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Crisi: ad Agrigento è allarme sociale

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Se è vero che la situazione economica in Italia, soprattutto per molte famiglie, è diventata davvero drammatica per via della crisi, è pur vero che in Sicilia e nella derelitta provincia di Agrigento è al limite della sopravvivenza ed è quantificabile in percentuali davvero rilevanti.

Nuclei familiari composti da capofamiglia precari, da disoccupati o lavoratori in nero che non ce la fanno più. La Caritas Diocesana di Agrigento parla di fatti eclatanti come ad esempio di gente (che vive ad Agrigento) per diversi giorni al mese senza corrente elettrica, famiglie impossibilitate ad acquistare generi di prima necessità per neonati e bambini e costrette ad elemosinare nelle parrocchie e nei centri di aiuto, sempre più cittadini che si servono della mensa della solidarietà, per non parlare di automobili in pessime condizioni che circolano senza assicurazione, debiti che aumentano e prestiti alle finanziarie che non vengono onorati per una situazione che è davvero tragica.

Il mondo imprenditoriale, in Italia, è in crisi profonda ma mentre al nord per sopperire alla crisi arriva la Cassa Integrazione, dalle nostre parti non esiste ammortizzatore sociale alcuno che possa salvare i lavoratori agrigentini impiegati in piccole/medie imprese private che in questo periodo difficile sono pure costrette a licenziare. Unica risorsa di sopravvivenza per la persona che perde il posto di lavoro dalle nostre parti rimane l'indennità di disoccupazione ordinaria o con requisiti ridotti, che comunque è limitata nel tempo e richiede particolari condizioni per poterne usufruire. Da non sottovalutare sono i lavoratori in nero che in provincia aumentano ogni giorno di più; questa categoria di disperati lavora e rischia senza alcun diritto o possibilità di sussidarietà futura. Abbiamo avvicinato un operaio edile agrigentino.

"Ho timore a denunciare l'imprenditore che mi tiene a nero" ci racconta il lavoratore che vuole mantenere l'anonimato, "per timore che possa spargere la voce con le altre imprese che non mi farebbero lavorare più, neanche in nero. Io solo il muratore sò fare, se combino qualche cavolata con l'aiuto dei sindacati, posso mettermi l'anima in pace e partire per il nord".

Abbiamo voluto ascoltare anche il punto di vista di un imprenditore edile agrigentino, anch'esso preferisce rimanere anonimo: "I lavoratori hanno pure ragione ma anche noi rischiamo se teniamo qualcuno a nero, e siamo consapevoli che rischiamo grosso. Ma, mi creda, è diventato davvero insostenibile pagare contributi, stipendi e tasse per un operaio. A volte preferisco mettermi io in prima persona a lavorare che assumere qualcuno o peggio ancora prendere un lavoratore in nero".

Ma è vera questa storia dei passa-parola tra imprenditori per isolare un operaio che denuncia lo sfruttamento?
"Guardi io non ho mai avuto lavoratori in nero, però secondo me esistono imprenditori che lo fanno per cautelare gli amici da questa mina vagante".

Non sarebbe più corretto assumere?
"Sicuramente è meglio non rischiare, ma penso e suppongo che ci siano delle imprese o anche delle piccole attività commerciali nella nostra provincia che assumono persone con contratti part-time ma che in realtà li costringono a lavorare regolarmente per tutta la giornata".

E se arriva un controllo e l'operaio afferma di lavorare tutto il giorno?
"No, di solito viene istruito prima, pena licenziamento. In questa maniera si induce all'errore l'ispettore che come unica soluzione dovrebbe o potrebbe appostarsi e seguire i movimenti dell'operaio per qualche giorno. Da lì capirebbe che in realtà non lavora part-time, bensì tutto il giorno".

Questo è mobbing, l'imprenditore rischia la galera.
"Non è mobbing, ma sono soluzioni trovate dall'imprenditore in un momento di crisi".

Ad Agrigento, però, è sempre stato così, questi stratagemmi sono stati usati da sempre, penso per esempio alle commesse dei negozi.
"Non conosco le situazioni delle piccole attività, io posso parlarle delle imprese edili. Non dimenticate anche che gli enti pubblici pagano in ritardo notevole i lavori e ci mettono in estrema difficoltà".

Cosa prevede per l'immediato futuro?

"Guardi, io già da tempo, faccio gare di appalto in tutta Italia. Se la mia impresa dovrebbe stare con la speranza di lavorare in provincia... campa cavallo!!! ".

In Italia il lavoro in nero, il sommerso, secondo una rilevazione Censis vale una cifra stratosferica, 275 miliardi di euro.

Intanto moltissime famiglie agrigentine sono al limite del collasso del resto i dati parlano chiaro, una recente rilevazione del Censis, ad esempio, mostra come in Italia una famiglia su tre abbia fortissime difficoltà a far durare lo stipendio fino alla fine del mese. La statistica parla di un 28,5% a livello nazionale che diventa quasi il 10% in più se si guarda al dato del solo Mezzogiorno, percentuale che aumenta considerevolmente nella nostra provincia. Il 41% degli intervistati inoltre dichiara che per riuscire a far fronte a tutte le spese sta mettendo mano ai risparmi accumulati nel tempo.

Molto cresciuto anche l'uso della carta di credito come carta di debito: quasi un italiano su cinque usa questo sistema per rimandare al mese dopo il pagamento di un bene acquistato. Un italiano su quattro inoltre dichiara che per sostenere la famiglia ha un secondo lavoro, saltuario, che aggiunge al primo, spesso in nero.

Questi espedienti purtroppo non fermano una crisi economica italiana durissima che quest'anno ha visto chiudere qualcosa come 162.000 imprese e ampliarsi enormemente il dato sulla disoccupazione con 378.000 posti di lavoro persi, uno su due dei quali nella fascia di popolazione under 30.

Ma non sono questi i dati che ci interessano e guardiamo molto più realisticamente alla nostra terra: se fino a poco tempo fa, infatti, la nostra città galleggiava economicamente anche grazie alle risorse dell''impiegatizio pubblico, oggi vive una situazione al limite dell'insostenibile perchè anche le famiglie mono o doppio reddito agrigentine hanno rilevanti difficoltà e hanno abbassato i consumi.
Questa poca circolazione di denaro ha generato un ristagnamento dell'economia locale a danno soprattutto della piccola imprenditoria, della piccola attività commerciale, dei supermercati che hanno subìto una restrizione della domanda. Unica soluzione per continuare a restare aperti è licenziare.

La crisi galoppante ha evidenziato una maggiore vulnerabilità delle famiglie che vivono ad Agrigento e la necessità sta conducendo molte di loro al divorzio, alla frustrazione, alla rassegnazione che sfociano spesso nella più dolorosa delle soluzioni: l'emigrazione che coinvolge sempre più giovani e meno giovani e costringe a lasciare la propria terra per provare a cercare un pò di fortuna al nord. Un aiuto concreto viene dai genitori, spesso o quasi sempre ormai pensionati, che con la loro mensilità aiutano, e non poco, i figli con la famiglia in difficoltà, qualche volta chiedendo in cambio di abitare nelle loro case per rimediare alla solitudine. Anche questo è un fatto sociale, per certi versi positivo, da non trascurare.

Altro dato allarmante viene da un report della Cgil che ha constatato come le difficoltà delle famiglie siciliane sia aumentata consolidando il primato negativo.

La Sicilia, rispetto al resto del Paese, sta peggio per reddito pro capite, per tasso di disoccupazione, per famiglie che si sono impoverite. Peggio ancora in provincia di Agrigento perchè mentre il tasso di disoccupazione regionale nel 2008 ha raggiunto quota 13,8 per cento, rispetto alla media nazionale che non va oltre il 6,7 per cento, ad Agrigento si sfiora il 35%.

Tutto questo ha prodotto anche un calo del reddito disponibile, cioè dei soldi che ogni siciliano possiede al netto delle tasse. Più dettagliatamente, un lavoratore dipendente dell' Isola ha un reddito medio di 16.100 euro contro i 19.280 euro della media nazionale.

Per concludere. una statistica recente dello Svimez sull'economia del Mezzogiorno evidenzia che una famiglia meridionale su cinque non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non si può permettere di pagare il riscaldamento. Secondo la Svimez, nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per i vestiti e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo le bollette. Otto famiglie su 100 hanno rinunciato ad alimentari necessari, il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (in Sicilia circa il 25%).

Ad Agrigento ancora peggio. Le famiglie non riescono a pagare le bollette ordinarie di luce, telefono fisso (per chi ancora non ha fatto disdetta) e gas. Unico appiglio dei giovani o dei padri di famiglia è il politico di turno, ma di questi tempi neanche per i congiunti dei "baronetti" sembra sia rimasto qualcosa. Sembra.