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Gli ipogei nel sottosuolo di Agrigento tra mistero e magia

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Gli ipogei stanno nascosti sotto il suolo della città, per i fatti loro; noi (tutti noi) camminiamo sopra le loro volte, indaffarati per i casi nostri, senza accorgerci di essi. Però, se un contadino ritrae dalla propria memoria un fatto, un aneddoto, una tradizione che li riguarda – dicendo le cose più strampalate possibili e condotte quasi con rigore scientifico – la nostra curiosità si sveglia, si acuisce, diventa dubbio, e cede alla fantasticherie e alle credenze più contraddittorie e disparate.
Queste note non vogliono essere una divagazione peregrina sui fatti, sui monumenti, e sulle vicende di Agrigento, soltanto, vogliamo dire qualcosa sulla fascinosa avventura sotterranea, su questo mistero lampeggiato di soluzioni ingegnose e rischiarato, vanamente, da piccole vere o false scoperte.
Tutto quanto si sa di preciso sull’argomento è che i sotterranei sono curati da tutt’altre mani che da quelle delle autorità qualificate, e che i loro abitatori sono quei simpatici uccelli malinconici che amano le tenebre e il mistero.
Del mistero degli ipogei si è occupato Antonio Gubernatis che, folclorista e studioso di grandi meriti, si occupò dei fatti che oggi trattiamo, vestendosi dei panni di un vecchio popolano (ù vecchiu Ggiurgiu), in modo tale da rendere fortemente aderenti alla realtà folcloristica le sue narrazioni. In “’A munita d’ù Rre Fallari” (il tesoro di Falaride) racconta avvenimenti magici, e divertenti, e curiosi, che interessano molto da vicino i nostri ipogei.
Il re Falaride era un re, quando la nostra città era posta là dove sono ora i templi, al tempi dei saraceni, tiranno crudele e scellerato che faceva ammazzare i cristiani per capriccio; e nessuno aveva qualcosa da ridire. Ora, si dice che questo re scellerato fosse tanto ricco da avere chissà quanti “trisoli”; e prima di morire fosse andato a nascondere la sua ricchezza nella grotta che si trova a Santanicola, quella grotta mezzo nascosta dagli spini e dai rovi. Le monete d’oro e le altre cose preziose che sono là dentro non possono essere descritte nè contate; e sono fatate.Si dice che per spegnare questo tesoro occorra che tre persone dello stesso nome (mettiamo Calogero che è più semplice) si incontrino senza essersi cercati; e, appena riuniti, entrino a mezzanotte in punto, nella grotta; e prima che la campana della mezzanotte la campana smetta di suonare le monete siano spegnate. Ho sentito raccontare dai più vecchi di me che una volta vi fu un certo Ciccio Vignales che si trovò per caso insieme ad altri due Ciccio, e volle fare la spacconeria di andarvi; arrivò sino ad un certo punto, poi si dice abbia sentito fracasso da inferno e sia scappato con gli altri due dietro, e siano usciti di lì più morti che vivi.
Per andare in questo posto signori, ci vuole gente che abbia coraggio per se e per volta, vi entrarono e scapparono tanto spaventati che si dice morirono appena arrivati a casa.
Un’altra volta si unirono tre che portavano lo stesso nome. Vollero andarvi e a mezzanotte in punto entrarono nella grotta (uno dei tre aveva con se un cane).
Entrati, udirono un vento furioso, come se si fosse scatenata una tempesta, che andava aumentando; ma quelli caparbi nonostante che la loro pelle abbia dovuto tremare un poco, andavano avanti, per quei corridori e quelle grotte. Arrivarono a un certo punto – o maria santissima.. – tutto ad un tratto si sentirono bagnare i piedi, e videro il mare. Parve loro di avere dinanzi il mare; ma era un lago: il Lago di Lentini.
-E ora come si fa?- Caddero loro le braccia, e rimasero a guardare in volto come tre scimuniti…Appena finiva l’acqua, veniva, dicono un grandioso camerine illuminato a giorno, che mandava uno splendore da non poter essere sostenuto con lo sguardo. – Come si fa?- -Lasciate fare a me!- disse uno dei tre, che credeva di essere il più astuto fra tutti, ed era il padrone del cane. Avvistò una trave galleggiante, vi si adagiò sopra col cane e arrivò nel camerone sano e salvo e col cane.
Che cosa vide? Cose che i suoi occhi non avevano mai visto!…Il camerone era più grande del piano San Filippo ed era pieno di monete d’oro e d’argento, acumuli, che arrivava fino al tetto, che era più alto della Cattedrale. E non c’erano solo monete, ma tante altre cose belle, tutte a tre a tre; tre carrozze, una d’oro, una d’argento, e una d’avorio; e così di seguito un mondo di cose; madie, tavoli, casse genovesi. E poi armi, scudi, corazze, tutti d’oro massiccio, piene di pietre preziose, che facevano tremolare le palpebre.
Il povero meschino si gettò su quelle monete come un gallo sul suo pasto; fece fagotti e fagottini, come potè, con quello che aveva, si riempì la camicia, le mutande, la berretta, le scarpe; insomma non ebbe più dove metterne; ma appena si voltò per andarsene non trovò più l’uscita. Allora comprese e pensò – Posso restare qui dentro e morire con questi tesori?- E dovette posare fino all’ultimo soldino. – Come neppure una ne porti per vedere come sono fatte?- gli gridarono i compagni dall’altra parte del lago. E gli dissero anche di farne inghiottire una al suo cane con un po’ di mollica. Ma niente: si dice che il suo cane scomparve appena ebbe inghiottita la moneta. Si dice che il cane però tornò dal suo padrone appena ebbe fatto il suo bisogno
".
Insomma penso che queste monete non saranno mai sfatate: il re Falaride pensò prima di morire di fare in modo che nessuno potesse avere il suo tesoro.
Gli ipogei naturalmente non sono incantati ma la disposizione dei suoi corridoi è ingarbugliata.
Sono stati costruiti da Dedalo. E pare che l’ingegno del loro costruttore non sia stato molto lontano da quello, sbrigliatissimo, dell’architetto mitico. E che il vento infuri, è possibile per via dei tanti corridoi che vi si snodano.
In questi luoghi sotterranei, inesplorati, e profondamente melmosi, dove sol si sente il battito dei volatili notturni, non tutte le avventure degli amatori del mistero e dei ricercatori di denaro per professione hanno avuto un lieto fine. Si dice infatti che due soldati tedeschi vi si sono inoltrati senza più poterne uscire.
Che le ricchezze vi siano veramente, sepolte nel fango e nell’oscurità. I ragazzi liceali, che nei mattini di primavera marinano la scuola e corrono alle grotte fra l’erba e il sole filtrato dalle rocce, sanno che quel mistero, quel buio in cui forse vedono barbugliare monete d’oro e coppe d’argento, è preferibile all’esito incerto di una versione di greco.

Tratto da ” Gli Ipogei Agrigentini tra archeologia, storia e mitologia” di Calogero Miccichè