con altri magistrati romani, abbiamo fatto guadagnare soldi allo Stato. Pensate che la Fastweb e la Telecom per evitare il commissariamento hanno versato alla banca D'Italia in contanti ben 540 milioni di euro. E poi parlano dei costi delle indagini, delle intercettazioni!!! Le indagini sono una delle cose più lucrose per lo Stato.  Parlando dei costi delle intercettazioni tanto decantate basterebbe fare una legge che obbliga alle compagnie telefoniche di concedere gratuitamente per le indagini i tabulati telefonici invece di pagarli. perchè questa legge non esiste?  Dovete sapere che uno delle più grosse imprese di intercettazioni ha come amministratore delegato un uomo della Fininvest, Ubaldo Livolsi".