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Quell'intoccabilità sotto il cielo agrigentino

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Se l'attuale livello di attenzione sui temi della tutela ambientale e della conservazione del patrimonio storico-archeologico suscita una valutazione fortemente critica in ordine alle scelte operate trent'anni orsono in sede di realizzazione del viadotto, occorre collocare storicamente le soluzioni allora individuate come opportune”, affermava nel 2001 il ministro Nesi al Senato. Le sue parole mi tornano in mente ogni qualvolta attraverso il viadotto Morandi – cosa che avviene anche due volte al giorno – e osservo il modo in cui da quarant’anni lo Stato vilipende un bene archeologico (la necropoli) ed un paesaggio (la Valle).

Se l'attuale livello di attenzione sui temi della tutela ambientale e della conservazione del patrimonio storico-archeologico suscita una valutazione fortemente critica in ordine alle scelte operate trent'anni orsono in sede di realizzazione del viadotto, occorre collocare storicamente le soluzioni allora individuate come opportune”, affermava nel 2001 il ministro Nesi al Senato. Le sue parole mi tornano in mente ogni qualvolta attraverso il viadotto Morandi – cosa che avviene anche due volte al giorno – e osservo il modo in cui da quarant’anni lo Stato vilipende un bene archeologico (la necropoli) ed un paesaggio (la Valle).

Quella “valutazione fortemente critica” non si può però riferire, a mio giudizio, soltanto ad un opera, il viadotto, escludendo l’atto amministrativo che l’ha autorizzato e cioè il decreto interministeriale  “Gui-Mancini” del 1968 (poi integrato da un altro decreto nel ‘71). Esso infatti, per mettere al riparo l’area monumentale dei templi dall’espansione urbanistica dopo la frana del Colle, vietò l’edificabilità da parte dei privati ma purtroppo permise nel contempo la costruzione di imponenti opere pubbliche all’interno della zona di massimo rispetto, peraltro non giustificata in alcun modo da priorità costituzionali. Dunque ritengo tutt’altro che “opportuna” quella scelta anche a quel tempo.

Un “collegamento viario”, rispondente “ad accertate esigenze di ordine urbanistico” fra Villaseta ed la città avrebbe potuto aver ben altro percorso, rispettoso delle stesse prescrizioni stabilite dai decreti: dovevano infatti essere salvaguardati “al massimo il sottosuolo e l’ambiente archeologico”. Purtroppo così non è stato! Il fragile sottosuolo è stato ridotto ad una gruviera da un centinaio di plinti di fondazione, mentre è sotto gli occhi di tutti il modo in cui si è salvaguardata la necropoli di Pezzino, orrendamente smembrata dai giganteschi blocchi di testa in cemento armato dei due tratti di campate del viadotto e recintata come uno spazio banale, sottratto poi alla pubblica fruizione per motivi sconosciuti, visto che l’Ente preposto alla sua tutela non ha messo nemmeno un cartello che indichi la natura dell’area.

Assieme al viadotto, il decreto autorizzò la SS 640, alla quale s’imponeva il rispetto delle medesime prescrizioni. Anche in questo caso, l’enorme scavo in trincea profondo più di otto metri che ha sconquassato la collina orientale di Maddalusa non può certo considerarsi “massimo rispetto” del sottosuolo; la costruzione in rilevato della sede stradale contermine al santuario di Eusculapio è un altro mancato rispetto dell’ambiente archeologico, visto che il tempio da quarant’anni è ridotto a singolare cartellone stradale. Orbene, oltre ad essere palesemente in contrasto con quanto stabilito dallo stesso decreto, le due faraoniche opere offendono il paesaggio tutelato dalla Costituzione (tutela prevista dall’art.9, articolo che – mi pare - non abbia subito alcuna revisione dal 1948), poiché esse non appartengono a quella categoria di interessi primari costituzionalmente garantiti.

Se il decreto ha permesso tutto ciò, si deve ritenere conseguente che abbia più valenza urbanistica che archeologico-paesaggistica. Nel contesto di tutela di principi costituzionali, inoltre, alcuni divieti stabiliti da quel decreto - come quello di eseguire arature maggiori di 30 cm- finiscono per assumere i connotati di una vessazione di stampo feudale nelle zone immediatamente limitrofe agli enormi scavi autorizzati. Ha ragione l’archeologa Andreina Ricci quando critica severamente (nel suo libro “Attorno alla nuda pietra”, 2006) l’amministrazione dei Beni culturali affermando che si tratta di “una vera e propria anomalia all’interno dell’amministrazione dello Stato”, “l’unico caso in cui uno stesso soggetto può legittimamente imporre, eseguire e collaudare una qualsiasi opera”, un “potere assoluto” che – aggiungo io – può perfino approvare un’opera così devastante come il viadotto o la S.S. 640 e nel contempo vietare ai privati cittadini arature maggiori di 30 cm nelle loro vicinanze!

In qualsiasi altro decreto ministeriale simili contraddizioni sarebbero stati immediatamente contestati e avrebbero portato ad una immancabile revisione, come confermano centinaia di casi che ci restituisce da anni la cronaca anche recente del nostro Paese (basti pensare ai decreti del ministro Brunetta del 2009). Qui, invece, i decreti interministeriali 1968-71 sono stati elevati al rango di “legge suprema”, intoccabile, superiore perfino alla Costituzione che in uno Stato di diritto –tale è il Nostro - è stata sottoposta a numerose revisioni.

E accade anche del miracoloso, perché che le due faraoniche opere, dopo esser state approvate dal Ministro della P.I. “sentito il Consiglio superiore delle antichità e belle arti”, perdono ogni valenza di scempio e tre decenni dopo dalla loro costruzione non figurano  nemmeno nella cartografia allegata all’iscrizione n. 831 del 1996 della “Liste du patrimoine mondiale” dell’Unesco, ente che dichiara “eccezionalmente intatto” lo stato di conservazione della Valle dei Templi.  La Commissione Martuscelli, quella ministeriale sulla frana del 1966, aveva sottolineato la necessità di una “formale e solenne dichiarazione della Valle dei Templi come «bene culturale» e la sua trasformazione in un parco archeologico” dopo quanto era accaduto ad Agrigento, dove “i vincoli consacrati” dal decreto paesaggistico del 1957 venivano disfatti a “piacimento” dalle “manovre interne” della Commissione provinciale per la tutela delle Bellezze Naturali.

Il Parlamento con la L. n. 749/1966 dichiarava la Valle dei Templi “zona archeologica di interesse nazionale”, demandando ai ministri della P.I. e LL.PP. l’individuazione della zona, le prescrizioni d’uso ed i vincoli di inedificabilità. Cosa che fu fatto con il D.M. 16. Maggio 1968 ma il suggerimento della Commissione di istituire un parco archeologico non fu ascoltato. Negli atti della Commissione si legge che erano stati concessi nulla osta per la costruzione di tre ville in località Tamburello che apparivano “poco convincenti” visto che si trattava di “aree soggette a vincolo archeologico” e che “si trovano a breve distanza dal Tempio di Giunone e che costituiscono, nonostante gli accorgimenti di mimetizzazione, evidente intrusione nello spazio, sia pure inedificato, della città sepolta”.

Dai resoconti di una seduta del Senato del 10.11.1969 si apprende che il sottosegretario alla P.I., on. Limoni - rispondendo ad un’interrogazione sullo stato di applicazione del decreto Gui-Mancini- riferiva che era stata bloccata la costruzione di un motel (regolarmente autorizzato da comune e soprintendenza ai monumenti di Palermo, “allora competente” per territorio), mentre “per quanto riguarda le altre costruzioni sorte a suo tempo nella Valle dei templi (villini Pantalena e la cosiddetta clinica La Loggia), effettivamente tali edifici contrastano gravemente con quanto stabilito dal nuovo decreto ministeriale 16.05.1968 e sarebbe opportuna la loro demolizione. Poiché tuttavia tali edifici furono a suo tempo costruiti con regolari autorizzazioni –prima dell’entrata in vigore del decreto ministeriale 16.05.1968 – appare difficile sul piano giuridico pervenire a tali demolizioni…”.

Questi due flash storici evidenziano un altro limite dei decreti in questione: essi si limitano ad imporre vincoli di inedificabilità secondo i dettami della legge n. 749/66 ma non istituiscono alcun parco né procedono alla relativa demanializzazione che  invece sarebbe stato –  per il sottosegretario alla P.I. prima menzionato –  “un mezzo veramente efficace per la definitiva tutela e valorizzazione dell’incomparabile complesso archeologico paesistico che è la Valle dei templi”. Il decreto non tocca quelle costruzioni che erano una “intrusione nello spazio, sia pure inedificato, della città sepolta e nell’ambiente paesistico della Valle”, realizzate con regolari “nulla osta”; esse diverranno nel 2000 (con la L.R. n. 20) “legalmente esistenti”.

Quanti sono oggi gli edifici di questo tipo? C’è poi un altro aspetto riguardo il vincolo d’inedificabilità: la tutela di un bene d’interesse nazionale richiede senza dubbio l’imposizione di un vincolo severo ma, proprio per questo, si richiede la massima “oggettività” nella delimitazione della relativa area vincolata. Nel nostro caso si è stabilita legittimamente una distanza minima in modo discrezionale, apponendo il confine dell’area inedificabile ad est a soli 350 m dalle mura dell’antica Akragas, mentre a sud ovest a 2950 m. Quale criterio di distanza minima dai monumenti è stato adottato nel delimitare l’area d’inedificabilità: quello delle visuali “panoramiche” oppure quello di accertate testimonianze archeologiche? Se si considera il primo (panoramico o delle visuali) non si spiegano l’esclusione di zone visibili dalla Collina dei Templi né le diverse distanze fra questa ed il confine dell’area inedificabile.

Se si considera il secondo (archeologico) non si giustifica l’esclusione di una parte del sito dell’antica città greca. In entrambi i casi, quali siano state le motivazioni sottese alla delimitazione individuata, si deve dedurre che fu formulata da specialisti che si considerano detentori e depositari di saperi particolari, saperi di cui sono privi i comuni cittadini! Credo che il supremo interesse di tutela dei monumenti non può essere sminuito da scelte criticabili (come una strada) o da una perimetrazione imperfetta. L’architetto Lucio Trizzino, curatore dello studio realizzato dalla Soprintendenza di Agrigento “Analisi geometrica dei rapporti visuali fra emergenze architettoniche e territorio” (1989), evidenzia nella prefazione che “questa perimetrazione (quella dei decreti citati, n.d.r.) fu eseguita, forse per la prima volta, con criteri tecnici, anche se non del tutto esenti da condizionamenti politici per quanto riguarda la zonizzazione delle aree edificabili”.

Furono escluse dalla zona di inedificabilità ampie porzioni delle zone B, C e D di S. Leone, di Villaggio  Mosè e di quella posta a sud di Villaseta, pur essendo tutte visibili dalla “superba catena dei templi”, come si evince dalla cartina a corredo di questo articolo. Nella cartina di può rilevare quanto siano estese le zone “visibili” dai templi non contemplate comunque dai decreti e pertanto dichiarate edificabili.

Dunque tutt’altro che quella «unitarietà» e quella «obiettività» vantate dalla  soprintendente Graziella Fiorentini nell’introduzione dello studio, secondo la quale quei decreti “costituirono allora, e lo sono tuttora, un punto fermo in quanto, oltre ad assicurare unitarietà ed obiettività sia nel campo archeologico che paesaggistico…”. Mi pare che l’«unitarietà» nel campo archeologico non ci sia per l’esclusione di quella parte dell’antica Akragas compresa fra la porta IX, X e la Rupe Atenea, il cui perimetro era stato accertato scientificamente già dal 1957, mentre quella paesaggistica è discutibile per le esclusioni di zone visibili prima citate.

In questo contesto considero autoreferenziale quanto affermato dalla soprintendente: “il legislatore ebbe a tener conto della particolare natura fisica della Valle nella visione più completa dei caratteri che la contrassegnano”, in quanto la “visione” è parziale, cioè priva di una parte delle pendici meridionali della Rupe Atenea e della riva sinistra della foce del F. S. Leone, i quali costituiscono senza dubbio elementi naturali di quei “caratteri che la contrassegnano”. L’«obiettività» nel campo archeologico è imperfetta per le medesime esclusioni prima citate, mentre quella paesaggistica è inspiegabile, tanto che perfino lo studio citato cerca di “ripercorre il metodo probabilmente seguito per determinare la perimetrazione sancita dai decreti”.

Inserire nella zona d’inedificabilità alcuni quartieri di edilizia popolare (come quello di via Graceffo) ed escluderne altri no (Villaggio Peruzzo e Villaseta), oppure inserire il viadotto e la S.S. 640, non rappresenta a mio modesto parere obiettività paesaggistica. Tutto ciò comunque non smentisce la sacrosanta e necessaria tutela dell’area monumentale dei Templi, ma appare legittimamente criticabile il modo in cui quei decreti ne delimitarono l’area. Vent’anni dopo, cioè alla fine degli Anni Ottanta, questa delimitazione anomala in diversi versanti non può essere considerata dalla soprintendente “un punto fermo” né rappresentarlo per la futura delimitazione del “parco archeologico di Agrigento”, quando peraltro lo stesso studio citato evidenzia “condizionamenti politici” riguardo alla zonizzazione delle aree edificabili.

Considerarli a quel tempo “un punto fermo” significa mistificare la realtà di vent’anni prima, trasfigurandola in paesaggio idilliaco, privo di faraoniche opere pubbliche e attento nei più minuti divieti al rispetto della dignità umana, che come tale viene assunto a fondamento del futuro “parco archeologico”. L’area d’inedificabilità «pressoché» assoluta (fra virgolette l’aggettivo usata dalla Corte Costituzionale - Sent. n. 74 del 11.04.1969, pres. Sandulli), ovvero la zona “A”  dei decreti,  sventrata e disarticolata da grandi opere stradali, fu consacrata “parco archeologico di Agrigento” nel 1991 dal Presidente della Regione, il quale da cinque anni doveva provvedere a provvedere a delimitarne il perimetro come imponeva la prima legge regionale sulla sanatoria edilizia.

Nel decreto il Presidente “convalida” quella lontana perimetrazione: “considerata che la proposta conclusiva della Soprintendenza BBCCAA di Agrigento, già supportata da un approfondito «studio con analisi geometrica dei rapporti visuali tra le emergenze architettoniche e il territorio della Valle», quale strumento di riscontro tecnico che ne conferma la validità”.

Ritengo di poter legittimamente criticare il fatto che il Decreto del Presidente della Regione Siciliana del 91 non abbia tenuto in debito conto i possibili “condizionamenti politici” nella “zonizzazione delle aree edificabili” sopramenzionati nel delimitare il «parco archeologico di Agrigento». E ritengo grave che ad alcune di esse (la B, la C e la D) il decreto presidenziale assicura un roseo futuro “urbanistico” (elevando per alcune l’indice di fabbricabilità), condizione che consentirà poi negli anni Novanta perfino la “sanatoria” degli abusi edilizi, mentre nel contempo le stesse vengano dichiarate “aree di complemento e di rispetto” del parco. Altrettanto grave, poi, è che il decreto omette, ignora completamente viadotto e SS 640, opere che così diventano parte integrante di un parco archeologico.

Per tutto questo critico il decreto presidenziale che rende intoccabile una perimetrazione della zona di edificabilità decisa vent’anni prima da atti amministrativi che, seppur di “alta amministrazione”, non possono essere ritenuti immodificabili, specialmente se essi contrastano con primari principi costituzionali o possono aver avuto possibili condizionamenti politici. Mi permetto, poi, di evidenziare che nello studio citato viene scelto come fulcro analitico portante la collina dei templi (dal tempio dei Dioscuri a quello di Giunone), considerata dal soprintendente “monumento unitario di importanza preminente”.

E’ assolutamente vero: un simile complesso storico-architettonico non c’è nemmeno in Grecia, patria di quelle antiche colonie che divennero poi la  “grande Grecia”! Questa unicità solleva un inevitabile, spontaneo e legittimo interrogativo: come è stato possibile  concedere negli anni Cinquanta e Sessanta nulla-osta a costruzioni poste a poche centinaia di metri da questo importante “monumento unitario” oppure che nel 1968 si appongano confini da esso in modo molto discrezionale? L’analisi delle visuali, poi, avrebbe potuto estendersi anche ad altri monumenti archeologici presenti nel territorio in questione ed interessare parti limitrofe al territorio del comune di Agrigento (comunque visibili) in modo da ottenere un quadro il più possibile esaustivo dei valori paesaggistici ed una “determinazione oggettiva degli orizzonti fondali”. Rimango comunque perplesso nel constatare che si esegua un’analisi di visuali per confutare decreti che invece non ne tengono conto, giacché escludono dalle visuali le zone ricadenti in un precedente decreto ministeriale paesaggistico (quello del 12.06.1957, con il quale si era giunti per la prima volta ad una esatta delimitazione dei confini della “valle dei Templi”), decreto che ancor oggi è in vigore ed è applicato dalla Soprintendenza circa la compatibilità paesaggistica.

A riguardo è interessante l’opinione dello studioso Alberto Clementi (Università di Chieti), secondo il quale “occorre rivedere sotto questo profilo gli attuali processi amministrativi, ancora troppo condizionati dalla figura tradizionale di un interprete della bellezza – il soprintendente o dal suo equivalente nella nuova geografia dei poteri introdotti dal Codice Urbani – dotato autonomamente di poteri di decisione”. Intanto, per l’intoccabilità di quei decreti, il «patrimonio dell’umanità» si è trasformato lentamente in una strana “Gardaland”, dove esclusivi alberghi e B&B sono posti anche a meno di 200 metri dalla “superba collina dei templi” oppure un viadotto lunghissimo emula circensi “montagne russe” su una grande necropoli, straziata anche da un banale crocevia urbano. Un’ultima nota: che il viadotto e la SS 640 siano incompatibili con un parco archeologico emerge da alcuni recenti atti dello stesso Ente Parco (come il Piano del parco, adottato nel 2008).

Peccato, però, che di ciò non ci sia alcuna traccia nella relativa legge istitutiva del 2000, “figlia” del decreto presidenziale del 1991 e “nipote” di quei lontani decreti, che da allora restano intoccabili o sono considerati nel 1989 “un punto fermo”.

Edmondo Infantino